Mailbox: riceviamo e pubblichiamo

Le grandi gelaterie di lampone

Ma l’inferno è anche in terra nostra, quando le stesse istituzioni che dovrebbero essere garanti di democrazia, apertura e civiltà, ti invitano a guardare oltre quell’orrore di uomini, donne e bambini disperati, indirizzando i tuoi occhi altrove, per voltare la faccia e distrarti, verso le stesse metaforiche “gelaterie di lampone” che cantava De Gregori nel ‘74, alludendo all’orrore dei campi e alla banalità del male che li teneva celati.

21 giugno 2018

Importanti non sono le risposte, ma le domande.

Com’è potuto succedere?

Che responsabilità ha avuto il popolo tedesco in quell’orrore chiamato Olocausto, Shoah, Porrajmos?

La cosa strana è che le persone normali non si ponevano domande. I cittadini polacchi sentivano l’odore acre di carne bruciata. Ai bravi cittadini tedeschi, che avevano avuto la casa distrutta dai bombardamenti alleati, veniva immediatamente assegnata una nuova abitazione. Lo stesso succedeva a chi aveva perso mobili e arredi, subito sostituiti da altri, ma nessuno si poneva le domande:

Quali corpi stavano bruciando? Di chi erano le case vuote e riassegnate? Di chi erano quei mobili?

Anche un futuro premio Nobel della letteratura, Heinrich Böll, durante il periodo di licenza trascorso a Parigi, inviò decine di pacchi contenenti burro, cipolle, e altri beni ai familiari in Germania, senza domandarsi a chi veniva sottratto tutto quel ben di dio.

Non porre domande, non riflettere sul perché i fatti avvengano, porta a non sentirsi responsabili di quello che succede, a non aver problemi di coscienza e ad autoassolversi.

La via più facile è cercare la semplificazione, la banalizzazione, gli slogan: “sono troppi, non capiscono che qui non c’è lavoro…”

Perciò è necessario raccontare ciò che accade, per togliere qualsiasi alibi a chi non vuole sapere.

Pensiamo allora a cosa è diventata la Libia: un grande campo di concentramento, gestito da criminali con cui noi stipuliamo accordi per non lasciar scappare le vittime di torture, violenze e uccisioni.

In Libia, coloro che cercano di imbarcarsi, fuggendo dalla devastazione e con la speranza di approdare su coste come quelle italiane, vengono sequestrati da milizie spietate e prive di scrupoli.

Per essere riscattati, devono quindi farsi mandare denaro dai familiari rimasti nel loro Paese.

E la stessa polizia, corrotta, lavora per riconsegnare ai sequestratori i fortunati che riescono a trovare una via di fuga.

Coloro che rimediano il denaro, a volte, ottengono anche di imbarcarsi. Altri si pagano il cibo lavorando come schiavi per oltre dodici ore al giorno. Ma chi è privo di qualsiasi sostegno, spesso viene vessato e schiavizzato fino alla morte.

«Non ci sono uomini buoni, in Libia» racconta Amadou, senegalese che per cercare di imbarcarsi in Italia ha attraversato il territorio libico, e lì ha assistito all’omicidio del fratello. Una, soltanto una, delle tantissime voci.

A svelarci quello che succede nei campi libici sono i racconti, ma soltanto i corpi ci mettono davanti all’orrore di cui stiamo parlando.

Le persone che riescono ad approdare sulle nostre coste, presentano segni di ogni tipo di violenza e aggressione: dai proiettili rimasti nel corpo alle numerose cicatrici e gli abusi sessuali, perpetrati più e più volte.

Un richiedente asilo aveva le gambe distrutte perché lasciato in ginocchio per più di un mese.

Infine, se superi tutto questo inferno, c’è il viaggio…

La battaglia inizia a terra: quando i mercanti di schiavi decidono di lasciar partire un gommone, i viaggiatori sono molti di più di quelli che può ospitare il natante, e allora devi combattere per salire.

Poi, durante il viaggio, devi aiutare l’equipaggio a buttare a mare i corpi di coloro che non ce l’hanno fatta, resistere al mare grosso, gettare fuori l’acqua entrata all’interno della barca, sotto sole e salsedine che bruciano la pelle.

Esiste un inferno peggiore?

Probabilmente sì: è quando, dopo aver passato simili sofferenze e degradazioni, dalla barca in cui sei sopravvissuto ti vedi negare un approdo.

O ancora quando, riuscito a sbarcare in quella terra che credevi “promessa”, devi scontrarti contro un muro di parole ostili o, peggio ancora, di cinici silenzi.

Ma l’inferno è anche in terra nostra, quando le stesse istituzioni che dovrebbero essere garanti di democrazia, apertura e civiltà, ti invitano a guardare oltre quell’orrore di uomini, donne e bambini disperati, indirizzando i tuoi occhi altrove, per voltare la faccia e distrarti, verso le stesse metaforiche “gelaterie di lampone” che cantava De Gregori nel ‘74, alludendo all’orrore dei campi e alla banalità del male che li teneva celati.

Era mattino presto, e mi chiamano alla finestra,

mi dicono “Francesco ti vogliono ammazzare.”

Io domando: “Chi?”, loro fanno “Cosa?”

Insomma prendo tutto, e come San Giuseppe

mi trovo a rotolare per le scale, cercando un altro Egitto.

 Di fuori tutto calmo, la strada era deserta

mi dico “meno male, è tutto uno scherzetto”,

sollevo gli occhi al cielo e vedo sopra un tetto

mia madre inginocchiata in equilibrio su un camino,

la strada adesso è piena di persone.

Mia madre è qui vicino.

Un uomo proprio all’angolo, vestito da poeta,

vende fotografie virate seppia, ricordo della terra

prima della caduta e al posto del posto

dove va il francobollo, c’è un buco per appenderlo: “Dove?” dico io.

“Intorno al collo” e adesso per la strada

la gente come un fiume, il terzo reparto celere controlla;

“Non c’è nessun motivo di essere nervosi”

ti dicono agitando i loro sfollagente,

e io dico “Non può essere vero” e loro dicono “Non è più vero niente.”

Lontano più lontano degli occhi del tramonto,

mi domando come mai non ci sono bambini

e l’ufficiale uncinato che mi segue da tempo

mi indica col dito qualcosa da guardare:

le grandi gelaterie di lampone che fumano lente,

i bambini, i bambini sono tutti a volare.

Un amico d’infanzia, dopo questa canzone

mi ha detto che “È bellissima, un incubo riuscito,

ma dimmi, sogni spesso le cose che hai scritto,

oppure le hai inventate solo per scandalizzarmi?”

Amore, amore, naviga via, devo ancora svegliarmi…

Ti può interessare anche:
Filter by
Post Page
Focus
Sort by

Tanti nomi per un solo volto

2018-11-14 01:55:05
am

0

La nuova via del colonialismo?

2018-11-12 12:11:26
am

0

Orbán contro gli homeless

2018-11-09 10:29:24
am

0

Le grandi gelaterie di lampone

Simple Share Buttons