Il Tredicesimo Piano

Tassi a zero

Questo è un nuovo paradigma, questo è un inferno fuori da qualsiasi cartografia che conosciamo

8 maggio 2015

Londra, 8 maggio 2015

Sul marciapiede di fronte al “Birkbeck College”, al passaggio di Bruno Livraghi gli studenti fanno ala. D’istinto, senza sapere niente di lui. Dev’essere per quell’andatura svelta, aggressiva. O per la faccia da vincente. L’Italiano entra nell’edificio, percorre il corridoio. E intanto pensa.
Pensa al rapporto spietato che ha instaurato con il tempo, alla partita che ha ingaggiato quando ha deciso di occuparsi di finanza. Lo sa come viene giudicato dagli altri. Un drogato della velocità, uno capace di rispettare un solo tempo: quello più rapido. Lo sa come viene guardato da Derek Morgan, o da quel buffo inglese che lavorava per lui: Philip Wade, lo strategist. Vai a capire perché il grande fiuto di Derek si era fermato su un intellettuale perso dietro ai tempi lunghi: il passato, la Storia, il futuro anteriore. Bruno conosce quegli uomini e i loro pregiudizi. Ma sbagliano. E mentre imbocca un altro corridoio gli viene da accelerare il passo. È il momento di dimostrare la capacità di elaborare strategie complesse. Sono mesi che Lui, Bruno Livraghi, non ha sbagliato una mossa. E questa è l’ora della rivincita. La sua.

Non sbaglia dall’autunno dello scorso anno. Ha comprato quando doveva. Ma non soltanto. Ha fatto di più: quelle posizioni le ha incrementate proprio dopo una conversazione con Derek, montando un mega lungo sull’Europa. Bruno Livraghi ha previsto tutto, e tutto ha considerato: addirittura la vittoria di Syriza, e il QE. E tutto è andato secondo i piani. E non appena la pioggia di euro del Quantitative easing ha palesato compratori sicuri, Lui – unico sulla street – ha cominciato a scaricare fino a rimanere short.
Ha fatto profitti enormi. L’aveva previsto, e ha avuto ragione. È andata proprio così. E ditelo adesso che Lui, Bruno Livraghi, non ha pazienza, e sa solo accelerare.
Altri hanno sbagliato i tempi, pensa mentre arriva di fronte allo studio dove ha quello strano appuntamento. Bisognava muoversi al momento giusto, prima che la BCE cominciasse lenta il suo inesorabile piano di accumulo di titoli di Stato. E Bruno l’ha fatto. Sapeva che i “lunghi” montati prima degli acquisti di Francoforte erano troppo grandi per essere coperti tutti e in un solo istante dal compratore finale: l’Eurotower. C’era una parola per questo: positioning. È come in barca, quando l’equipaggio si sposta su un lato, e se sbagli il tempo della manovra, tanti saluti, si va in acqua a bagnarsi.
Il primo che si era innervosito aveva generato un’ondata di vendite. E poi erano venuti a ruota gli algoritmi. A quel punto era stato il panico.
Bruno lo sapeva, e si era fatto trovare short. Perché Lui, Bruno Livraghi, uomo di punta di uno dei più importanti hedge della City e di Wall Street, Lui certi errori non li commette. Lo sa, di fronte alla scritta PHILIP WADE sulla porta. È tutta questione di tempo, pensa con le dita tese per bussare.
«Si chiama kairòs» scandisce una voce alle sue spalle. Pare avergli letto nel pensiero.
Bruno sobbalza, si volta di scatto, gli dà fastidio essere preso di sorpresa. E trova Philip Wade.

L’Italiano misura quel maglione informe, il corpo appesantito, l’aria di chi si perde fra ragionamenti poco concreti. Non si sforza più di capire perché Derek si sia caricato uno così come strategist. Un keynesiano, perdipiù. Ha smesso di sforzarsi da anni. Si conoscono dai tempi in cui Phil lavorava per la grande banca. E da allora non si piacciono, è reciproco. L’unica cosa che hanno in comune è l’amicizia con alcune persone, soprattutto con Derek Morgan. Ma l’invito a tenere una lezione all’università dove Phil insegna, quell’invito a Bruno non è sembrato tanto assurdo, in fondo. Come non sono riusciti a legare, così si riservano la stima degli avversari. Wade vuole regalare ai suoi studenti una prospettiva diversa, e allora è logico che abbia pensato a un raider spregiudicato come lui.
«Io leggo il linguaggio del corpo, ma tu leggi la mente, Phil» dice Bruno.
«Non era difficile indovinare.» Allunga la mano. «Pensano sempre al tempo, quelli come te. Anche quando non vogliono.»
La stretta è decisa.
«E ti assicuro che ne è valsa la pena.»
«Non ne dubito. Hai trovato il tempo giusto» ripete Philip. «Kairòs è una parola greca. Prima ancora, o dopo se vuoi, Kairòs è il dio che corre sulle ali del vento, inafferrabile. L’occasione da cogliere al volo, il preciso istante in cui agire.»
Bruno piega le labbra in un sorriso beffardo: «Professore, i suoi allievi viaggiano a una certa altezza. Non so mica se riuscirò a incantarli…»
Lo studio di Wade è un caos di libri, che tracimano dagli scaffali e nascondono la scrivania. Certo che finisce per distrarsi e arrampicarsi sulle cose astratte, pensa Bruno, guardandolo sulla sua poltrona. Anche lui è seduto, e non sa dove poggiare i gomiti. Si allunga sullo schienale e ritorna al motivo per cui è lì: «Ai tuoi studenti cosa vuoi che dica?»
«Niente di diverso dal tuo punto di vista.»

«Oggi ho finito di coprire tutti i corti della periferia europea. Ho lasciato soltanto uno short Messico su un bond a cent’anni. Ma quello è un mio vezzo.»
«Ci sarebbe il tempo per raccontare la storia di sette generazioni in un secolo…»
«È solo un bond, Phil. Non è Cent’anni di solitudine
«Comunque non credevo amassi i tempi lunghi.»
«Da qualche parte i soldi devono andare, non te lo devo spiegare. A proposito: lo sanno cos’è un “corto”, i tuoi studenti?»
Wade ignora la frecciata prima di riprendere a parlare: «Hai fatto ogni mossa al momento giusto. E adesso?»
La domanda è maliziosa. Bruno non riesce a trattenere il disappunto. Né l’attrazione per quella parola. Adesso.
«Te l’ho detto, ho coperto tutto. E per me adesso i tassi sono troppo bassi per shortarli, ma anche troppo bassi per comprarli. Quindi, adesso mi godo lo spettacolo.»
«E fai bene» ribatte Phil. «Ti faccio vedere una cosa di qualche settimana fa.»
E recupera un foglio tra gli altri che invadono il tavolo. Si sporge verso di lui, coprendo la distanza tra loro. Gli passa la stampata di un grafico: sulla colonna verticale ci sono i paesi del mondo industrializzato, disposti per rendimento crescente dal più alto al più bassto, e sulla linea orizzontale le scadenze dei bond. Nella parte in alto a sinistra, un triangolo rosso evidenzia i rendimenti negativi dei titoli.
«Lo conosco bene» replica Bruno acido.
«Io l’ho chiamato il triangolo delle Bermude, a proposito di Caraibi» dice Wade. «È bene che non vi avventuriate in quelle acque, Bruno. Lì comandano le banche centrali. E diciamo che hanno dei metodi molto dissuasivi per scoraggiare certe… speculazioni.»
Bruno fissa la pagina. Adesso è serissimo: «Ho comprato in autunno e ho venduto alla fine dell’inverno. Poi in primavera, nel giro di un paio di settimane ho shortato periferia e chiuso i corti agganciando il momento in cui i tassi sono saliti. Adesso precipitano in basso e…» S’interrompe, Bruno. Il viso atteggiato a un’espressione imperscrutabile, lo sguardo perso nel vuoto.
Phil annuisce: «Con i miei studenti puoi partire da qui, da adesso. Dai tassi bassi…»

Dalla finestra si infila la luce grigia di Londra, mostrando i volteggi del pulviscolo nella stanza. Bruno ricomincia a parlare quasi senza farci caso: «I mercati dei governativi si sono mossi in modo frenetico. Le aspettative cambiano di continuo. Qualche giorno fa ho fatto tradare dai miei il Bund come fosse emerging market. C’è chi alza profitti, e chi si affaccia adesso sul mercato e prende tanto rischio. Vince chi si muove prima, Phil. È sempre così. Vince chi anticipa comportamenti e teorie future. E comunque io devo trovare sempre dei rendimenti… È il mio lavoro.»
Sembra stia per aggiungere altro, ma Wade lo interrompe: «Per i ricchi sofisticati che ti affidano i loro soldi. Anche se adesso coi tassi bassi hai il problema di rientrare sul mercato. Per un po’ starai fermo. Ma poi?»
Bruno inarca un sopracciglio e scrolla le spalle, ma rimane in silenzio.
«Quello che non dirai ai miei studenti, però, è che ci sono dinamiche di lungo periodo. Quelle reali, che incidono sulla vita di uomini e donne, determinando le politiche degli Stati.»
Da qualche parte sulla libreria suona un telefono. Bruno lo cerca con gli occhi, fra le cataste di volumi, lungo gli scaffali, ma non lo individua. Philip non va a prenderlo per vedere chi è, concentrato nel ragionamento: «Sono movimenti lunghi, durano anni, a volte decenni, immuni alle contingenze temporanee. Assomigliano al surriscaldamento del pianeta o allo scioglimento dei ghiacciai. E uno di questi movimenti è la riduzione dei tassi.» Il telefono smette di suonare. «L’Italia ha emesso bot a zero. Anche solo cinque anni fa, se ci avessero detto una cosa del genere, ci saremmo messi a ridere. E dieci anni fa, poi? Fantascienza, avremmo detto. Non era immaginabile uno scambio masochista del genere: svalutazione interna contro un mondo low cost. E invece sta succedendo in tutto l’Occidente. In fondo ci assomigliamo, Bruno. L’intervento di alcuni, la diabolica manipolazione di chi stampa moneta e ispira certe politiche crea problemi a entrambi. Anche se da punti di vista diversi.»

L’Italiano osserva Philip alzarsi e prendere a camminare per la stanza, un po’ impacciato nonostante quello sia il suo ufficio. Bruno sarebbe pronto a scommettere che Phil sta pensando a Derek, anche se gli sembra troppo impegnato nel discorso per riuscire a fare altro: «I tassi a zero, Bruno, sono l’altra faccia della compressione salariale e dello smantellamento dei diritti. Il sistema produttivo è troppo grande per la consistenza dei consumi. I prezzi scendono. L’aumento della produttività serve a poco, se crea accumulazione invece di ricchezza, rendita invece di reddito. Chi si illude che sia un evento momentaneo, una congiuntura di breve periodo, sbaglia. E di grosso. Questo è un nuovo paradigma, questo è un inferno fuori da qualsiasi cartografia che conosciamo. Stagnazione, sfiducia, disconnessione tra universi sociali, astensionismo di massa, e odio. Tanto odio, che si accumula come energia in una pila.» Phil si ferma, affannato. Indica una bottiglia d’acqua, in equilibrio incerto su un libro. Bruno si alza e trova un bicchiere in cui versare il liquido. Wade beve un sorso e conclude: «I tassi a zero sono un premio per chi ha svalutato il lavoro, e un’illusione di ricchezza per chi lavora. Sono la trappola delle riforme, come le chiamano pervertendo perfino il linguaggio. E sono l’essenza stessa dell’austerità.»
«Amen» recita Bruno rimettendosi seduto. Se ne sta in silenzio, e tiene lo sguardo lontano da Philip. Infine, con fermezza dice: «Non ho tempo per preoccuparmi delle questioni sociali».
L’altro annuisce grave: «Il tempo…» mormora, e indica qualcosa alle spalle di Bruno. L’Italiano si volta: appesa alla parete, in una sobria cornice nera, c’è la riproduzione di un vecchio manifesto. Grandi lettere nere compongono la scritta COMMUNE DE PARIS. È un decreto del governo rivoluzionario. Philip si appoggia alla parete opposta: «Raccontano che durante la prima sera di battaglia, indipendentemente gli uni dagli altri e in molti luoghi di Parigi, i comunardi presero a sparare contro gli orologi sopra le torri. Per liberarlo, il tempo…»
E un colpo echeggia oltre la porta, nel corridoio. O forse così sembra a Bruno Livraghi mentre sobbalza.

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I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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