La criminalità dal locale al globale - I Diavoli

Intervista a Fabio Armao

La criminalità dal locale al globale

Negli ultimi venticinque anni, da Tangentopoli in poi, le organizzazioni mafiose hanno acquisito un potere sempre maggiore e sistemico. Si sono perfettamente adattate ai nuovi scenari economici e, con la complicità della politica, hanno dimostrato di sapersi evolvere con straordinaria efficacia dal locale al globale. Quello della criminalità, è oggi un mercato sempre più internazionale e in continua espansione. Ne abbiamo parlato con Fabio Armao, docente di Relazioni internazionali all’Università di Torino ed esperto in materia.

18 giugno 2018

Italia, una democrazia a partecipazione mafiosa?

 Impazza una crisi istituzionale senza precedenti, nel nostro paese in cui le crisi, anziché risolversi, sembrano accumularsi anno dopo anno e alimentarsi l’una con l’altra.

Proprio Italy from Crisis to Crisis è il titolo di un importante volume di taglio accademico a cura di Matthew Evangelista (Routledge, New York, 2018), che contiene fra gli altri un contributo di Fabio Armao, docente di Relazioni internazionali all’Università di Torino, sulla drammatica ascesa dei poteri mafiosi nel nostro paese.

Lo abbiamo intervistatoper approfondire le dinamiche e sorti di questo tema, tanto delicato da affrontare quanto urgente.

Professor Armao, nel suo recente saggio sostiene che la democrazia italiana non è minacciata soltanto dalle crisi politica, economica e sociale, ma anche da una “crisi di legalità”, tanto drammatica quanto sottovalutata, di cui sono protagoniste le mafie.

Sì, è in atto una profonda crisi di legalità, sebbene il tema sia totalmente trascurato, salvo quando emergono nuove sconvolgenti inchieste giudiziarie.

Del resto, fin dal secondo dopoguerra i poteri mafiosi si sono sviluppati anche a causa della costante sottovalutazione da parte delle istituzioni e delle scienze sociali.

Alla base di tutto c’è un malinteso: le mafie non sono né un residuo del sottosviluppo né un esempio di mancata modernizzazione, sono attori straordinariamente moderni con grandi capacità di adattamento.

Non sono – come siamo abituati a pensare – organizzazioni puramente criminali, dedite soltanto alle estorsioni o a traffici illeciti: la peculiarità delle mafie è il radicamento sul territorio, dove svolgono attività illegali, certo, ma soprattutto intessono rapporti con la società civile e con le élite politiche ed economiche, in particolare entrando nel sistema degli appalti.

E poi bisogna tenere conto che se le mafie prosperano in Italia e in moltissime zone del pianeta, è soprattutto perché rispondono a domande presenti nella società.

Si riferisce alla domanda di beni illeciti, come le droghe?

Gli affari criminali derivano proprio dall’esistenza di beni illeciti richiesti dalla popolazione, come è evidente nel caso della droga.

Il problema del narcotraffico viene letto soprattutto dal lato dell’offerta: da decenni tutte le strategie degli Usa si basano su una fallimentare “guerra alla droga”, di cui sono teatro i luoghi di produzione e di transito, mentre nessuno ha voglia di interrogarsi sul banale fatto che se il mercato delle droghe continua a prosperare nonostante tutto, è perché esiste una domanda di droghe, peraltro crescente, nel mondo occidentale.

È ciò che emerge anche da serie tv come Narcos e Gomorra, o dai libri di Don Winslow e Roberto Saviano al cui serbatoio narrativo la serialità sta sempre più attingendo.

La droga è l’esempio più macroscopico, ma lo stesso vale anche per alti tipi di traffici.

Pensiamo,ad esempio, allo smaltimento dei rifiuti tossici gestito dalle cosiddette ecomafie: ci sono imprenditori che producono beni perfettamente leciti ma che hanno interesse a farsi offrire un servizio a un costo più basso, violando le norme ambientali.

A tale richiesta provvedono le organizzazioni criminali.

Come riportano numerosi studi – da ultima la relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia – negli ultimi vent’anni, in Italia, c’è stata una trasformazione dei poteri mafiosi. Le organizzazioni criminali si sono “inabissate”: il ricorso alla violenza è sempre meno frequente o comunque meno visibile, ma al tempo stesso sembra aumentata la loro capacità di infiltrarsi nell’economia legale e nella politica. Il confine fra ciò che è legale e ciò che è illegale è sempre più labile: allude a questo quando parla di “crisi della legalità”?

 Esattamente. Negli ultimi 25 anni, da Tangentopoli in poi, le organizzazioni mafiose hanno acquisito un potere sempre maggiore. Mani pulite scoperchia agli occhi dell’opinione pubblica la corruzione che riguardava il sistema politico della cosiddetta Prima repubblica.

Ma mentre le inchieste della magistratura e i processi smantellano il sistema, si determina una sorta di vuoto di potere nel settore della corruzione, una corruzione già da tempo diventata endemica.A riempire questo vuoto sono soprattutto le mafie.

Venuti meno i partiti, i mafiosi diventano i principali interlocutori di quei personaggi della pubblica amministrazione o della politica ancora disponibili alla corruzione, corruzione che alimentano grazie alle immense risorse di liquidità provenienti dai traffici illeciti e alla capacità di spostare pacchetti di voti alle elezioni locali.

 Qual è la differenza rispetto alla vecchia corruzione politica pre-Tangentopoli, a cui comunque partecipavano già anche le mafie?

Si sente dire che “una volta si rubava per il partito, oggi si ruba per sé stessi”: beh, c’è un fondo di verità.

La corruzione degli anni Ottanta rivendicava ancora una sorta di “giustificazione politica”, un paravento autoassolutorio che oggi viene meno, perché i politici si fanno corrompere per banali motivi di arricchimento personale.

La cronaca suggerisce l’esempio delle grandi opere, come il Mose o l’Expo a Milano…

Sì, ma è “Mafia capitale” il caso più emblematico: l’apoteosi di un sistema in cui interagiscono rappresentanti dell’amministrazione locale, impresari, esponenti delle cooperative sociali, funzionari pubblici e membri delle organizzazioni criminali, oltre al milieu neofascista,in realtà di vecchio stampo.

Questi e altri scandali mostrano che dietro alla corruzione non ci sono esigenze di partito o politiche, ma organizzazioni di tipo clanico che mettono insieme politici, imprenditori, amministratori e mafiosi.

Quelle che, nel gergo giornalistico, vengono chiamate “cricche”.

 Proprio così. E c’è un’altra preoccupante differenza rispetto alle vecchie cricche: oggi il sistema della corruzione si giova di un elemento in più, una risorsa fondamentale apportata dalle organizzazioni criminali: la violenza.

Mentre per gli attori coinvolti esistevano delle vie d’uscita dalla corruzione politica pre-Tangentopoli, dal circuito della corruzione a partecipazione mafiosa non si può uscire liberamente, come non ci si può spostare da una clientela all’altra o da un patrono all’altro, perché sono presenti soggetti criminali pronti a ricorrere alla violenza.

Per esempio, dal processo “Minotauro” sulla ’ndrangheta in Piemonte, è emerso che le mafie usano sì metodi “soft” – offrendo risorse finanziarie o supporto elettorale –, ma quando occorre arrivano anche le telefonate minacciose, gli incendi dolosi, e addirittura, come nello stereotipo, le teste mozzate di animali morti davanti alla porta.

A proposito di ’ndrangheta in Piemonte: l’altra preoccupante evoluzione degli ultimi vent’anni è rappresentata da una vera e propria colonizzazione mafiosa di nuovi territori, nel Nord e nel Centro Italia.

 Le organizzazioni mafiose sono arrivate al Nord, ma da ben più di vent’anni. Anche qui dobbiamo registrare una folle sottovalutazione del fenomeno, che risale già agli anni Ottanta e persino Settanta. Fu la ’ndrangheta, su mandato di Cosa nostra, ad assassinare il procuratore di Torino, Bruno Caccia, nel 1983 (almeno a quanto risulta dalle ultime fasi del processo, che ancora si celebra a Milano).

Negli anni Settanta si era verificata nelle regioni settentrionali un’ondata di rapimenti a danno di imprenditori o loro familiari, commessi, come è noto, dall’Anonima sarda, ma anche dalla ’ndrangheta calabrese. Si pensò che il suo ambito d’azione si limitasse ai sequestri di persona, e non ci si rese conto che tutto il denaro incassato grazie a decine e decine di riscatti doveva essere reinvestito.

E infatti fu reinvestito, soprattutto nel traffico di droga: uno dei fattori che hanno permesso alle ’ndrine di fare uno straordinario salto di qualità criminale, anche a livello internazionale.

E se negli anni Settanta la presenza mafiosa al Nord ebbe origine anche grazie ai provvedimenti di confino disposti dalle autorità giudiziarie, oggi la colonizzazione della ’ndrangheta avviene per effetto di una strategia di espansione. Con un’altra importante novità:

Le mafie hanno mostrato una capacità sempre maggiore di praticare strategie “industriali”, di esternalizzazione dei costi ad altre organizzazioni.

Una sorta di divisione del lavoro criminale?

Esatto. La ’ndrangheta o Cosa nostra si insediano nei territori del Nord, ma non si occupano dello spaccio di droga, lo subappaltano ad altre organizzazioni, anche straniere.

A Torino c’è una forte presenza della mafia nigeriana: se è diventata così potente è perché serviva, all’interno della divisione del lavoro criminale, che a Torino ci fosse un’organizzazione di questo tipo – strutturata come una sorta di massoneria, con vere e proprie sette impermeabili che usano le loro subculture e i riti voodoo al fine di incutere terrore nelle persone – per gestire lo spaccio e la prostituzione.

 Del resto la criminalità organizzata si è rafforzata ed espansa in tutto il mondo: è uno dei protagonisti di maggior successo della globalizzazione.

 Le mafie si sono perfettamente adattate ai nuovi scenari economici e politici seguiti alla caduta del Muro di Berlino, mostrando di saper coniugare con straordinaria efficacia il globale al locale.

Da un punto di vista economico, oggi le organizzazioni criminali sono attori sempre più transnazionali, perché le merci illegali di cui si occupano (droga, armi, esseri umani) rispondono a dinamiche di “lunga distanza” che connettono i pochi e ristretti luoghi di produzione a una miriade di luoghi di vendita al dettaglio.

Tutto ciò richiede un apparato sempre più complesso anche per il riciclaggio dei profitti illeciti, il che comporta l’espansione in territori anche nuovi, nei quali si radicano grazie alla gestione di attività di copertura (esercizi commerciali, ristoranti, bar e altro).

Quello criminale è un mercato sempre più internazionale e sempre più articolato, integrato e diversificato: globale e locale insieme, appunto.

Nel frattempo, il capitalismo è stato profondamente trasformato da un processo di crescente finanziarizzazione: anche questo ha influito sull’ascesaglobale della criminalità organizzata?

 La forte competitività delle grandi organizzazioni criminali all’interno del “finanzcapitalismo” (uso l’espressione di Luciano Gallino), è dovuta alla loro eccezionale abilità commerciale.

Le mafie sanno infatti connettere punti distanti del pianeta per creare catene commerciali transcontinentali di prodotti con una speciale caratteristica: un costo bassissimo a un’estremità della catena e un costo elevatissimo all’altra estremità.

La materia prima da cui si ottengono l’eroina o la cocaina viene pagata una miseria ai contadini che coltivano oppio o coca, mentre durante i processi di raffinazione, distribuzione e vendita gli stupefacenti aumentano enormemente il loro valore.

Lo stesso vale per il traffico di esseri umani, che riproduce in modo drammatico meccanismi schiavistici che conosciamo da secoli, ma con la novità che gli schiavi sono costretti a pagare per il proprio trasporto.

Le organizzazioni criminali guadagnano sia dal viaggio sia dalla vendita locale di esseri umani forzati alla prostituzione, allo sfruttamento agricolo e così via.

In questo modo, le attività criminali realizzano profitti immensi…

Enormi quantità di denaro, che deve essere riciclato e che finisce per alimentare – e insieme soddisfare – la crescente esigenza di liquidità del sistema finanziario.

Ma rispetto alle grandi corporation finanziarie, le organizzazioni criminali hanno un vantaggio in più: continuano a commerciare!

Fanno fruttare i loro profitti inserendoli nel circuito finanziario (grazie ovviamente alla complicità di professionisti del mercato lecito: commercialisti, broker, banchieri eccetera) e, al tempo stesso, continuano a incassare denaro dai traffici illeciti.

 L’Italia ha inventato la mafia, ma anche l’anti-mafia: dal punto di vista della repressione giudiziaria, a partire dagli anni Ottanta sono stati messi a punto strumenti – legislativi e non –ritenuti d’avanguardia. Non crede che possano rappresentare un modello anche per altri paesi minacciati dai poteri mafiosi?

 Sono convinto che le strategie di contrasto alle mafie in Italia siano sempre state episodiche, discontinue, dettate dalla logica dall’emergenza.

Non c’è mai stata una reale intenzione politica di combatterle.

Solo l’indignazione popolare divampata dopo gli assassinii di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, spinse i governi in carica a fare qualcosa, soprattutto contro Cosa nostra. Ma nel medio-lungo periodo le strategie di contrasto alla mafia si sono dimostrate fallimentari.

Il motivo è sempre lo stesso: non si tratta di un fenomeno puramente criminale, eppure viene affrontato come tale.

Come è possibile, allora, arginare e contrastare questi fenomeni, a livello nazionale e internazionale?

 Tutte le iniziative di contrasto fanno ancora riferimento allo Stato, che non è certo il livello ideale per combattere organizzazioni transnazionali sempre più efficienti, strutturatee ramificate, con la capacità di coniugare locale e globale, di cui abbiamo già detto.

Servirebbero agenzie investigative e poteri giudiziari in grado di operare efficacemente a livello internazionale.Sulla carta, in Europa esistono Eurojust ed Europol, ma in realtà gli stati difendono la propria sovranità in campo giudiziario e investigativo, salvo qualche collaborazione legata a situazioni e reati specifici.

D’altra parte, se anche ci fossero organismi internazionali strutturati ed efficienti, sarebbe comunque difficile contrastare la criminalità organizzata, data l’esistenza dei paradisi fiscali.

 Ne abbiamo uno a due passi da casa: dopo l’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, i riflettori si sono accesi su Malta.

Sta emergendo che Malta non è diventata soltanto un paradiso fiscale, ma anche uno snodo commerciale importantissimo di beni illeciti: passano da lì tutte le truffe sul petrolio con la Libia.Le complicità politiche sono evidenti.

Caruana Galizia ha fatto luce su come il governo abbia addirittura messo in vendita la cittadinanza maltese. Offerta minima per un passaporto: un milione di euro. Terrificante.

Sembra di poter dire che il successo della criminalità organizzata si inserisce in una più generale, inquietante crisi della democrazia, in cui le logiche economiche prevalgono su una politica sempre più impotente e vulnerabile.

Dopo il 1989 anche i paesi più sviluppati hanno sperimentato, con pochissime eccezioni, una crescente privatizzazione della politica: assistiamo alla fine dei partiti di massa, trasformatisi di fatto in lobby o comitati elettorali poco radicati sul territorio; dilagano i conflitti d’interesse e la politica sembra aver perso ogni autonomia dai poteri economici e mediatici.

Come ho detto, nel caso italiano questa debolezza della politica aumenta le occasioni per le organizzazioni mafiose di infiltrarsi nelle istituzioni e nell’economia legale. Ma ormai non stento a parlare di clan anche a proposito della politica.

Persino la “grande politica” internazionale ne è affetta: con la fine della guerra fredda e delle ideologie novecentesche sembra ridursi a una serie di relazioni teatralizzate fra personalità individuali, come vediamo in maniera drammatica con Donald Trump in azione.

Per non parlare della “piccola politica”: da noi, non a caso, sono entrate nell’uso comune espressioni come “cricca” – dicevamo –, “cerchio magico”, “giglio magico”.

Non esiste più l’apparato, la struttura di partito: tutto si riduce a clan politici fedeli alla capacità carismatica di un leader in grado di attirare seguaci e occupare posizioni di potere.

Tra globalizzazione sfrenata e rivendicazioni nazionaliste è possibile una terza via, da cui possa rinascere una politica diversa da quella della lotta fra clan?

 Sono particolarmente pessimista. Viviamo una sorta di arretramento storico a spirale: siamo tornati a una fase pre-statualistica.

Parlare di neo-medievalismo, come fa qualcuno, è avventato, ma effettivamente assistiamo all’ascesa di formazioni a carattere clanico che esistevano soltanto prima della nascita dello stato-nazione, anche se oggi assumono forme nuove e originali.

Se pensiamo alla formazione dello stato moderno, viene quasi da pensare che purtroppo solo uno shock politico forte e traumatico potrebbe innescare un processo, questa volta virtuoso, di riaggregazione delle masse intorno a nuovi valori e ideali.

Dunque è sbagliato affermare che siamo di fronte a una crisi del neoliberismo? Sembra che negli ultimi anni in Occidente sia emersa una volontà di reagire alle più inaccettabili trasformazioni sociali ed economiche prodotte dalla globalizzazione, anche se la matrice di queste “reazioni” è spesso l’aspirazione a un ritorno al passato.

 Non si può tornare semplicemente a chiudersi in una dimensione locale. Per esempio, non si può pensare di bloccare i fenomeni migratori, anche perché alla base c’è una disuguaglianza economica impressionante, molto più accentuata rispetto a un secolo fa, allo scoppio delle guerre mondiali.

La soluzione non è la difesa dei confini, che il principio di realtà nega. E poi l’Occidente consuma la stragrande maggioranza delle risorse presenti sul pianeta: non possiamo pensare nemmeno che l’Africa continui a essere il nostro serbatoio di risorse naturali, o di tenere sempre a bada la Cina con il suo modello di capitalismo non democratico.

Bisogna invece lavorare a livello mondiale, per una più equa redistribuzione delle risorse, per uno sviluppo politicamente (oltre che ecologicamente) sostenibile.

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