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Cane mangia cane

Dobbiamo davvero difendere l’italianità dei capitali quando italianità è sinonimo di commistione tra pubblico e privato, tra plutocrati e cleptocrati pronti a banchettare sulla pelle del Paese? Il grande Leviatano non è più solo la cosa pubblica, ormai è forma ibrida e mutante che incrocia Stato e mercato, cancellando ogni autonomia del politico e creando le condizioni più vantaggiose per agevolare il meccanismo di estrazione.

18 febbraio 2017

Agitata da destra a sinistra, dall’Europa agli States, dall’Inghilterra della Brexit all’America di Donald Trump, brandita lungo le cento sfumature del cosiddetto campo populista come clava con cui colpire alternativamente gli assetti dei mercati globali o gli equilibri dell’Unione europea, la questione della sovranità nazionale sembra travalicare la scena politica e chiamare direttamente in causa Monsieur le Capital. La questione può essere ridotta a una domanda: quando si parla del controllo di asset strategici, ha senso evocare l’appartenenza nazionale?

Dall’autunno scorso, in Italia si grida alla “minaccia francese” in virtù d’una serie di acquisizioni ostili – operate o solo annunciate – con cui raider transalpini hanno inquadrato nel mirino aziende, fondi e istituti bancari del Belpaese. L’interesse francese per l’Italia è indiscutibile, e altrettanto indiscutibile è l’atavica debolezza del capitalismo nostrano. Tuttavia, la levata di scudi in nome dell’italianità contro l’invasore d’oltralpe merita una riflessione accurata.

A livello generale va rilevata la preoccupazione del capitale europeo per le tensioni politiche legate a un futuro incerto e in particolare al 2017, l’anno delle grandi tornate elettorali. In questo quadro, le sorti di Francia e Italia sembrano legate a doppio filo, e intrecciate a loro volta alla tenuta dell’Ue: l’uscita di Roma o Parigi dall’unione continentale, infatti, segnerebbe in automatico la fine della moneta unica.

I due Paesi presentano altre somiglianze: da una parte e dall’altra delle Alpi, infatti, si consuma la crisi dei grandi partiti tradizionali, mentre monta una forte spinta sovranista, e le sinistre vivono una fase di profonda ri-articolazione. E analoghe sono le passioni che si agitano nei corpi sociali: l’atteggiamento refrattario verso l’austerità imposta dalla Germania e, al contempo, la grande paura per scelte che potrebbero segnare il salto nel vuoto di un ritorno alle valute nazionali.

In questa prospettiva, il rapporto tra i due Paesi può essere interpretato non in una logica predatoria, con i francesi nella parte degli invasori, bensì come occasione per fronteggiare lo strapotere di Berlino. Nel risiko delle acquisizioni, la contiguità di molti settori economici potrebbe portare alla costituzione di veri e propri campioni europei in grado di competere a livello planetario: il lusso, il turismo, l’alimentazione, l’intrattenimento sono soft industries con fatturati in continua crescita. E la stessa finanza deve raggiungere masse critiche adeguate ai competitor globali, favorendo al contempo la crescita delle aziende.

Ed è proprio al livello dei mercati finanziari che si colloca il nodo cruciale dell’intrico. È noto come la situazione delle banche italiane sia precipitata nell’ultimo anno, mentre gli istituti di credito francesi godono di una condizione patrimoniale decisamente più solida. Il capitale francese è presente in quasi tutte le istituzioni finanziarie italiane. All’inverso, il nostro risparmio è sicuramente una preda succulenta per le sue dimensioni, mentre il debito pubblico è una zavorra per la crescita del Paese ed è detenuto in gran parte dalle banche italiane e dalla Bce.

In un quadro di questo tipo, i flussi di capitale che scavalcano le Alpi rappresentano davvero un pericolo? Oppure possono rafforzare le strutture delle aziende italiane storicamente sottocapitalizzate? Nel compiersi di un vero processo d’integrazione europea, la nazionalità del capitale aziendale avrà importanza?

Vale la pena dismettere la retorica vittimaria, e considerare come il capitalismo italiano sia a sua volta predatorio quando individua delle opportunità d’integrazione. Se accettiamo le logiche dei mercati globali, come possiamo temere i flussi di capitale provenienti dall’estero?

Il “sovranismo” finanziario è una contraddizione in termini in un quadro ampio di convergenza. I capitali transnazionali sono estrattivi per definizione, ma ricevere capitali esteri alleggerisce anche dai rischi collegati a debolezze “domestiche”. La difesa dei confini dovrà riguardare esclusivamente la capacità di approvvigionamento energetico a un costo competitivo e quella di acceso al credito. Su tutto il resto dovrebbe valere il principio del “cane mangia cane”, tenendo ferme le prerogative dello Stato che, sull’onda di un’auspicabile inversione di tendenza, andrebbero rafforzate per garantire a tutti un’educazione e una sanità di primo livello insieme a un’equa redistribuzione della ricchezza.

Del resto, le politiche che hanno attaccato la centralità del pubblico e sospinto il vento della preminenza del mercato sono forse attribuibili ai capitali esteri? Esiste davvero una differenza tra un rentier francese e uno italiano?

A prescindere dalla sua nazionalità, ogni rentier reinvestirà i suoi capitali nel migliore degli ecosistemi possibili alla ricerca delle maggiori plusvalenze possibili. E allora è bene non farci ingannare da finte questioni, non abboccare ai diversivi, e concentrare gli sforzi per tutelare il lavoro, omogeneizzare i regimi fiscali e combattere il gioco al ribasso che comprime salari e redditi.

Non ci è concesso provare nostalgia per i capitalisti made in Italy.

La privatizzazione di Telecom Italia fu uno smembramento in stile Federazione russa post-1990, l’espianto di organi vitali da cedere ai migliori offerenti salvo lasciare il resto del corpo a decomporsi.

Non è possibile provare nostalgia per coloro che avrebbero trasformato BNL in un Monte Paschi ante litteram.

L’espressione “fare sistema” è vuota, è la formula di una lingua di legno che nasconde la realtà. Per il capitalismo italiano “fare sistema” ha coinciso col processo predatorio di asset stripping, di acquisizione – prima – e smantellamento, dopo, di società e aziende: pratica garantita dalla ventennale complicità delle istituzioni.

Grandi capitani d’industria si sono tutti tuffati nel circo delle privatizzazioni comprando attività in regime di monopolio e con una garanzia di rendimento dettata da tariffe protette.

Quando Francis Fukuyama annunciò al mondo la fine della Storia, la politica italiana lo prese alla lettera preoccupandosi di regalare importanti pezzi di aziende pubbliche a rentier nazionali che spolparono ciò che c’era da spolpare per poi reinvestire i proventi all’estero o convertirli in strumenti finanziari.

Dobbiamo davvero difendere l’italianità dei capitali quando italianità è sinonimo di commistione tra pubblico e privato, tra plutocrati e cleptocrati pronti a banchettare sulla pelle del Paese?

Il grande Leviatano non è più solo la cosa pubblica, ormai è forma ibrida e mutante che incrocia Stato e mercato, cancellando ogni autonomia del politico e creando le condizioni più vantaggiose per agevolare il meccanismo di estrazione.

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