La fantaintervista – il Tredicesimo piano

Una feroce continuità

Philip Wade ha sessant’anni, una cattedra di Storia contemporanea al “Birkbeck” College di Londra, il celebre istituto di ricerca di Eric Hobsbawm, e ha vissuto molte vite. Figlio della working class di Liverpool, studente di letteratura a Oxford, allievo di Federico Caffè a Roma, oggi è incline alla malinconia. Fantasma di un tempo che non c’è più, uomo del Novecento, sogna ancora un mondo di uguaglianza. Sogna. Visti i suoi trascorsi in Italia, lo abbiamo contattato per avere la sua in merito alla spinosa situazione del governo italiano…

28 maggio 2018

Philip Wade ha sessant’anni, una cattedra di Storia contemporanea al “Birkbeck” College di Londra, il celebre istituto di ricerca di Eric Hobsbawm, e ha vissuto molte vite. Figlio della working class di Liverpool, studente di letteratura a Oxford, allievo di Federico Caffè a Roma, ha anche un passato da dimenticare: gli anni in cui scelse di passare dall’altra parte, diventando lo strategist del desk fixed income presso la grande banca, gli anni trascorsi nel regno della Finanza con Derek Morgan.

Oggi, superati i sessanta, è incline alla malinconia. Fantasma di un tempo che non c’è più, uomo del Novecento, sogna ancora un mondo di uguaglianza. Sogna. Visti i suoi trascorsi in Italia, lo abbiamo contattato per avere la sua in merito alla spinosa situazione del governo italiano…

Signor Wade, lei ha vissuto e studiato in Italia formandosi con l’economista Federico Caffè… Come giudica il comportamento e le recenti scelte del Presidente Mattarella in merito al veto su Paolo Savona?

Devo fare una premessa, cioè che non sono un esperto di Costituzione italiana e quindi, ben lungi dal darvi un giudizio tecnico, vi dirò la mia da un punto di vista meramente politico.

La forzatura della nomina sul Ministero dell’Economia poneva un problema con molteplici sfaccettature. La prima era quella di avere un governo apertamente antagonista alla maggioranza della struttura europea, il che non è da considerarsi un male assoluto, visto la disfunzionalità dell’impalcatura che sorregge la moneta unica.

Ma il rischio nasce nel momento in cui sarebbe esistito un “piano b” del supposto governo “giallo-verde” per uscire dall’euro zona, cosa che invece rappresenta un atteggiamento irresponsabile e suicida da parte chi la propone.

Mi spiego meglio: in questa fase il dominio dei mercati e della finanza sulla politica è lampante e nefasto, ma corrisponde alla realtà delle cose. E alla luce di questo, la strategia e la tattica di un governo nazionale deve essere chiara e non può permettersi di aprire il fianco alle incertezze, soprattutto se queste si ripercuotono sulla pelle dei cittadini, anzi: sulla pelle delle fasce di popolazione più sfruttate e indifese.

Continui, la prego.

Vede, l’Italia è un paese ancora attaccato ai tubi della BCE per sopravvivere, e i tassi d’interesse sui titoli di stato sono pagati dalla collettività.

La connessione che esiste tra i conti pubblici e la capacità di attingere liquidità da parte della BCE sono un dato di fatto tangibile e innegabile.

E questo “governo mostro” nasceva con una doppia anima: da un lato una forte espansione fiscale legata alla dissennata flat tax e a un contradditorio e costoso reddito di cittadinanza; dall’altra un folle antagonismo verso il finanziatore di ultima istanza, ossia la BCE.

Il tentativo di implementazione di questa folle strategia avrebbe ucciso il cuore del paese, se immaginiamo la cittadinanza come una curva gaussiana, le code della distribuzione di ricchezza avrebbero esultato ma il 90 % del paese sarebbe stato danneggiato in maniera pesante e irreversibile.

Quindi, di contro alla retorica sbandierata dai giallo-verdi, ci saremmo trovati ad assistere a “ricchi sempre più ricchi…”

Certo. Chi dispone di ingenti ricchezze avrebbe avuto un enorme potere d’acquisto su tutti gli asset del paese. I grandi capitali domestici sono già altamente diversificati se non parcheggiati comodamente in paradisi fiscali, per non parlare dei capitali in mano alla criminalità organizzata che, in una fase di caos, diventerebbero magicamente puliti.

Insomma, la doppia tenaglia fra grandi capitali legali e illegali si sarebbe stretta definitivamente sul Paese.

E per le fasce meno abbienti e più povere, tragicamente, non sarebbe cambiato nulla, se non in peggio.

Lei disegna una sorta di scenario… sudamericano.

Sì, con i dovuti distinguo, ovviamente. Il primo è l’esistenza di una enorme classe media in Italia che, anche se in progressivo impoverimento, è ancora il cuore pulsante del paese.

Eppure chi sta appoggiando le scelte di Mattarella viene accusato di essere un ordo-liberista sostenitore delle tecnocrazie e assoggettato alla leadership tedesca.

Mi viene da sorridere… L’ipotetico governo gialloverde era del tutto calato all’interno della cornice neoliberista.

L’unica parvenza di redistribuzione della ricchezza era infatti legata al supposto reddito di cittadinanza che, tuttavia, era declinato in maniera niente affatto diversa da un mero sussidio di disoccupazione. Nulla di incondizionato e universale sarebbe stato erogato per riequilibrare la furiosa logica estrattiva e l’estensione indefinita della produttività sociale che vessano la classe lavoratrice.

La flat tax in più, e come già accennato, è una manovra spudoratamente regressiva, le cui ricette economiche avrebbero stimolato il lato dell’offerta in modo tragicamente identico agli ultimi quarant’anni.

Addirittura si può affermare che il governo giallo verde avrebbe persino scavalcato il neoliberismo, avvicinandosi a una forma di ultraliberismo senza pari.

Del resto, la ragione fondante dei “gialli” è molto più vicina all’ideologia della Silicon Valley di quanto non si possa pensare. Basti tenere presente che Casaleggio, l’occulto iniziatore di tutto, è sempre stato un adepto di quel modello lì.

Quindi, e per chiudere, tutte le incalzanti accuse dei “giallo-verdi” a provvedimenti e leggi degli ultimi governi erano viziate da una falsità di fondo?

I medesimi provvedimenti da loro criticati sarebbero stati replicati sotto altri cappelli ideologici, in nome di una presunta sovranità e invece sempre e solo al servizio del Capitale.

Il governo “gialloverde” sarebbe stato succube della stessa identica ideologia contro cui tanto si era scagliato durante la campagna elettorale italiana. Soltanto, “gialli” e “verdi”, si davano una facciata più radicale ed estrema, ma altrettanto incardinata nelle logiche di asservimento al Capitale.

Vede, al di là di tutta la retorica su cui si fondano simili formazioni politiche, la moneta non è il problema. Il problema è l’egemonia culturale e politica che plasma e dirotta determinate scelte. E in questo senso non esiste nessuno scarto con il passato in Italia, esiste solo una feroce continuità.

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