Il Tredicesimo Piano

L’Unione Europea
tra il cinema
di Sergio Leone
e il teatro di Molière

12 febbraio 2016

Londra, 12 febbraio 2016

Il pomeriggio fa scendere la luce di un sole freddo, mentre in un’aula del Birkbeck College il professor Philip Wade sta finendo l’ultima lezione prima della chiusura. Dà un’occhiata oltre le finestre, e vede ridursi il tempo che lo separa dal suo appuntamento.
C’è un momento che si ripete, una volta all’anno, da anni: quando Philip, a metà del suo corso su Imperialismo e colonialismo, si concede uno sfondamento in avanti. Un flashforward, una proiezione remota fuori dalla questione delle sfere d’influenza delle potenze europee tra Otto e Novecento. Una fuga in avanti dal problema della conquista dei mercati e dell’accaparramento di risorse.
Un flashforward: pianeta Terra, oggi, decade seconda dell’età della globalizzazione.
Attraverso quello scarto temporale, Phil mette i suoi studenti davanti alla complessità di materie che riguardano gli assetti globali. Ecco perché si lascia quei dieci minuti alla fine di quella lezione. Dieci minuti che oggi sono anche meno, per l’impegno che lo attende.
E ogni volta, una volta l’anno, preferisce usare il trilemma di Rodrik per illustrare le irrisolvibili incongruenze di quella che chiamano “globalizzazione”. Trova che sia più efficace di una tirata su ingiustizia e iniquità. È come un paradosso in matematica o le aporie in filosofia.
Ogni volta che spiega il trilemma, al professor Philip Wade viene in mente quel vecchio film di un regista italiano. Un regista che ha scoperto ai tempi di Roma, quand’era un giovane allievo di Federico Caffè. Un tempo, un’altra vita. Una delle tante vite di Philip Wade.
Quel film si risolve con un duello a tre, nel cimitero di Sad Hill. Tre personaggi che si trovano davanti al bottino e devono contenderselo a colpi di colt. L’unica certezza è che almeno uno di loro non ne uscirà vivo.

“Secondo l’economista Dani Rodrik” dice Phil, in piedi davanti alla cattedra, “nella globalizzazione non possono coesistere sovranità nazionale, democrazia e mercati globali: uno dei tre deve decadere. La coperta è corta, su uno dei tre lati bisogna cedere”.
Fa una pausa, studia la reazione degli studenti. Poi prosegue: “La libera circolazione di prodotti, la democrazia e la libertà per uno Stato di legiferare in autonomia, vanno scelti a coppie di due. Questo è il trilemma di Rodrik”.
Allo stesso modo, riflette tra sé, i personaggi nel duello del film stringono alleanze tattiche che escludono sempre uno dei tre. Alleanze fatte di occhiate, come quella che il professor Wade lancia all’orologio. In mezzo al cimitero, Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef variano di continuo la forma del triangolo. Il Buono, il Brutto e il Cattivo.
“Prima coppia. Se teniamo insieme lo Stato sovrano e la globalizzazione, la democrazia resta fuori. Lo Stato detta regole liberiste, i mercati lo premiano. Questo significa che deve correre il rischio di legiferare anche in direzioni impopolari. E se un’elezione democratica premia un partito che argina il liberismo, gli investitori fuggono e arriva una crisi economica”.
Philip passeggia con gli occhi bassi per l’aula. Rivede quella scena del film, anzi ciò che la precede: il Buono e il Brutto insieme, di fronte al Cattivo che è sopraggiunto. La loro alleanza, pur fragile, sotto il caldo arido.
“Seconda coppia” alza due dita verso il soffitto illuminato dell’aula. “Globalizzazione e democrazia. Qui lo Stato accetta di limitare la propria sovranità e rientrare in un perimetro di regole condivise. Funziona l’integrazione economica, funziona il meccanismo democratico, ma sopra ci sono le briglie di decisioni prese altrove”.
Phil pensa al cimitero del duello, allo sguardo d’intesa che scambiano il Brutto e il Cattivo nel sottofondo di carillon, mentre il Buono ostenta la pistola nel cinturone.
“Terza coppia. L’alleanza fra sovranità nazionale e democrazia, che esclude la libera circolazione di capitali e prodotti su vasta scala. In questo caso, lo Stato può votare democraticamente regole che vanno contro i principi liberisti e avere quindi un limitato accesso ai flussi mondiali. Una rinuncia che viene compensata dalla piena legittimità e libertà di scelta”.
Torna al grande film di Sergio Leone: al Brutto che si sposta sul vertice centrale dell’arena, il triangolo che diventa equilatero. Uno spostamento dell’alleanza, con il Buono che resta rivolto al Cattivo e tiene la mano a portata di colt. Quando tutti si guardano, in mezzo al gracchiare dei corvi. Tutti si tengono pronti a sparare.
“Queste sono le tre possibili soluzioni” conclude il professor Wade, facendo rientrare nel palmo le tre dita che aveva sollevato. “Per le domande, rimandiamo alla prossima lezione” dice, voltandosi per andare alla cattedra.

I ragazzi finiscono di prendere appunti, mentre lui recupera il cappotto di lana e la borsa di cuoio logorato. Rivede il finale di quel duello, il Buono che colpisce il Cattivo, il Brutto con la pistola scarica. Poi a passo svelto Philip Wade si incammina verso l’uscita.

Novanta minuti dopo, Phil è nel West End, di fronte all’edificio in pietra rossa del Palace Theatre. Sta leggendo il «Guardian». Indossa gli stessi vestiti che aveva a lezione, ha solo aggiunto una cravatta, sotto al maglioncino e alla giacca di tweed. D’altronde è fatto così, Philip Wade. E la sua estetica gli era costata l’etichetta di intellettuale di sinistra ai tempi della più recente fra le sue altre vite. I tempi in cui faceva lo strategist per la grande banca, quando lavorava per Derek Morgan il Manovratore, l’uomo per anni al vertice del fixed income, e oggi assurto ad altri vertici. Anche se questo sono in pochi a saperlo. Philip Wade, invece, questo lo sa bene.
Il cartellone alle sue spalle annuncia L’avaro di Molière per le ore 21:00. Sul giornale sta leggendo la proposta fatta dai governatori della Banca centrale tedesca e di quella francese, che i vertici della BCE hanno ripreso: istituire un ministro del Tesoro europeo. Sarebbe il riferimento unico di Francoforte e avrebbe i poteri di qualsiasi omologo nazionale. L’integrazione monetaria europea sarebbe più solida, gli Stati membri dell’UE cederebbero più sovranità.
Avrebbe, sarebbe: potenza del condizionale e del discorso ipotetico, pensa Phil che oggi vorrebbe certezze non dubbi. 
Poi piega malamente il giornale, con un gesto nervoso lo butta in un cestino. Quindi estrae un biglietto dalla tasca ed entra nel teatro.

La grande sala del Palace Theatre è immersa nel buio.
Curvo su se stesso, Arpagone entra in scena. I capelli bianchi spioventi, l’aria cupa e sospettosa, il passo incerto sostenuto dal bastone.
Phil siede in platea ma ha la testa altrove. I pensieri concentrati su quella proposta dei vertici delle istituzioni finanziarie europee. Perché l’implicito rimando al passaggio da una confederazione a una federazione, gli sembra una trappola. Un inganno, un cavallo di Troia.
Avrebbe i poteri di qualsiasi omologo nazionale… Avrebbe, sì, ma a che prezzo?
In scena, Cleante sta parlando male di Maddalena. Ammicca al pubblico. Vuole convincere il padre a rinunciare al matrimonio, in realtà, e a lasciargli la donna che lui stesso ama.
Giochi linguistici. Philip sorride appena.

Questioni di forma che si fanno sostanza. Scaramucce verbali che nascondono conflitti più grandi, occultano la vera posta di quella partita.
Sotto il braccio l’Avaro, trascinandosi sul palco, stringe a sé una cassetta in modo ossessivo. La vera posta. Poi quel braccio alza il bastone nodoso per colpire il figlio allorché l’inganno si svela.
“Il bastone” si dice Phil mentre accavalla le gambe.
Il bastone sull’Europa. L’egemonia tedesca, l’ideologia tedesca. Lo strabismo nel considerare alcuni parametri e non altri, la miopia che distorce la vista di Berlino, il culto del surplus commerciale, l’ossessione per gli scambi esteri – Esportare esportare esportare –, la cieca professione di fede nei mercati e nelle riforme che i mercati – sempre e solo i mercati – esigono. L’ideologia tedesca, l’egemonia tedesca…
E Arpagone controlla il suo tesoro seppellito in giardino. Trattiene la cassetta, mentre si muove con un misto di ferocia e paura. E il tesoro non lo trova. Arpagone gira così intorno a se stesso, balbetta.
La Germania terrorizzata dall’altro. La Germania che non si confronta più, che elegge ad assoluto il proprio modello di accumulazione. La Germania: dove qualunque alternativa è solo una variabile dipendente all’interno della propria cornice. Come Arpagone, che fa digiunare la propria famiglia e fa sottostare i matrimoni dei figli alla logica di una brutale economia. Arpagone ottuso e spietatamente lucido, Arpagone che rifugge l’amore.
Philip segue il filo dei suoi pensieri, nell’oscurità del teatro. L’estate greca ha insegnato che la Germania non accetta più neanche uno scambio simbolico con gli altri Paesi, ma pretende che siano i vassalli a chiedere, forse implorare.
Per restare in Grecia, direbbe il professor Wade ai suoi studenti, la hybris tedesca è di non avere vincoli e di non avere mai a che fare con i debiti: sempre e solo con i debitori.
Rimetti a noi i nostri debiti…
Se l’estate ellenica è stata così devastante per l’Unione europea, lo si deve all’incapacità di trovare una sintesi politica tra l’anello debole nel quadrante sud-orientale dell’Europa e l’anello dominante tedesco, nel cuore del continente. Pensare che la BCE e la moneta avrebbero potuto risolvere il problema, questa è stata la catastrofe. Nessuna politica monetaria può sostituire davvero e definitivamente la politica.
Come nel finale della commedia. Ma adesso Phil, in platea, non vede neanche più cosa accade sul palco. Non vede Arpagone esigere la cassetta per coprire le spese del matrimonio. Non vede Anselmo che si offre di pagare. Non vede il commissario che chiede di essere pagato per l’indagine. Non vede il seguito, l’attesa di Arpagone, la sua brama di riappropriarsi del tesoro.
Chi paga? Quanto paga? E per avere cosa in cambio?

Le luci si riaccendono. Il sipario è calato.
Phil avverte un senso di nausea e un pesante cerchio alla testa.
Lascia la platea. Attraversa il foyer, esce in strada. E si ritrova in una fredda serata londinese.
Ora è più tranquillo, cammina a passo lento. Si rilassa e prova a concludere i suoi ragionamenti. Le sinistre sono funzionali al modello tedesco. L’amalgama tra sinistra e imperativi liberisti si cementifica nel feticismo astratto del progresso, quando l’innovazione diventa un dogma e gli sforzi politici mirano solo ad adattare il contesto legislativo a quello produttivo.
Si massaggia le tempie con una mano aperta. Il mal di testa è quasi sparito, lui continua a pensare. C’è bisogno di un modello alternativo a quello tedesco. Andare avanti con i deboli distinguo di certi Paesi europei è sterile. Fatica sprecata, fatica che non intacca l’ordine delle cose.
Philip si ferma a un incrocio, il semaforo pedonale è rosso. Nell’attesa batte la scarpa sul marciapiede. Un colpo di vento trascina le pagine di un giornale sulla strada, fra le ruote delle macchine in corsa.
Alla luce di tutto questo, si dice, il trilemma di Roddrick è valido. Ulteriori cessioni di sovranità, mercato europeo, un inganno di democrazia.
Attraversa l’incrocio. In quel momento, un padre e il figlio piccolo escono da un portone sullo stesso lato, dove gli amici restano a salutare con la mano. Phil nota che il ragazzino stringe un fucile giocattolo.
Anche lui offre regali ai suoi studenti, ogni anno, una volta all’anno. Espone il trilemma, ascolta i ragazzi provare a risolverlo, poi premia quelli che per primi ne comprendono l’irrisolvibilità.
Alza il bavero del cappotto, sprofonda le mani nelle tasche, osservando padre e figlio allontanarsi. Inizia a piovere e lui si lascia bagnare. Un uomo di un secolo finito troppo in fretta, Philip. Un vecchio signore sotto la pioggia, senza più voglia di evitarla.
Ma il professor Wade lo sa che c’è un’altra risposta: che il paradosso del trilemma nasconde una verità semplice. Come un triangolo è formato da segmenti che collegano due vertici, e il “tre” comprende il “due”. Pensa alla geometria che formano il Buono, il Brutto e il Cattivo nel cimitero di Sad Hill. E gli viene in mente una battuta di quel vecchio western italiano: «Vedi, il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava».
Chi può sparare, chi deve scavare. L’alto e il basso. Il triangolo isoscele che poggia sul lato corto e si fa piramide. Il vertice, la base. I nuovi faraoni, e gli schiavi di sempre.    
Ed è allora che il ragazzino prende la mira e finge di esplodere dei colpi.

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