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Blade Runner 2049

Superate, dopo molti anni, le perplessità, le incertezze, i timori e le difficoltà, gli studios hollywoodiani hanno infine deciso di realizzare il seguito di uno dei capolavori della storia del cinema. Blade Runner is back. Ma puoi bissare un capolavoro?

26 ottobre 2017

Repetita iuvant!

Devono averlo pensato anche ad Hollywood negli anni Sessanta del ventesimo secolo, quando nacque l’idea di replicare i film di successo.
Perché tentare nuove strade se si può percorrere quelle già collaudate con successo?
Perché non riutilizzare la formula che ha già funzionato una volta invece di rischiare con sperimentazioni nuove?
Impossibile, quindi, resistere alla tentazione di dare un seguito a un film di successo.
Quando si scopre una miniera d’oro, si continua a scavare, fin quando non si è sicuri che di oro non ne sia rimasto neanche un grammo.
E così, sebbene sia risaputo che i sequel costino di più e incassino di meno, e che inoltre siano sempre meno belli del film originale, oggi più che mai tornano a godere di grande vitalità.
Alcuni film si prestano più di altri ad avere seguito, come per esempio i comic movies che hanno già una matrice seriale (sono infatti trasposizioni cinematografiche dei supereroi a fumetti), altri decisamente meno, in quanto opere singole e conchiuse.

Superate, dopo molti anni, le perplessità, le incertezze, i timori e le difficoltà, gli studios hollywoodiani hanno infine deciso di realizzare il seguito di uno dei capolavori della storia del cinema. Blade Runner is back.

Ma puoi bissare un capolavoro?

Trent’anni sono passati da quando Rick Deckard diede la caccia al replicante Roy Batty e ai suoi compagni.

Trentacinque da quando uscì al cinema il film che ne narrava la storia.

Un lasso di tempo molto lungo, forse, che rendeva ancora più azzardato il tentativo di raccontare cosa fosse successo a Deckard e a Rachael dopo la loro fuga.

Il rischio di un fiasco era alto ma Ridley Scott (stavolta in qualità di produttore esecutivo) è stato tra quelli che lo hanno accettato.

La produzione ha fatto le cose in grande stile: budget da 185 milioni di dollari; ben 164 minuti di durata; scenografie spettacolari; sceneggiatura scritta di nuovo da Hampton Fancher in collaborazione con Michael Green (Alien: Covenant, Logan – The Wolverine); regia e direzione della fotografia affidate rispettivamente al canadese Denis Villeneuve (Prisoners, Sicario, Arrival) e al maestro inglese pluricandidato all’Oscar Roger Deakins (Il grande Lebowski, Le ali della libertà, A Beautiful Mind); musiche dell’eccellente e prolifico compositore tedesco Hans Zimmer (The Dark Knight Trilogy e tutte le altre pellicole di Christopher Nolan, Il gladiatore, Il re leone); ritorno dei personaggi a cominciare da Ford/Deckard, a cui se ne aggiungono di nuovi come quelli di Ryan Gosling, Dave Bautista, Robin Wright e Jared Leto.

Ancora una volta il protagonista è un cacciatore di replicanti, senza un vero nome che lo identifica ma un numero seriale: K D 6 / 3.7.

Dopo avere portato a termine un incarico, l’agente K scopre in maniera fortuita un torbido segreto che, se venisse a galla, minerebbe l’ordine costituito.

Il suo superiore gli ordina di non parlarne con nessuno e gli affida una missione che, per la prima volta, fa nascere in lui degli scrupoli di coscienza.

La trama di Blade Runner 2049 ricorda agli spettatori più accorti quella di un film di fantascienza degli anni Settanta intitolato 2022: I sopravvissuti (Soylent Green, Richard Fleischer, 1973), in cui il poliziotto protagonista, indagando sull’omicidio di un importante uomo politico, viene a conoscenza di uno sconvolgente segreto di stato che la vittima stava per rendere di dominio pubblico e che i mandanti dell’assassinio volevano celare.

Sempre da 2022 può essere stata mutuata l’idea del mondo sovrappopolato e il ricorso ai cibi sintetici per scongiurare le carestie.

Ma il film di Villeneuve è possibile che sia stato in parte influenzato anche da un capolavoro degli anni Sessanta, da cui ha avuto origine una saga fantascientifica che ancora non conosce la parola fine: Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes, Franklin Schaffner, 1968), in cui sono rintracciabili temi quali la discriminazione e la divisione di classe.

Uomo-scimmia e replicante-uomo sono due contrapposizioni che infatti presentano delle analogie.

L’uomo in stato di sudditanza della scimmia, l’animale a cui maggiormente somiglia e da cui discenderebbe.
Il replicante in stato di sudditanza dell’uomo, a cui somiglia alla perfezione e a cui deve la sua esistenza (l’unica discriminante sta nel fatto che è un essere creato e non nato, frutto quindi di una evoluzione tecnologica e non biologica).
Quindi se nel primo scenario fantascientifico l’uomo è considerato inferiore dalla specie dominante rappresentata dalle scimmie e ridotto in schiavitù, nel secondo scenario l’uomo ha invece la supremazia e non ha bisogno di imprigionare altri esseri viventi per usarli come schiavi: perché può crearli grazie alla bioingegneria.
Nel film Il pianeta delle scimmie l’astronauta di nome Taylor cerca inizialmente di liberarsi dalla condizione di schiavo, per motivi di sopravvivenza, ma poi lotta per qualcosa di diverso e cioè il riconoscimento della sua dignità da parte della società egemone che gliela nega.

Ed è questa la novità principale in Blade Runner 2049: i replicanti non desiderano più solo darsi alla fuga e nascondersi in mezzo agli uomini, ma vogliono che gli sia concesso il diritto alla coesistenza, vogliono l’integrazione.

Hanno acquisito una maggiore consapevolezza, specialmente dopo che si è verificato il “miracolo”.
A differenza del film del 1982, non esistono quasi più singoli fuggitivi ma gruppi organizzati e intenzionati a rivendicare la loro appartenenza a una nuova categoria sociale.

Nel film del 2017 gli antagonisti non sono i replicanti, ma i rappresentanti della compagnia che li produce e i funzionari delle istituzioni.

I replicanti da antagonisti diventano protagonisti, non a caso K è senza nessuna ambiguità uno di loro.
Blade Runner 2049 ha il pregio di essere certamente un film di grande impatto visivo, nonostante la compresenza di alcune immagini eccessivamente fredde e asettiche.
Qualcuno ha detto che è un film “troppo filosofico”.
Non avrebbe importanza se si trattasse di un film cinese o giapponese perché in Oriente la filosofia si sposa con la poesia, ma in Occidente la filosofia – ahimè – si accompagna con la scienza.
E la scienza fa pensare a qualcosa di freddo e asettico come il bisturi di un chirurgo, a cui la filosofia occidentale non contribuisce certo a smussarne la lama.

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