Mailbox: riceviamo e pubblichiamo

Au nom du peuple
o: il nome del popolo,
o: il popolo del nome

Il leader necessita il popolo per i numeri, il popolo non solo subappalta la sua salute pubblica scansando l'immobile parassitismo rappresentativo della "clase discutidora", ma trova nel leader il suo significato, come in un dizionario, appunto. Prima di tutto il significato. Non l'idea, tanto meno l'ideologia. O l'immaginario. Tutte costruzioni successive.

9 maggio 2017

1. Dimmi il nome[1]

Nominalismo, forse. Senza scomodare desuete – ma forse non del tutto – e irrisolvibili querelle filosofiche dei secoli lontani, quando all’aggettivo “moderno” si sarebbe anteposto il pre- invece dell’ormai inconsolabile post- onnivalente; solo per chiedere (implorare, pretendere, pregare per, contribuire a) un piccolo eppure fondamentale sforzo etimologico individuale.

Un’assunzione di responsabilità nei confronti del linguaggio. Il semplice “sapere” (le virgolette stanno per l’altrettanto desueto vizio di accettare di non possedere conoscenze esaustive, la capacità di delegare parti del proprio sapere a chi ne ha fatto una vita di studio, magari; la socratica consapevolezza della propria inguaribile ignoranza, proprio nei nostri tempi in cui i collateral damages del fuoco amico dell’alfabetizzazione di massa e dell’accesso indiscriminato alle stringhe-di-segni-autonominatesi-informazioni hanno fatto piazza pulita degli antichi ignoranti sostituendoli con gli idiot savant arroganti e onniinformati) il significato delle parole che si ascoltano, che ci vengono tradotte da altri linguaggi (non necessariamente “stranieri”), che si utilizzano nell’odierno contribuire al discorso privato-pubblico – in entrambi i sensi del vettore, ormai scioltosi insieme al confine tra le due opzioni percettive.

Consapevoli, magari, anche, che tale significato certo non è immobile, ma presenta spesso illuminanti costanti semantiche, oltreché scivolose doti psico-sonore, ritmiche, riscaldanti, apotropaiche. Niente di nuovo sotto il sole, né velleità esplicatorie che non ci competono. Un po’ di tempo appresso a qualche tomo di retorica, linguistica, filosofia del linguaggio potrebbe fornire parametri utili, e nemmeno troppo dispendiosi in termini di preziosissimo tempo-vita, per migliorare l’elasticità delle sinapsi o rinforzare le corazze anti-minchiate, magari addirittura il pudore di alcuni nel ammannirle al “pubblico”. Per quanto riguarda la retorica, meglio Aristotele della semiologia, o di qualunque disciplina contenga al suo interno il termine latino-virato-anglico e come tale ambiguamente pronunciato “media”, foss’anche all’improbabile singolare “medium”.

Ma non si divaghi oltre (altra consumata tecnica del discorso impudico). L’esercizio di cui si propone un modesto esempio (una “modesta proposta”, citando san Jonathan, sarebbe ben altra…) muove da basi solidamente, quasi stolidamente, empiriche. E, a parte questo inevitabile, istintivo, coatto pistolotto iniziale, richiede una buona dose di silenzio da parte del vituperato e frantumato soggetto di solito scrivente.

Non si scomodi l’umiltà. È tutta solo e soltanto necessità. Gestione della crisi perenne (e fu Carl Schmitt nei sospettissimi tempi pre-Reich a scrivere che il detentore di potere si identifica con colui che ha la facoltà di discriminare tra norma ed emergenza. Auctoritas, non veritas, facit legem). Insomma, presa in esame un’area linguistica, se ne evidenziano (con arbitrio, ma un arbitrio facilmente comprovabile in termini quantitativi) alcune parole-chiave (vedi sotto) per poi sottoporle a una semplice prova-dizionario. E vedere quel che ne esce. Non si tratta che di un esercizio, dopo tutto. La scienza la si lascia a chi di dovere, il blatero (di lotta e di governo) a chi di potere.

[intermezzo]

Il nazismo è “una dittatura che oggi possiede tutto tranne la lingua”, nel senso che per sottometterla ai propri fini l’ha dovuta corrompere e adulterare. Il risultato di tutto ciò non è un’assenza della lingua: è invece la creazione e il controllo di una lingua posticcia e artificiale (di una “neolingua” nel senso di Orwell), che diventa un formidabile strumento di dominio. Victor Klemperer: “Il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente”. Ma crea anche “nuove formazioni linguistiche che apparivano impossibili da ottenere, o solo da pensare, prima dell’avvento” del nazismo stesso. Queste nuove formazioni linguistiche hanno lo scopo di “piegare la lingua alle esigenze di una profonda falsità e di soddisfare la tendenza all’ipocrisia e alla dissimulazione di ogni tipo di infamia”. Maurizio Bianchini su La terza notte di Valpurga di Karl Kraus, Clichy, 2016. Conversazione privata.

[1]   Ci si conceda il vezzo di intercalare la pochezza teorica di queste elucubrazioni con alcune citazioni colte dalla cultura pop(olare). In questo caso ci riferiamo a una canzone dei Litfiba, band italiana di cui ogni media-soggetto conoscerà almeno il volto (ormai in verità irriconoscibile) del frontman Piero Pelù. Si tratta di uno dei loro peggiori pezzi situato forse sul loro peggior album in assoluto, Terremoto (1993), in cui i testi per lo più si confrontavano con un lessico populista ante litteram, sulla scia dell’estasi di tangentopoli. […]

2. La parola chiave[1]

Le metafore, si sa, hanno vita lunga, soprattutto alcune. La chiave è una di queste. Qualcosa che si infila e che apre. Può essere genuinamente porno (se ancora il termine significa qualcosa), nelle mani di uno spento Tinto Brass piuttosto che nel vero e proprio verbo “chiavare” (che Zucchero coniugava con noncuranza alla fine dell’oscenissimo brano Il mare impetuoso al tramonto salì sulla luna e dietro una tendina di stelle – erano tempi, l’anno-chiave 1989, in cui si scomodava l’oriente letterario per parlare di fottere – sibilando un “se la chiavò” che riportava in terra i voli pindarici); può essere accorata come nel XIII dell’Inferno, in cui Dante fa parlare il disgraziatissimo Pier delle Vigne, prima custode della chiave del cuore dell’imperatore, poi fottuto dalla cagna puttana dell’invidia e costretto a un disonorevole suicidio in cecità – gli avevano cavato gli occhi. Mal gli incolse di troppa imperiale confidenza. Ormai, e anche questo è anglotrapiantato, la si usa come segno di sintesi, evidenza, marchio.

Keyword. Keynote. Necessario per permettere al cervello di selezionare (e quindi scartare, scegliere, semplificare) alcune informazioni nell’inestricabile nugolo che in ogni ambito e momento lo assale. Una sorta di sommario, spesso a base quantitativa (la wordcloud, evidente anche in chiave grafica), di mappa, di orientamento. Necessario appunto. Ma, appunto, semplificante. Destinato a rinforzare la tendenza al ritornello del linguaggio contemporaneo. La ripetizione che nei poemi omerici era gancio mnemonico per gli aedi, diventa telecomando per gli addivanati dell’informazione (e non solo), martello per chi gorgheggia con dolo. Ripetizione e minime variazioni.

Usabilità e usura. Obsolescenza programmata, memoria a breve termine. Anche qui si aprono voragini speculative. Di cui si corteggia il bordo senza guardare al fondo del baratro. Non sia mai che colgano le vertigini. Basti dire che ormai ogni strategia di comunicazione degna di questo nome non può prescindere dagli studi sulla ripetizione, sulla condensazione di senso, sloganizzazione etc. Sia Bach o Steve Reich, Goebbels o McLuhan, minimalisti e massimalisti comunicano per parole-chiave. Che aprano porte, possibilmente anche abissi.

Il senso non è necessariamente richiesto. O meglio, viene richiesto il più immediato ed emotivamente rovente, non necessariamente il più allineato con lo storico di significazione dei termini. A volte nemmeno è richiesto che venga compreso (“spread”), ma solo fatto risuonare, coltivandone il terrore indotto dalle onde sonore. A volte il potenziale significato è talmente largo che possiamo starci dentro un po’ tutti, ognuno con la sua particolare identità e paura da difendere. Uno per tutti (e, oggi più che mai, tutti per uno): popolo.

[intermezzo]

Il primo fattore comune a tutti i populismi è, naturalmente, la centralità assorbente – paramount, si dice, cioè “suprema” – che in essi assume il riferimento al popolo, inteso nella sua dimensione “calda” di comunità vivente, quasi una sorta di entità pre-politica e pre-civile, da “stato di natura” russoviano. Un’entità organica, che dunque non ammette al suo interno distinzioni, vissute come colpevoli e deleterie divisioni. Marco Revelli, Populismo 2.0, Einaudi, 2017

[1]   Qui si fa riferimento a una canzone dei Sangue Misto, nome di punta dell’hip hop italiano degli anni ’90. Tra le sue fila militava Neffa che, dopo un breve passato come batterista (ormai non più troppo)hardcore nell’ultima formazione dei Negazione (il cui vero cavallo di battaglia titolava, eroicamente, la vittoria della sconfitta), era passato al rap per poi finire, più o meno ingloriosamente, nel melodico. L’unico disco dei Sangue Misto era un concept album sull’utilizzo di cannabinoidi e va ricordato, tra le altre cose, per l’incredibile perizia e inventiva linguistica nel creare una sorta di esperanto della ganja che, sulla base di uno slang tardo-autonomo-bolognese, arrivava a vette di puro lirismo nell’agognare l’innominata, appunto, “parola chiave”.

3. Avanti popolo[1]

Senza preamboli, dalla Treccani, giusto per avere un punto di partenza “conservativo”, il popolo:

  1. a.Il complesso degli individui di uno stesso paese che, avendo origine, lingua, tradizioni religiose e culturali, istituti, leggi e ordinamenti comuni, sono costituiti in collettività etnica e nazionale, o formano comunque una nazione (indipendentemente dal fatto che l’unità e l’indipendenza politica siano state realizzate). b. Con senso più ristretto, gli abitanti di una città, di un territorio, considerati unitariamente.
  1. a. Il complesso dei cittadini che vivono in uno stato e costituiscono la parte più numerosa, più importante della nazione, in contrapposizione (esplicita o no) ai ceti o alle istituzioni dominanti (lo stato stesso, il governo, il clero, la nobiltà, la borghesia). b. La parte di una comunità, di una nazione, che vive in condizioni economiche, sociali e culturali modeste, arretrate.

Del populus latino (che sempre fu pensato in antitesi al senatus nella ormai sconfortante sigla SPQR stampata anche sulle magliette da derby di una Roma tragicamente seconda) è evidente che la definizione di cui al punto uno gronda illuminismo, ma è quello raccontato nella seconda a cui parla Le Pen.

Un popolo pensato in verticale, sulla retta alto-basso, che necessita di una contrapposizione – esplicita, decisamente – con il suo vertice per darsi un nome, per prendere consapevolezza di sé. Se il nazismo per Kraus era espropriazione del senso legittimo della lingua, ora siamo al leader come specchio del senso. Come dizionario. O, per essere più benevoli, come traduttore. Il popolo mai così alfabetizzato non è più in grado di leggersi. Ha contratto una cecità permanente e selettiva, ha bisogno di mettere le mani sul capo che porta tatuato sul corpo, in una sorta di braille semplificato, le lettere del Nome. Il nome del popolo. L’identità di una massa di persone che si vede coacervo (accozzaglia?) e necessita di coagulare per potersi guardare in faccia. Per credere di averla ancora, una faccia. Personale perché collettiva. Che si definisce scontornando e imputando il resto dell’inquadratura, in una sorta di photoshop sacrificale, per degradare una sacrosanta categoria girardiana.

Il leader necessita il popolo per i numeri, il popolo non solo subappalta la sua salute pubblica scansando l’immobile parassitismo rappresentativo della clase discutidora, ma trova nel leader il suo significato, come in un dizionario, appunto. Prima di tutto il significato. Non l’idea, tanto meno l’ideologia. O l’immaginario. Tutte costruzioni successive. Prima il significato di parole che non sa più se non balbettate. In tempi di koinè in cui il codice globale tritura parole (chiuse) chiave rendendole catch-all words (ancora in Revelli), parole pigliatutto perché completamente vuote. Forse dunque sta tutto qui, l’incantesimo del nuovo -ismo indefinibile e imperante (anche perché ipernominato): rendere il linguaggio zero (o sfruttarne le usure) e proporsi come tramite, come traduttore. Creare il bisogno e poi lanciare il prodotto. Piccolo / Spazio / Pubblicità.

E che dire di fronte? Altro latinismo, anatomico questa volta, che nel lessico politico passa attraverso ovvie metafore militari. E che, almeno per i nati nel Novecento, viene quasi automatico associare a immaginari di destra, “proprietari” delle sfumature militariste, della virilità, dei lessemi maschili se non maschilisti, dei vari culti della forza, specie se sovrapposti con limitazioni etniche (razziali?) o ataviste del campo semantico.

Non stupisce dunque di trovare National  di fianco a Front. Ma forse un po’ di più trovarci De gauche. Mélenchon, che peraltro ha preso al primo turno quasi tanti voti quanto Le Pen, per la corsa presidenziale ha abbandonato tale monicker sostituendolo con un altrettanto people-friendly France insoumise. E, xenofobia a parte, con un programma di lotta e di governo sovrapponibile in più punti con quello della sua omologa “di destra” (radicale, of course). Il che ci suggerisce la banale conclusione – già ampiamente strombazzata – che “destra” e “sinistra” non significhino più nulla, che la percezione del mondo politico e di cittadinanza sull’asse orizzontale destra-sinistra, appunto, sia ormai fallace se non fallimentare, da sostituire con quella alto-basso di cui sopra.

Sembra ancora troppo semplice. E “semplice”, ci hanno insegnato, è una parola proibita per gli istruiti razionalisti globalisti (per i non deplorables, insomma). Tutto è – e deve essere – complesso. Per gli altri, per il popolo, bastano i fronti. Che hanno la perversa capacità di rendere tutto visibile, comprensibile, facile. Certo, al prezzo di qualche minima banalizzazione delle differenze. Ma la gente ne ha le balle piene, delle differenze. So they say. Ci si permetta ancora questa frattaglia di Treccani:

Nelle operazioni belliche (con queste accezioni è oggi comunem. usato al masch.), lo spiegamento di un complesso di forze o di una unità,  sul davanti, da un fianco all’altro, oppure la linea di contatto tra due forze contrapposte soffermandoci sui tre lessemi finali. “Due”, “forze”, “contrapposte”. Et voilà, les jeux son fait.

[intermezzo]

La mitizzazione del popolo fa sì che le sue funzioni legittimanti vengano recepite in modo assoluto e amplificato, così come molte delle sue connotazioni costitutive quali l’eguaglianza, la redistribuzione sociale ed economica e la trasparenza. Il mito della sovranità del popolo alimenta una costante tendenza sociale contro le élite, contro la rappresentanza politica e contro ogni forma di intermediazione. Manuel Anselmi, Populismo, Mondadori, 2017

[1]   …alla riscossa / bandiera rossa, bandiera rossa… Traditional. Arranged by: nearly everyone.

4. Killing in the (pro)name [1]

Più del nome potè il pronome, in the end. Quella parte (particella) che sta al posto di. Al posto del nome. La parte per il tutto. E il vento metaforico (nonché metonimico e sineddotico) si fa tornado. Il popolo è per definizione indiviso (e insoumis). Quindi chi ne porta il nome lo deve portare tutto, indipendentemente dal fatto che alcuni individui all’interno del contenitore potrebbero avere qualche obiezione in proposito. È il maggioritario, bellezza.

E dunque il leader non è rappresentazione, ma  consustanziazione del tutto. Il populismo ha dna plebiscitario, so they say. Riduttivo. Il popolo è il leader sono una sola cosa. Che non è più appunto una persona, ma un essenza una e n-ina, in cui n è il numero anagrafico degli abitanti censito in un’entità politica chiamata stato nazionale (per i clandestini ci sono altri programmi). E, quando si condivide tutto, anche il nome diventa obsoleto, innecessario per eccesso di intimità.

Per comodità, per velocità, per semplicità lo si può sostituire con ciò che è, nell’ontologia grammaticale, a ciò preposto. E dunque, tutto si fa questione di “noi” e, alternativamente, “voi” o “loro” a seconda che all’alterità si debba ancora – per un residuo di bon ton istituzionale – concedere un’ombra di status di avversario, o solamente quello di non meglio precisabile – nel senso che non si deve – nemico tramite la cui vaghezza definirsi. Nemico tramite il cui annientamento passa la nostra non solo sopravvivenza, ma esistenza in quanto tale. Senza lo specchio che ci rimanda l’immagine non esistiamo.

Senza lo spettatore, il pubblico, il beholder, senza qualcuno che ci guarda – possibilmente male – la nostra percezione di esistenza si assottiglia fino a scomparire. Senza la narrazione, senza il grande caro brillante leader romanziere del nostro romanzo popolare, noi, il popolo (yes, we, the people), cessiamo di essere (corsivi miei). No more liberté, no more égalité, no more fraternité.

Buon lavoro, presidente. En marche.

 

[1]   Il gioco di parole fa riferimento al pezzo Killing in the name uscito nel 1993 sul primo omonimo album dei Rage Against the Machine. Disco che fu (brevemente) epocale, sia dal punto di vista musicale, con il suo inedito “crossover” di violenza ritmico/chitarristica di derivazione punk/hardcore e sbraitamenti a-melodici debitori di una versione post-hip hop del talking blues; sia da quello della radicalità politica, in sintonia con i rigurgiti antiglobal di quando ancora non si aveva idea di che cazzo fosse davvero la “globalizzazione”. Fu un’aspra (ed esaltante) stagione. Purtroppo sterile. Già dal secondo e quasi ultimo disco, la band dava cenni di autoreferenzialità. Fece molti figli bastardi a elevata mortalità infantile. Ora suonano, per chi non c’era, antidiluviani. E per molti aspetti lo sono. Dire la verità è un mestiere usurante. “Fa male, lo so”. E sì, ovvio, “pronome” in inglese recita “pronoun”, non “proname”. Si chiede venia.

Ti può interessare anche:
Filter by
Post Page
Focus
Sort by

Al viandante aprivo le mie porte

2018-11-30 09:40:57
am

8

Figli di Marsiglia

2018-11-20 11:16:01
am

8

Au nom du peuple
o: il nome del popolo,
o: il popolo del nome

Simple Share Buttons