Il Tredicesimo Piano

Muri di terra e…
muri di mare
la partita dei migranti

La chiusura del Brennero isola Italia e Grecia. Ma senza integrazione il risultato sarà come un crollo dei mercati

26 aprile 2016

Roma, 22 aprile 2016

Dove finisce l’azzurro luminoso del mare, si alza il contorno della terra. Il mare screziato dalla schiuma, sul bordo delle onde sottili. Il mare che per secoli è stato attraversato, per secoli lo sarà ancora. Dai venti gentili come questo, da quelli che infuriano altre volte. Da popolazioni locali, da greci e bizantini, dalle scorribande ottomane. Un mare così diverso, quieto, in confronto a quello scuro e freddo che mi ha visto crescere. L’estuario della Mersey mi sembra lontano quanto mio padre e la working class di Liverpool, uno spazio lontano quanto il tempo trascorso.

La terra è l’estremo lembo sudorientale d’Italia, dove si pregava secondo il rito ortodosso e si parlava greco, un lembo d’Oriente in Occidente. La terra, asciutta come ogni approdo, dove si narra che siano state alzate leggendarie muraglie, in perpendicolare alla costa, per dividere Longobardi e Bizantini. Per ribadire la distanza tra Oriente e Occidente che il mare accorciava.

Mare e terra, terra e mare.

I passi degli altri visitatori, intorno, mi scuotono. Probabilmente è la prima volta che osservano questi affreschi da vicino, la loro prima volta ai Musei Vaticani, magari la prima volta a Roma. Mi faccio da parte per lasciare a ciascuno la giusta visuale della mappa. Tornare nella città dove ho avuto Federico Caffè come maestro, dà l’illusione di tornare a quella vita. Proprio come la Galleria delle Carte Geografiche illude di controllare il bacino del Mediterraneo per mezzo della geografia. E mi basta chiudere gli occhi per rivedere la mia vita da strategist nella grande banca di Londra, e poi le lezioni che in questa vita tengo al “Birkbeck” College. In più di trent’anni sono passato da Phil a Philip Wade, a professor Wade.

Le tavole affrescate delle regioni italiane, una dopo l’altra, si susseguono per decine di metri lungo la Galleria della Carte Geografiche. Le parti che compongono la penisola sembrano custodite dalle statue ai lati e benedette dagli stucchi dorati della volta. Un atlante tempestato di simboli cattolici, dove l’erudizione si mischia all’agiografia, i miracoli alla conoscenza.

Raggiungo un’altra mappa, quella che ritrae l’Italia intera. Le sfumature dell’azzurro si rincorrono lungo le coste, si addentrano negli incavi dei golfi, si distendono per i tratti dove la terra non è frastagliata. Accompagnano il profilo della penisola per come la si immaginava alla fine del XVI secolo, lievemente deformata rispetto alle riproduzioni di oggi. A volte il mare sembra rintanarsi nell’abbraccio della terra, a volte sembra esserne catturato a forza.

Mare e terra, terra e mare.

Infilo una mano in tasca, mentre contemplo l’affresco. E penso a Carl Schmitt e al saggio che nel 1942, nella Berlino del III Reich, dedicò all’opposizione irriducibile dei due elementi. Si intitolava Terra e mare. Sono passati settantaquattro anni e, ancora oggi, nell’epoca del digital turn, quel contrasto rimane la filigrana segreta della Storia, mentre l’antica cartografia è utile per svelare le barriere materiali e immaginarie che vengono erette oggi.

E anche se tengo gli occhi sulla mappa, e sulla costa, vedo le immagini di altri confini, altri valli. Vedo la scalinata monumentale della gare “Saint-Charles” a Marsiglia, di fronte al mare, i cui dettagli decorativi non riescono ad attenuare la pesantezza dei materiali. Per alcuni non si tratta di un ponte proteso verso la Francia, bensì d’una muraglia che si oppone a quanti arrivano dall’altra sponda del Mediterraneo. Vedo la giungla di Calais, l’impossibilità di guardare al di là: Calais che non è un porto per l’Inghilterra, ma un ghetto dove lo sguardo impatta contro pareti invisibili. L’imbarcazione a vela si piega, nel Mare Hadriaticum della mappa. Proseguendo a ovest con lo sguardo, si allarga la pianura Padana che interrompe i rilievi appenninici. Poco a nord, Venezia e poi la corona di montagne che dal versante opposto scende fin lì in modo speculare. E lì, appunto, il mio sguardo incontra il Brennero. Il confine del Brennero.

È una giornata d’aprile dell’anno 2016. Si chiudono i valichi, si blinda l’accesso, si alza una frontiera per tenere fuori il Mediterraneo dall’Europa. L’Austria, a ridosso delle elezioni presidenziali, solleva una mano nazionalista di fronte all’emergenza profughi, sfarina l’idea di Europa unita e senza barriere. E la chiusura del Brennero lascia l’Italia e la Grecia nell’isolamento, con i loro chilometri di coste esposte all’arrivo di migranti.

Terra e mare, mare e terra.

Cammino sui giochi geometrici che costellano i marmi, finché non mi fermo davanti alla mappa di una città fortificata. L’intero perimetro circondato da mura, e ancora intorno la campagna. Non il mare. Come osservava Schmitt, la terra è madre del diritto: entrambi hanno una misura interna, sono costituiti da linee nette, hanno limiti che li impediscono. L’ordinamento dello spazio va di pari passo all’ordinamento giuridico. Il nomos della terra viene difeso dal caos che porta il mare. “Molti vi vedranno soltanto morte e distruzione, altri crederanno di esser giunti alla fine del mondo. In realtà ci troviamo soltanto di fronte alla fine del rapporto tra terra e mare invalso finora” dice il filosofo. Il rapporto che mette in discussione i miti delle origini, e la sovranità. L’ apertura al mare che trasforma l’Europa da semplice appendice dell’Asia in un continente vero e proprio. È dal mare che arrivano le sfide, è il mare che mette alla prova le fondamenta europee. La forza simbolica dei migranti risiede in questo: nel misurare la mescolanza di culture che è all’origine dell’Europa.“Non si impara dai greci” raccomandava Nietzsche. “La loro natura è troppo estranea, e anchetroppo fluida”. E allora non si impara da una cultura ibrida?

E invece è l’Europa stessa a reggersi sulle contaminazioni, e nel rapporto con i migranti si raccolgono oltre duemila anni di Storia, in equilibrio tra universalismo e pulsioni sovraniste. La sintesi tra difesa dei confini e spinte espansive.

Guardo l’ordine che chiude la città fortificata, nella mappa, la stringe nel torpore e nella grettezza. E mi dico che gli imperi sono collassati proprio per la chiusura e gli integralismi, e sono invece fioriti nell’integrazione.

Riprendo a camminare nella galleria. Al mio fianco scorrono geografie di suoli in rilievo, masse d’azzurro indistinto, pezzi di terra, bracci di mare, bastioni innalzati, navi da guerra schierate…Ecco, mancano i corpi. In queste immagini che sembrano concentrare lo scibile, non ci sono donne e uomini. Invece è proprio sui corpi che la geografia dei territori, oggi, agisce. Resto fermo, ispirato. Lascio proseguire i visitatori, lungo l’itinerario che li condurrà alla cappella Sistina. Resto fermo e mi chiedo: cos’è la gestione dei flussi migratori se non l’essenza di quella che chiamano biopolitica? Una gigantesca macchina che sorveglia e sottomette, un potere che indirettamente incide sulla carne di milioni di persone. E ogni nuova barriera determina – senza appello e alla lettera – la vita o la morte.

Il sole assoluto di Roma si rifrange sul bianco di piazza San Pietro. Accecante, da farmi alzare una mano sugli occhi. Al tempo stesso, la pietra getta ombre scure. Un contrasto brutale. Il contrasto di questa città piena di barriere ma anche simbolo dell’universalismo. Una realtà composita, dove l’emarginazione vive accanto al potere. Dove i senzatetto riposano a pochi metri dal fasto barocco. Dove i richiami papali alla carità verso gli ultimi convivono con la speculazione sulla pelle dei migranti. Roma, simbolo dell’incertezza dell’Occidente di fronte alla grande questione del nostro tempo.

Al Parlamento europeo si discutono le misure del migration compact, per permettere agli Stati di finanziare l’emergenza con strumenti comunitari come gli eurobond. Una cassa comune per gestire questo passaggio epocale, evitare ulteriori stragi nel Mare nostrum.

Ipocrisia sottile, tempistica tardiva: dopo che per anni e anni i migranti sono stati usati per trascinare al ribasso il mercato del lavoro – somministrazione feroce, fredda, cinica, di un antidoto da opporre agli effetti della globalizzazione nel tentativo disperato di rimanere competitivi. Per questo le leggi sull’immigrazione sono state leggi sul lavoro.

Sfacciata ipocrisia, dopo che per anni e anni i migranti sono stati trattati come armi nelle campagne elettorali: si scrive sicurezza, si legge guerra alle donne e agli uomini in transito. Quasi ogni partito sventola la bandiera securitaria, quando le consultazioni sono imminenti, e l’equazione migranti-terrorismo è la formula magica del consenso.

I turisti si fotografano con la cupola alle spalle, e io penso a quanto sia pervasivo il dispositivo dell’austerity continentale, che prevede l’elisione di forze vitali senza le quali i vecchi Paesi europei ristagnerebbero nel declino. Sul piano economico, quella dei migranti è la partita delle partite. A seconda di come verrà affrontata, sarà la cura o il veleno per l’Unione. Se si creano ghetti nelle periferie della Fortezza, il risultato economico sarà recessivo almeno quanto un crollo dei mercati: crescita delle spese, zero investimenti. Se ci si incammina sulla strada dell’integrazione, benché lunga e tortuosa, si neutralizzerà la bomba demografica europea e nel medio termine siraggiungeranno effetti economici virtuosi.

Mi avvio verso il colonnato della piazza, la bianca curva disegnata dal Bernini, la preziosa linea di demarcazione fra Italia e Città del Vaticano. La terra permette di trasformare perfino un elemento architettonico in un confine tra Stati. Qualcosa che la forza selvaggia, l’irriducibile anomalia del mare non consente.

Al riparo dell’ombra, fra i turisti di tutto il mondo, penso a come oggi le nuove barriere fra gli esseri umani siano cardine, fondamenta e colonne del grande dispositivo della crisi che domina l’Europa. Chi è in grado di maneggiare questo strumento, vince e governa. Chi lo subisce, viene schiacciato. E la sacralità non è più quella religiosa che in San Pietro ha un emblema. Il dispositivo della crisi ha stabilito che la sacralità, oggi, è quella del mercato. E a essa si inginocchia, obbediente, la realtà.

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