Fascismo-pop: dal brand allo sdoganamento - I Diavoli

L'intervista

Fascismo-pop: dal brand allo sdoganamento

Da un lato la normalizzazione dell’immagine dell’estrema destra, il nuovo “sdoganamento” di chi si dichiara “erede del fascismo”, dall’altra gli spazi mediatici, concessi soprattutto a Casa Pound, rappresentano una sorta di chiusura del cerchio: un fenomeno che più esiste più se ne parla, specie in tv, e per questa stessa via sembra divenire sempre più consistente. Ci troviamo davanti a una sorta di sua "professionalizzazione”. [Dall’intervista a Guido Caldiron]

1 febbraio 2018

Per continuare le indagini sul neofascismo, sul costante aumento della sua esposizione mediatica in Italia e, in particolare, sul marchio oramai egemonico di Casa Pound, i diavoli si sono rivolti a Guido Caldiron, uno dei più esperti studiosi di vecchie e nuove destre.

Giornalista, saggista, appassionato di sottoculture, attualmente Caldiron scrive su «Il Manifesto» e «MicroMega», collabora con radio e televisioni, oltre ad avere scritto diversi libri, tra cui segnaliamo: Banlieue (Manifestolibri, 2005), Populismo globale (Manifestolibri, 2008), L’impero invisibile (Manifestolibri, 2010), Estrema destra (Newton Compton, 2013), I segreti del quarto Reich (Newton Compton, 2016), WASP L’America razzista dal Ku Klux Klan a Donald Trump (Fandango, 2016).

Lo ringraziamo calorosamente per queste sue pronte e competenti risposte.

I) Il quarantennale di Acca Larentia, al di là della battaglia sui numeri, è stato abbastanza impressionante. Cosa ne pensi? Ha anche segnato la definitiva egemonia di Casa Pound, che organizzava la marcia, sui vari gruppi dell’estrema destra romana e non solo?

L’aspetto più significativo di quella manifestazione, al di là del numero effettivo dei partecipanti, riguarda proprio la sensazione che Casa Pound abbia imposto la propria egemonia al resto degli ambienti dell’estrema destra romana e, per certi versi, dell’intero paese, organizzando, gestendo e legando la propria sigla a quello che rappresenta uno dei principali “luoghi della memoria” neofascista.

Vale a dire a una data e una celebrazione che racchiudono da sempre l’identità profonda e il passaggio di testimone da una generazione all’altra di quello stesso mondo.

Se si considera che in precedenza c’era stata la manifestazione gestita in comune con il gruppo di Lealtà e Azione al Campo X del cimitero maggiore di Milano all’indomani del 25 aprile, quindi in un territorio lontano dalla Capitale, dove Cpi ha la propria roccaforte organizzativa, si può capire che la marcia per Acca Larentia suggelli in qualche modo questa tendenza egemonica, malgrado l’abituale rissosità che caratterizza il circuito dell’estrema destra.

Inoltre, va segnalato come tutto ciò avvenga nel momento in cui la formazione guidata da Gianluca Iannone e Simone Di Stefano si è ormai accreditata come la sola in grado di competere, a livello locale ma talvolta con ottimi risultati, anche sul piano elettorale e, per così dire, della politica “mainstream”, superando da più punti di vista i limiti tradizionali della presenza organizzativa e del profilo politico del neofascismo.

II) A proposito di Casa Pound – i cui militanti sono implicati in aggressioni e omicidi di stampo fascista (da Firenze a Fermo) o in strane trame economico-politiche (il commando che uccide il cassiere di Mokbel, autore della truffa Telecom-Sparkle) –,  diversi politici e importanti giornalisti hanno accettato di partecipare a dibattiti tenuti nelle loro sedi, legittimandoli come interlocutori politici. Come siamo arrivati a questo?

Credo che per riflettere sull’intera questione di quella che si può definire come la “rinnovata visibilità mediatica” di Casa Pound, e il suo progressivo “sdoganamento” a vari livelli, vadano presi in esame diversi aspetti.

Limitarsi a lanciare i propri strali nei confronti di chi dialoga con questi personaggi, si tratti dell’ambito del giornalismo, come di quello della cultura o del mondo politico, e li tratta come “esponenti politici” come tutti gli altri, temo non aiuti ad affrontare in profondità il tema e la vera sfida che cela.

Non si possono infatti isolare queste vicende dal contesto complessivo in cui si stanno producendo e dalle tappe progressive attraverso le quali si è giunti a tutto ciò. Il rischio è altrimenti quello di non comprendere quale sia la reale posta in gioco. Con qualche evidente generalizzazione si può riassumere la situazione nei seguenti termini.

Il primo elemento da considerare è la “normalizzazione” della vicenda storica del fascismo, che si è per certi versi imposta nel nostro paese nell’arco degli ultimi decenni, già prima dell’affermazione elettorale del centro-destra a partire dal 1994, elemento che ha accelerato un processo già in atto perlomeno dalla stagione craxiana.

Se “il fascismo” non rappresenta più un nodo problematico della storia nazionale – l’elogio di “quanto di buono” fatto durante il Ventennio è merce abituale di molti talk-show come di ricorrenti dichiarazioni di politici e commentatori dell’area del centrodestra –, è chiaro che a parte chi si presenti con un profilo “mostruoso” (citazione dei 10 punti pubblicati sull’Espresso da Zerocalcare), elogiando Hitler e con i tatuaggi in faccia,  finisce per essere percepito da una parte del mondo dell’informazione sotto una diversa luce rispetto al passato.

Lo stesso si dica del fatto che, in un paese in cui non ci si scandalizza più per un candidato che dice di voler “difendere la razza bianca” dagli immigrati, non solo uno slogan terrificante come «prima gli italiani» finisce per essere banalizzato, ma chi ne fa il proprio emblema, la Lega di Salvini come Casa Pound, sembra incarnare una posizione “legittima” tra le tante. Una situazione che non ci piace, ma che è sotto i nostri occhi.

Resta perciò il nodo della violenza, la lunga serie di vicende in cui figure legate a vario titolo a Cpi sono state coinvolte nell’ultimo decennio e di cui si dovrebbe chiedere conto agli esponenti di questa formazione durante ogni loro presa di posizione o incontro pubblico.

Anche in questo caso, però, sappiamo che, proprio in virtù della banalizzazione progressiva del discorso pubblico sul fascismo, molte di queste tragedie sono state derubricate negli anni a “violenze tra balordi”, “il gesto isolato di un pazzo” e via di questo passo…

Infine, non si può mancare di sottolineare come una delle caratteristiche peculiari del progetto incarnato da Cpi sia proprio quello di definire, sulla scorta del revisionismo da talk televisivo di cui si è parlato fin qui, una sorta di “fascismo pop”, dapprima trasformando elementi della sottocultura bonehead in qualcosa di accessibile al “grande pubblico” – su tutti l’operazione politica di partenza condotta attraverso gli ZetaZeroAlfa – e quindi  alternando alla leadership “di strada” della prima ora quella dello “squadrismo mediatico”, figure “in giacca e cravatta”, in qualche modo immaginate proprio per il format della politica-spettacolo e del mainstream televisivo. Ciò detto, la riflessione su questi temi necessiterebbe, ovviamente, di molto più spazio.

III) Nonostante internet e i social network siano considerati i nuovi media e/o i canali di informazione più usati, alla fine l’elettore decide in base alla televisione. Anche il Movimento 5 Stelle se n’è accorto. Questa enorme esposizione mediatica di Cpi è speculare a un loro effettivo radicamento e sviluppo sul territorio, e quindi è in qualche modo dovuta? O è invece eccessiva, e rischia di contribuire alla crescita di questo movimento ben oltre le loro effettive capacità?

Da un lato la normalizzazione dell’immagine dell’estrema destra, il nuovo “sdoganamento” – dopo quello di inizio anni Novanta – di chi si dichiara “erede del fascismo”, dall’altra gli spazi mediatici concessi soprattutto a Casa Pound rappresentano una sorta di chiusura del cerchio: una cosa più esiste più se ne parla, specie in tv, e per questa stessa via sembra costituire un fenomeno sempre più consistente. Ciò detto, è innegabile che più che a una crescita numerica del fenomeno si assiste, probabilmente, e in particolare nel caso di Cpi, a una sorta di sua “professionalizzazione”.

Nel senso che la dimensione del “fascismo pop” cui facevo riferimento è strettamente legata anche al modello organizzativo che Cpi sembra aver adottato e che può essere paragonato in qualche modo alla formula del franchising commerciale.

Una volta definito un “marchio” che comincia ad affermarsi – e in questo consiste l’utilizzo ai propri scopi dei media –, prima ancora delle grandi tv nazionali e della stampa locale, il cui impatto è comunque e spesso sottostimato da questo punto di vista, può rivestire un ruolo molto importante l’esportazione del marchio stesso – in questo caso fuori da Roma, dove è nata la casa-madre –, proponendo che venga adottato da gruppi locali del resto del paese, che però devono rispettare alcune caratteristiche quanto alla propria immagine esterna, alle proprie parole d’ordine, alle campagne che verranno condotte.

L’effetto finale rimanda proprio alla definizione di un “brand” politico-comunitario, più che alle vecchie forme della militanza neofascista.

Per ricorrere a un’immagine si possono citare le carrellate di foto che ha ospitato abitualmente il sito di Cpi e che mostrano un identico striscione, con gli stessi colori, lo stesso stile grafico e il medesimo slogan affisso in una determinata ricorrenza in tutte le località dove esiste un nucleo che si riconosce in Cpi. È chiaro che, per ogni media, è facile relazionarsi con una simile formazione, che indica anche in provincia responsabili stampa e portavoce più sul modello di un partito che di un movimento, e che da questo incontro esca un’immagine di attivismo e organizzazione spesso ben più consistente che nella realtà.

IV) In Europa – dall’Inghilterra alla Germania, dalla Francia all’Austria alla zona Visegrád – i neofascisti, travestiti da populisti o meno, hanno sbancato le elezioni. Finora in Italia si è detto che il M5S avesse fatto da tappo, è vero? Nel caso, visto che tra un mese si vota, cosa prevedi? Il tappo c’è ancora o è saltato?

In realtà la frase, più volte ripetuta da Grillo, «senza di noi sarebbe arrivato qualcosa come Alba Dorata», è vera a metà.

Nel senso che nel suo essere “né di destra né di sinistra”, proprio il M5S propone quel superamento delle identità dicotomiche del novecento, che è sempre stato auspicato dai fascisti, sia al sorgere di tali movimenti dopo la Prima Guerra Mondiale che dopo il 1945.

D’altro canto è chiaro che, senza una tale forza politica, una parte di quell’elettorato avrebbe potuto rivolgersi a formazioni ancor più marcate in termini identitari e anti-migranti di quanto non siano già i 5 Stella, sia pur senza un preciso orientamento ideologico, espresso nelle forme tradizionali della politica.

Quanto alle prospettive elettorali dell’estrema destra e della “nuova destra”, si deve considerare come la sola somma delle intenzioni di voto per Lega e Fratelli d’Italia – il blocco del «prima gli italiani» – in vista del voto di marzo superi già il 20%, quindi una percentuale degna di simili partiti del resto d’Europa.

In questo contesto credo che formazioni come Casa Pound possano conoscere risultati importanti solo a livello locale, magari giocando un qualche ruolo nei confronti del centrodestra – come potrebbe accadere ad esempio nelle regionali del Lazio –, ma che la situazione del nostro paese giochi a favore di una loro possibile crescita.

In quanto, gran parte delle loro parole d’ordine, sono ormai entrata nel vocabolario abituale della politica “ufficiale”.

Più che una crescita elettorale, al momento, si può immaginare però un ruolo dialettico che si potrà sviluppare in relazione con le amministrazioni guidate dal centrodestra o con un eventuale esecutivo guidato da Forza Italia, FdI e Lega.

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