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L’imprinting della City

Il mio collega la sapeva lunga. Venti anni dopo, sono diventato anche io una faccia di culo, addestrato a negoziare, a mediare, a cercare di eliminare, lentamente, la mia emotività, sostituendola con abnegazione, metodo, calcolo

22 giugno 2016

Era l’aprile del 1996. Appena arrivato in una banca italiana con sede a Londra, il mio nuovo collega pisano, ma con l’accento fiorentino, mi prese a braccetto per attraversare la strada davanti ai Lloyds, proferendo sotto un paltò appena oversize: «Attento, maremma, che ti stiacciano qui, quando sei appena arrivato e non sei abituato ti ci vole un attimo!» Un aprile ancora freddo e con qualche nevicata occasionale mi aveva accolto.

Entrati a Leadenhall Market, il cuore della Londra romana, disegnato con la stessa pianta del decumano latino, proprio nel crocevia di decine e decine di persone, cominciò ad indicare alcuni passanti, a caso, facendo una piroetta teatrale, ruotando sulle sue scarpe nere lucidissime. «Caro amico, ti presento la più grande collezione di facce di culo del mondo! Qui sono tutti infoiati, vendono, comprano, scambiano, discutono per mesi per una clausola di sei parole, qui ognuno vende la sua pelle ogni giorno. Ed allora la devono rendere spessa. I trader sono figli del popolo ed i managing director spesso hanno una laurea in arte antica. Eccoti la City!» E rise di gusto. Nell’indifferenza apparente del magma di gambe, borse, abiti gessati, pinte tenute in mano, mentre si discuteva di qualche ordine grosso o di fortune che passavano di mano.

Il mio collega la sapeva lunga. Venti anni dopo, sono diventato anche io una faccia di culo, addestrato a negoziare, a mediare, a cercare di eliminare, lentamente, la mia emotività, sostituendola con abnegazione, metodo, calcolo. La City allora mi apparve con un gigantesco gioco ad incastri ed oggi è rimasta uguale, nella sua planimetria, nei suoi rituali. Cambiano i negozi, passano le mode, nei panini non mettono più la senape ma il Camembert. E si trova un ottimo caffè ovunque, cosa che, nel 1996, non era possibile. La City, sembrerà strano, è stato l’ultimo posto a “gentrificarsi” o “europeizzarsi”. Ricordo le taverne nascoste nei vicoli, con cameriere di carriera. Il primo “Sweet honey pie, where is my tip” di una signora attempata che serviva ai tavoli bistecca e gratin ai banchieri quasi in livrea.

E si spiega bene, questa cosa. La City di Londra ha i suoi confini. È una delle prime cose che si notano quando ci si lavora, o, nel caso mio, quasi ci si è vissuto. Giorni e notti di lavoro e albe e tramonti intravisti dalle vetrate sempre lucide e pulite dei palazzi della finanza, con un ordine in cui tutto è racchiuso dentro ben precisi parametri.

Ogni punto di accesso dello Square Mile, una vera città-stato con sue regole e ordini, con – usando una parola di moda – una governance immutata per centinaia di anni, è segnalato da una statua in metallo che sorregge il drago di San Giorgio. La City, forse, si dice che sia costruita sul luogo di riposo di creature lovecraftiane. Nel suo centro, la London Stone, un monolite di cui si sa pochissimo, tranne che è nel suo posto da almeno duemila anni e che nessuno osa sfiorarlo. Una specie di amuleto, una pietra filosofale o angolare dell’edificio stesso della cittadella.

I draghi della City sono a guardia dal mondo esterno o, forse, sono una rappresentazione dell’ignoto, dello sconosciuto, dei rischi che ogni broker, dal Quattordicesimo secolo in poi, deve imparare a prendere, controllare. I draghi che sputano fuoco impongono, dall’iconografia medievale fino alla Play Station, strategie al loro avversario. Frecce avvelenate, passi rapidi, nascondigli sicuri. E fendenti, colpi all’impazzata. La City è quindi circondata da queste difese o, forse, ogni volta che ci si passa dentro, ci ricorda di stare attenti, di prepararsi alla battaglia. Con ogni mezzo possibile. Perché le forze avverse, come sanno bene i marinai diventati mercanti diventati banchieri diventati consulenti di Londra, non si finiscono mai di domare. Le tempeste tornano e il mare in bonaccia è solo un’impressione temporanea. Passa. La volatilità dei mercati è quel terreno molle e incerto su cui pensiamo di costruire qualcosa di solido. Fino allo smottamento, alla slavina. Gli animali fantastici, come la chimera, o i gargoyle che si assiepano su ogni palazzo della City, servono a esorcizzare le paure recondite, le ansie. La superstizione come prima forma di gestione del rischio, di contenimento. La City dorme, si agita, costruisce ponti e poi li distrugge, dentro questa ombra lunga dei suoi guardiani di metallo e delle sue facce di culo, dei suoi abitanti, degli habitué dei pub, delle ragazze segretarie per generazioni che, appena possono, cambiano i tacchi alti con scarpe basse, ballerine, per correre sulle piattaforme dei treni.

Perché, un tempo, la City di notte si svuotava. Diventava un deserto dei Tartari, dove rimanevamo a fare le sentinelle dei mercati altrove, oppure passeggiavamo lasciando che l’eco delle scarpe di cuoio si diffondesse, una vibrazione muta e solerte. Gli schermi accesi, gli occhi rossi e il desk coperto di fogli con grafici. Perché quando il silenzio scendeva attorno, nelle ore tarde della notte, è dove tutte queste pulsazioni e stimoli, di idee, spunti, si materializzavano meglio. La City permette alle particelle di genio, sregolatezza e sfrontatezza di condensarsi, in nuvole, piogge, fortunali, di progetti, piani e fortune. Non a caso, oggi, nei palazzi attorno allo Square Mile, appena accanto ai draghi di San Giorgio, verso Est, nasce la TechCity, la capitale mondiale delle start up, dell’innovazione. Come un corpo di un re taumaturgo, la City viene sfiorata con lembi di real estate, come se potesse influenzare le fortune altrui. Il corpo evidente che diventa protuberanza di palazzi sempre più avveniristici, verticali, e quello interno, delle sale riunioni, dei tunnel e dei passaggi nascosti, dei Giardini dentro chiese diroccate dai bombardamenti tedeschi e dalle bombe dell’IRA. Eppure, tutto rimane immobilmente rivoluzionario. Si diventa cittadini della City, si acquisisce una forma di gusto e un modo di camminare, di vivere che altri, altrove, definiscono ansiolitico, spaesante. Perché tutto deve essere seguito, condotto, preso, elaborato e addomesticato. Come i draghi che controllano chi entra e chi esce, inclusa la Regina che, da tempo immemore, come gli altri regnanti, per attraversare il territorio della City, deve chiedere il permesso.

Venti anni dopo esserci arrivato, questa discontinuità territoriale rimane in me come una delle caratteristiche più affascinanti del Regno Unito, questa strana conglomerazione di isole su isole, di strati di antico, moderno, un futuro che si affida a pietre rinascimentali. E ad un continuo flusso di “facce di culo” che vogliono sentirsi parte del mondo, giudici e artificieri di nuove esplosioni controllate dell’economia. E della società. Fedeli a Lady Luck. O esperti di puro design socio-finanziario.

KJ Okker

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I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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