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L’economia dell’immaginario

Accanto all’economia della fabbrica fordista o taylorista, che si proponeva di assicurarci i beni materiali necessari alla nostra vita, è sorta un’altra economia, che ha come obiettivo impegnare la straordinaria quantità di tempo libero che il progresso ha assicurato alle popolazioni più fortunate. E i giganti di Internet non sono solo aziende che fatturano miliardi. Sono anche luoghi d’incontro globale e fabbriche di metadati, esattamente come accade per le grandi compagnie telefoniche e i padroni delle reti sottomarine. Il Circo, insomma, non è solo lo spettacolo, ma anche il tendone stesso

22 novembre 2016

«Non esiste paese o popolo, a mio avviso, che possa guardare senza terrore all’era del tempo libero e dell’abbondanza», scriveva John Maynard Keynes nel 1930 provando a immaginare le “Prospettive economiche per i nostri nipoti”.

Scritto assai citato per la semplice ragione che l’economista inglese vi racchiuse l’auspicio che nell’arco di un secolo il problema economico, ossia la fornitura di ciò che è necessario per vivere a tutti, si sarebbe finalmente risolto, lasciando però le popolazioni alle prese con il problema del secolo venturo, ossia il nostro: il tempo libero.

A distanza di oltre ottant’anni, mentre il mondo sembra ancora lontano dall’aver risolto il problema di vitto e alloggio per tutti – salvo che non si faccia riferimento ai paesi avanzati – l’intuizione di Keynes che ci saremmo trovati di fronte al problema di gestione dell’abbondanza e tempo libero si è rivelata assai più corretta.

Accanto all’economia della fabbrica fordista o taylorista, che così tanta letteratura economica e politica ha ispirato e che si proponeva di assicurarci i beni materiali necessari alla nostra vita, è sorta un’altra economia, che ha come obiettivo impegnare la straordinaria quantità di tempo libero che il progresso ha assicurato alle popolazioni più fortunate.

La potremmo chiamare l’economia dell’immaginario, trattando in maniera assolutamente composita di attività più o meno creative che hanno a che fare con l’intrattenimento, contribuendo così a forgiare la nostra immaginazione. Quindi cinema, tv, musica, media, editoria, videogiochi e, dulcis in fundo, le piattaforme di sharing, che ormai sono la palestra quotidiana delle nostre esercitazioni espressive.

Lo sviluppo dell’economia dell’immaginario, cresciuta in maniera esponenziale a partire dal secondo dopoguerra, ha finito col generare una sorta di circo globale che ormai ha invaso la nostra vita – ossia il nostro tempo – a un livello mai osservato nella storia.

Un’interessante statistica (vedi sotto, ndr), pubblicata all’interno di un documento recente del Dipartimento del commercio Usa mostra come i Millennials americani, ossia la generazione nata dopo il 1990, passino in media 360 ore al mese intrattenendosi con vari dispositivi tecnologici. Quindi dodici ore al giorno. In pratica le loro ore di veglia sono assediate da un continuo rumore di fondo. Il rumore del Circo.

Quelli più vecchi di loro – i baby boomers – arrivano a 400 ore mensili, la metà delle quali però dedicate alla tv, che per i Millennials vale circa la metà. In compenso questi ultimi giocano il triplo ai videogiochi, passano il 50% di ore in più sulle app dei loro smartphone e tre volte il tempo dei più anziani a guardare video sul telefono. In sostanza, sono attivi produttori di contenuti, a differenza dei loro nonni.

Ed è in questa trovata che l’economia dell’immaginario raggiunge l’apice, alimentandosi con contenuti gratuiti diffusi dall’onanismo tecnologico dei fruitori. Come se, nel XIX secolo, l’operaio avesse dovuto procurarsi il telaio e il filo da tessere, oltre a stare venti ore in fabbrica a fabbricare panno.

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L’irresistibile monopolio Usa

Ciò che poco si sottolinea, tuttavia, è che il grande tendone del Circo contemporaneo, esibisce una rutilante livrea a Stelle&Strisce. L’immaginario statunitense, insomma, domina il mondo, e non soltanto per i suoi film, la sua musica o i suoi libri, ma soprattutto in virtù dello straordinario progresso tecnologico che negli Usa si è sviluppato.

I giganti di Internet non sono solo aziende che fatturano miliardi. Sono anche luoghi d’incontro globale e fabbriche di metadati, esattamente come accade per le grandi compagnie telefoniche e i padroni delle reti sottomarine. Il Circo, insomma, non è solo lo spettacolo, ma anche il tendone stesso.

Detto ciò può essere interessante conoscere meglio lo spettacolo, ossia l’industria culturale statunitense, e a tal fine il rapporto del Dipartimento si rivela molto utile. Il settore Media&Entertainment (M&E) – lo spettacolo appunto – viene suddiviso in quattro grandi aree: il cinema, la musica, i videogiochi, l’editoria. Per ognuno di questi sotto settori viene svolta un’analisi quantitativa e qualitativa e poi si osservano i sette mercati principali dove il Circo Usa fa i suoi numeri migliori, ossia, in ordine d’importanza, l’UK, la Cina, l’India, il Brasile, il Messico e la Germania. Il rapporto suddivide questi Paesi in due sottogruppi, il primo comprende i paesi che sono a loro volta dotati di un forte settore di M&E, il secondo i paesi emergenti. Quindi viene svolta un’analisi ulteriore con un focus sui paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia) e poi si illustrano i benefici che il TPP, il trattato trans-pacifico dal quale Trump ha detto di recente di voler recedere, potrebbe portare all’industria Usa.

Il settore, viene inoltre sottolineato, è soggetto a una profonda rivoluzione, provocata dallo sviluppo delle piattaforme tecnologiche di sharing e soprattutto dai notevoli cambiamenti che stanno interessando il copyright e la proprietà intellettuale.

«Molti dei paesi osservati in questo report, inclusi gli Stati Uniti, stanno rivedendo le norme sul copyright e la proprietà intellettuale, così come le regole che riguardano internet e l’economia digitale», evidenzia.

Al netto di tali cambiamenti in corso, rimane il fatto che «gli Stati Uniti vantano la più grande quota globale dei guadagni per il cinema, la musica, la pubblicazione di libri e videogiochi». Quest’anno si prevede che «la Cina diventerà il secondo mercato, seguita da Giappone, Germania e Regno Unito». Ma intanto «il mercato statunitense M&E rappresenta un terzo del settore a livello mondiale e raggiungerà un valore di circa 771 miliardi entro il 2019, rispetto ai 632 miliardi nel 2015», secondo quanto stimato da un rapporto della PricewaterhouseCoopers (PWC).

In dettaglio, il cinema ha originato un surplus di bilancia commerciale pari a 16,3 miliardi nel 2014, ultimo anno per il quale sono disponibili dati. Il settore ha raggiunto ricavi per 10,3 miliardi nel 2015, in crescita del 7% rispetto al 2014 e vede il settore dello streaming crescere al ritmo del 15% nel 2015. Entro il 2019 si stima che questo settore supererà i 12,6 miliardi di valore, con una quota crescente verso lo streaming.

Anche il cinema, infatti, sta subendo il cambio di abitudini dei consumatori che preferiscono sempre più vedere un film a casa in streaming e poi magari commentarlo sui social media, ossia altre piattaforme Usa. Va sottolineato che molti studios sono conglomerati che al loro interno hanno anche televisioni, giornali, magazine, e servizi di streaming. In sostanza sono enormi produttori di contenuti.

Il settore musicale, di cui si lamentano i bassi tassi di crescita, pesa comunque 15 miliardi di dollari e si osserva in crescita robusta nei sottosettori live and digital streaming, che valgono 8,7 e 11,2 miliardi. Il futuro è nei giganti hi-tech che vendono musica a pagamento, con Apple che ha già la metà dei sottoscrittori della svedese Spotify, che mantiene ancora la leadership della distribuzione, ma non certo dei contenuti. In pratica vende musica Usa.

Il settore publishing pesa sessanta miliardi di dollari l’anno, è il più grande del mondo e vale tre volte quello della Germania. Si stima che entro il 2019 il 45% sarà editoria digitale, visto che l’editoria stampata sta declinando drasticamente negli Usa e nel resto del mondo. E anche qui si nota l’emergere prepotente di realtà come Amazon, che adesso sta aprendo magazzini per i libri fisici accanto a quelli digitali. E Amazon non è certo cinese e neanche tedesca.

Infine, il settore dei videogame, il più giovane di tutti, è quello che vale di più: parliamo d un’industria da 100 miliardi di dollari in costante espansione e sempre sul filo dell’innovazione, specie adesso che si è effettuata la saldatura fra contenuto e rete. «L’industria si è evoluta rapidamente nel social&casual gaming sector». Ormai, per fare un esempio, gli sport elettronici stanno diventando preponderanti.

Questa rapida ricognizione serve ad apprezzare il significato economico, industriale e soprattutto sociale, della fusione annunciata fra Time Warner, gigante dei contenuti, e At&t, gigante telefonico. In pratica si stanno generando pochi enormi monopolisti che gestiscono insieme il Circo e lo spettacolo allo scopo di raggranellare un numero crescente di spettatori: i consumatori.

E sono proprio loro, i consumatori, che hanno generato la rivoluzione più profonda nel Circo globale, visto che «stanno creando sempre più contenuti che divengono popolari su Youtube (acquistata da Google, ndr) o altri network (social media, ndr) che hanno regalato a molti una fama globale over-night». Il famoso quarto d’ora di celebrità, ormai divenuto un quarto di minuto, che seduce masse crescenti di persone, che cercano di far fortuna con lo show business, evidentemente percepito come unico viatico a una vita di successo.

Così, con la partecipazione degli spettatori allo spettacolo, il Circo diventa il luogo ideale della nostra contemporaneità. L’economia dell’immaginario, con i valori sociali e politici che incorpora, potrebbe riuscire dove l’economia della fabbrica ha fallito: impegnare completamente il tempo dei suoi fruitori.

L’unico problema è che il Circo non è gratis, al contrario: nonostante la vulgata, è parecchio costoso, e non soltanto perché occorrono device e connessione, ma anche perché bisogna comunque mangiare, vestirsi e avere un tetto sulla testa.

L’auspicio di Keynes che queste cose sarebbero state a disposizione di tutti entro un secolo non vuol dire che non costino e che qualcuno non debba farsene carico. Che fare allora? Sono in molti a farsi questa domanda e sarà pure un caso, ma mentre l’economia dell’immaginario segnava le sue pietre miliari, un’altra idea antica, vi affiancava le sue: quello che oggi chiamiamo reddito di cittadinanza e che proprio negli Usa, la patria del Circo, ha trovato entusiasti cantori anche di recente, come sa chiunque abbia letto il libro di Robert Reich Come salvare il capitalismo. Avere masse sognanti e sazie è il sogno di ogni regime. Ai tempi dei romani era il panem et circenses. Oggi il reddito è la rete. Non è poi così diverso.

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