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Persone come nuvole – Attraversando Parigi

Un continente intero che si trova in casa estranei che estranei non sono, sono famigli, sono noi, sono il Noi del prima della guerra, del durante e dopo la guerra, sono gli irlandesi della grande carestia, i veneti del Polesine, i polacchi del dopo-1989. Le grandi migrazioni del 1800 che popolarono questa città Lumière di musicisti polacchi, pensatori italiani, esuli di ogni tipo. Solo che oggi la città è satura, impaurita, buia e spettrale, come se quelle migliaia di vite sul selciato costringessero alla vergogna, al ripensamento di un ruolo di faro che, dalla Rivoluzione francese a Gainsbourg, Parigi sembrava avere. A ben vedere, a ben volere, questo ruolo dovrebbe spettare agli occhi scuri, mediorientali, sorridenti di queste persone, soprattutto dei bambini, che arrivano dai margini e dai confini di quella che ci ostiniamo a chiamare civilizzazione europea.

28 ottobre 2016

di KJ Okker*

“C’est Uber, monsieur!” mi dice il tassista portoghese nel centro di Parigi, al mio terzo lamento non costruttivo sulla lentezza, tutta mediterranea, del traffico da giorno di pioggia, e di inizio autunno, fra stazioni cardinalmente disposte e i Campi Elisi. Guardo invidioso, per vari motivi, gli altri che camminano spediti con le loro valigie, con gli ombrelli, le scarpe da lavoro, le trainers e i tacchi alti. A Parigi tutti sembrano più magri, sempre in forma e sempre alla moda. Hanno tutti le gambe più secche degli altri cittadini europei, penso, abbandonandomi ai luoghi comuni. Anche se cerco di fermare il flusso di coscienza sul nascere, analizzando con superficialità le e-mail di lavoro e cercando segnali di vicinanza al luogo di arrivo, mi faccio trasportare in pensieri leggeri: Parigi, i platani gialli e tutte le altre immagini a cui sono familiare. Ormai Parigi la conosco bene, per quante volte ci sono stato e per le corse dal mattino alla sera, che mi permettono di mappare le distanze con precisione da TomTom. Me lo dicono le vetrine ed i tipi di negozi, la maggioranza etnica per le strade o la moda prevalente fra le persone.

Non appena si entra nei quartieri VIP, cambia tutto: i nomi, i colori, le luci, quello che vendono e come le cose vengono disposte in vetrina. Ma stavolta è diverso. Scorgo alcune presenze aliene alla rigidità formale delle zone dello shopping e della moda: figure rincantucciate in un angolo di un negozio chiuso, due bambine che giocano, allegre, sorridenti, dietro una piccola barricata di cartoni e valigie di emergenza, con la madre seduta che sonnecchia ed il padre, o un uomo, in piedi che osserva intorno, fra il guardingo e il placido. Sono profughi siriani, mi dice il tassista. Dallo specchietto capisce che non sto guardando più il fiume di gambe che attraversa l’Ile de Ville, ma quella specie di dipinto neoimpressionista. Il problema, mi fa notare, è che non sono i soli. Tutto il centro città è strapieno di questi gruppi familiari, di persone sole, a volte tre o quattro adolescenti abbandonati, che vivono per strada. Tanti, troppi, completamente in contrasto con quella immagine che si appiccica alla capitale francese, di libertà, rispetto dei diritti, uguaglianza. Un’immagine adulterata, ormai da decenni, dalle miserie della sua banlieue, dai radicalismi politici, dalle rivolte dei ghetti, dalla segregazione censuale dei giovani arabi, nordafricani. Ma questo apparire dei contrasti universali, di questa guerra mondiale che si combatte in maniera diffusa, una guerra che ci antagonizza ogni giorno, con sequele e liste di “Sono scioccato”, “Anche qui”. Una guerra che qui ha colpito duro negli attacchi della notte del Bataclan, nella strage di “Charlie Hebdo”.

Una guerra lontana che arriva ora nei volti e rimango senza parole, con alcune frasi che girano in testa, circolarmente, “Non me l’aspettavo”, che si traduce troppo spesso in “Non lo volevo vedere”. Mentre il taxi arranca, portone per portone, hôtel de ville per hôtel de ville, boutique per boutique, cioccolaterie reali dopo cioccolaterie reali, questi gruppi di esuli, di Giuseppi-e-Marie in fuga, appaiono ovunque. Abiti a strati, in cantucci di spazio, in attesa, forse, di qualcuno che passi a prenderli e gli dica che va tutto bene, che avranno un pasto caldo, un posto per dormire e magari qualcuno che li aiuti a trovare la famiglia, gli affetti nel mondo.

“Vogliono andare nel Regno Unito” dice il tassista. “Non si registrano qui alla croce rossa perché vogliono partire e arrivare a Calais”.

Un racconto che forse serve solo ad accomodare la coscienza, pensando che quelle famiglie lasciate a dormire sui boulevard, accanto a vetrine di stilisti famosi, magari sono lì solo di passaggio verso un oltre “migliore”, e più giusto. Forse, fossi nelle autorità francesi, mi chiederei come mai tutti vogliono solo passare dalla Francia e non fermarsi, anche se è un tratto distintivo di tanti esuli, che ho conosciuto negli anni con un ottimo italiano, albanesi, armeni, curdi. Tutti erano di passaggio dal Bel Paese che, come mi disse uno “Ormai neanche gli italiani ci vogliono stare… troppe regole e troppo poco rispetto delle regole”. Una combinazione letale per chi vuole sicurezze. Allora calmiamoci la coscienza, penso, che tutte queste anime superstiti di conflitti sono solo transitoriamente qui. Vorrei far notare al tassista che lo siamo tutti, in transizione. Siamo tantissimi in viaggio per un oltre migliore. Però il problema è che queste persone non godono della mia stessa libertà, di tanti come me, che migrano fra Paesi ricchi, ostentatamente democratici e liberi. Oppure, i figli del potere, i milionari e i potentati senza rappresentatività, ma con le chiavi dei forzieri del pianeta.

Facciamo passare attraverso queste maglie strette, la vischiosa natura del territorio europeo, solo quelli che possono permetterselo, per censo, nascita o passaporto. E le famiglie siriane rimangono sospese, per giorni e giorni, notti e notti, nelle prime avvisaglie di inverno, nel cuore stesso dell’Europa delle libertà fondamentali. Le famiglie comunque sorridono, perché sono scampate alla morte, alla guerra, alla violenza, alla fame ed ora, forse, paradossalmente, quei quattro cartoni e le coperte, le offerte dei passanti frettolosi e con il cuore a prugna, rappresentano un nuovo inizio, una nuova sfida da affrontare che può solo portare a cose migliori. Quello è il fondo, il punto più basso, le case e le persone care abbandonate altrove e quella fuga senza rimorsi ma solo con la voglia di arrivare altrove.

I boulevard parigini pullulano, come le stazioni italiane, i confini ungheresi e austriaci, le strade interne dei Balcani, di queste storie, migliaia e migliaia. Frammenti ed emozioni di salvezza e di speranza su cui si potrebbe costruire tanto, tutto. Ridare dignità alla natura umana, proprio quando tutto sembrava perso. L’Europa dovrebbe essere questo: un mondo nuovo ogni giorno. Il DNA sociale che cambia, perché cambiano le persone, le composizioni etniche, le tradizioni. Le immagini ai raggi X delle arcate dentarie dei minorenni di Calais non riveleranno altro che un fatto essenziale: siamo simili, siamo umani. Abbiamo tutti gli stessi denti, la stessa bocca, con cui mangiare, parlare, sorridere. Ci modificano e ci rendono diversi le esperienze, i vissuti. Dormire all’addiaccio per settimane sui boulevard parigini, o rannicchiati dentro baracche ai confini di un altro-ovunque, nell’indifferenza di chi passa, di chi non alza lo sguardo, il dito, di chi non accusa altro che un senso di colpa subito obliterato in una cave aux vins, modifica l’aspettativa. Rende forse duri, preparati alla durezza delle cose. Rende trasparenti, purtroppo. Che alla fine ci riabitueremo a queste scene di povertà dickensiana, desolante, lacerante, come si erano abituati i nostri bisnonni, come si erano abituati gli americani della ciotola di polvere del Midwest dopo il 1919. Ci riabitueremo a distinguere, a trovare spiegazioni antropologiche, sofistiche, lemmi e dilemmi risolti con la nuova accettazione dell’irrisolto, del povero transiente, dell’odio basato sul censo. Il proselitismo, allora, entrerà ovunque, inteso come idea che alcuni siano migliori e portatori di verità ulteriori, e ricollocherà tutti su diversi gradini della scala sociale. Che poi alla fine starà ai soldi, alle amicizie in alto, alle armi da fuoco, alla corruzione, alla svendita del patrimonio sociale decidere tutto. Il proselitismo acritico è la più grande minaccia al nostro stile di vita, il motore di sviluppo dei populismi male informati.

Il taxi sfugge ora lungo i boulevard più velocemente ed io smetto di contare i profughi accoccolati sotto le arcate dei negozi, smetto di misurare la dimensione di questa crisi netta, vera, europea. Un continente intero che si trova in casa estranei che estranei non sono, sono famigli, sono noi, sono il Noi del prima della guerra, del durante e dopo la guerra, sono gli irlandesi della grande carestia, i veneti del Polesine, i polacchi del dopo-1989. Le grandi migrazioni del 1800 che popolarono questa città Lumière di musicisti polacchi, pensatori italiani, esuli di ogni tipo. Solo che oggi la città è satura, impaurita, buia e spettrale, come se quelle migliaia di vite sul selciato costringessero alla vergogna, al ripensamento di un ruolo di faro che, dalla Rivoluzione francese a Gainsbourg, Parigi sembrava avere. A ben vedere, a ben volere, questo ruolo dovrebbe spettare agli occhi scuri, mediorientali, sorridenti di queste persone, soprattutto dei bambini, che arrivano dai margini e dai confini di quella che ci ostiniamo a chiamare civilizzazione europea. Si sistemeranno, queste famiglie, troveranno uno spazio dove vivere, i bambini avranno una scuola in cui andare, forse non la migliore, non avranno settimane bianche, gadget costosi, ma tempi floridi arriveranno, ti dicono. Tempi in cui i sacrifici di oggi, la febbre e la fatica, renderanno giustizia. Rimane questo a cui ancorarsi.

Il taxi si ferma, alcuni uomini di affari escono dall’hotel dove sto, eleganti, con scarpe lucide e cravatte ben ferme al collo e salgono su una macchina con una targa in arabo. La vedo allontanarsi, verso un ristorante a cinque stelle, verso una lobby di hotel o qualche vernissage di profumi, mentre indugio sulla soglia dell’hotel. Accanto all’ingresso, un’altra famiglia di profughi che dorme. Mi frugo le tasche e lascio quello che ho.

Inizia a piovere ma, in fondo alla strada, si intravede una lama di azzurro, le nuvole come le persone, in attraversamento, in transizione, da un luogo devastato, orrido e orrifico ad un altro-quando povero e depresso. Ma con la speranza. Sembra tutto un meccanismo teatrale alla Antonin Artaud, L’opera da quattro soldi dove veniamo trascinati lungo i vari livelli della miseria umana.

O la realtà con cui fare i conti, cara Europa.

“Il permanere dell’essere umani, dici, è la cosa più importante di tutte. E questo significa essere decisi e sereni, si, sereni nonostante tutto e tutti, perché lamentarsi è una cosa da deboli. Essere umani significa gettare l’intera vita nella bilancia enorme e misteriosa del destino, se necessario, ed allo stesso tempo gioire nella brillantezza di ogni giorno che passa e nella bellezza di ogni nuvola che si osserva”. [Rosa Luxemburg citata in Confabulations by John Berger]

Quando torneremo/riusciremo ad osservare gli altri esseri umani come nuvole bianche in un cielo d’estate e non come un temporale pernicioso sulla testa?

* KJ Okker è la persona attorno alla quale girano sempre tutte le tempeste: finanziarie, sociali. Non ha un ruolo chiave, ma osserva tutto con il distacco di un attore consumato e la nostalgia per un mondo che, probabilmente, non è mai esistito. Abita su un aereo e dorme dove capita. Intanto, misura la vita che scorre fra il cuore e lo stomaco d’Europa e d’Italia.

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Parigi, ultima chiamata

2017-03-06 13:37:34
paolo

18

Persone come nuvole – Attraversando Parigi

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