Riceviamo e pubblichiamo

Futuro: il grande freddo (dentro)

Ecco la grande menzogna che ci siamo raccontati: l’avere un diritto che non passasse dal lavoro, dalla fatica, dalla fiducia, e l’abbandono a un ideale di progresso e futuro che andasse bene a tutti, e non solo a chi si siede sui divani di famiglie con figli ribelli

13 dicembre 2016

di KJ Okker*

La generazione di una nazione non è associabile a nessuna delle generazioni dei suoi abitanti. È una gamma, una variazione lineare, regolare, di problematiche, desideri, necessità. Lo dicono, lo urlano, non le statistiche, ma gli eventi. Quel raro momento della storia umana in cui le regole del gioco vengono riscritte, mentre tutti sono ancora in campo. Siamo stati abituati, per una forma di imprinting filosofico, a considerare che le rivoluzioni accadano o debbano sempre accadere come manifestazioni di rabbia, violenza, nelle piazze, nelle strade. Oggi qualcosa di profondo, quasi mistico, millenario, sta avvenendo attorno a noi.

Aver preteso che una generazione specifica potesse ed avesse diritto al potere è una mistificazione, una forma addizionale di ignoranza, in aggiunta all’incompetenza funzionale ed alla perifericità emozionale delle masse percepite. Quelle che parlano e discutono, quelle che mettono le parole di fronte a tutti, senza comprenderne il significato. Avere la pretesa del potere in un Paese dove i giovani sono sempre meno e sempre più ignoti al dibattito, se non come fonte di consenso, e dove tutti stiamo invecchiando senza certezze sulla previdenza, ma con un’ossessione sistematica per l’immortalità delle fronti, del collo e della sessualità. Ecco la grande menzogna che ci siamo raccontati: l’avere un diritto che non passasse dal lavoro, dalla fatica, dalla fiducia, e l’abbandono a un ideale di progresso e futuro che andasse bene a tutti, e non solo a chi si siede sui divani di famiglie con figli ribelli che ora fanno surf in Nuova Guinea.

Le masse percepite, le abbiamo sopravvalutate e abbiamo ignorato il senso di abbandono di quelle silenziose. Abbiamo… Hanno. Se avessi l’energia di puntare un dito, lo farei contro una parte della classe dirigente preoccupata del suo potere, delle sedie, degli scranni, e dei propri monopoli informali. Perché rimane il dubbio che tutto questo shenanigan attuale non abbia come ultimo obiettivo riequilibrare le rendite di posizione, trovare un accordo fra generazioni interne, a discapito di un Paese la cui generazione virtuale è quella dell’anziano, sul punto di essere abbandonato in un ospizio. Ci si pulirà la coscienza, dicendo che ci si è provato, che non c’erano le condizioni, troveremo responsabili nei siti fantasma, nel suffragio troppo universale, nel cibo pieno d’aglio. Nei cinesi, negli eurocrati. Sarà sempre di più colpa degli altri, ma semplicemente perché la complessità del mondo fuori dalle Alpi non la vorremo più capire. Anzi, non abbiamo voluto vederla. Che all’ignoranza ci si pone rimedio, all’arroganza di chi si considera centro di un mondo, qualsiasi esso sia, no.

Il grande freddo, questo inverno, sta arrivando da dentro di noi. Ecco dove quel dito puntato verso altri si gira lentamente verso di me. Posso continuare a pensare che stia indicando qualcuno o qualcosa alle mie spalle. O reagire come si impone. Prendendomi quell’oncia di responsabilità di queste giornate deteriorate, ma ancora salvabili.

*KJ Okker è la persona attorno alla quale girano sempre tutte le tempeste: finanziarie, sociali. Non ha un ruolo chiave, ma osserva tutto con il distacco di un attore consumato e la nostalgia per un mondo che, probabilmente, non è mai esistito. Abita su un aereo e dorme dove capita. Intanto, misura la vita che scorre fra il cuore e lo stomaco d’Europa e d’Italia.

Soundtrack

Ascolta anche: Il Grande freddo

Dello stesso autore: Ka Boom e Persone come nuvole 

Ti può interessare anche:
Filter by
Post Page
Focus Recensioni
Sort by

Futuro: il grande freddo (dentro)

Simple Share Buttons