Il Tredicesimo piano

Mps. Vincono solo i consulenti

In gioco c’è la ricapitalizzazione dell’antica banca, una manovra da cinque miliardi. La partita non si gioca solo sulle piazze d’affari, si gioca dentro le urne del prossimo referendum italiano, la consultazione del 4 dicembre. Tutto dipenderà dal risultato

29 novembre 2016

I bond all’inferno. Forse. I consulenti in paradiso. Di sicuro.

Italia, oggi.

«Saper aspettare – fermi, immobili – per cogliere l’attimo giusto, l’occasione propizia. Sulla street dei mercati finanziari, questa è la prima regola. Saper aspettare… E mentre comincia la conversione delle obbligazioni di MPS, mentre il titolo dell’istituto senese sprofonda e lascia il 13%, io, Bruno Livraghi, aspetto… In gioco c’è la ricapitalizzazione dell’antica banca, una manovra da cinque miliardi, e io aspetto… La partita non si gioca solo sulle piazze d’affari, si gioca dentro le urne del prossimo referendum italiano, la consultazione del 4 dicembre. Tutto dipenderà dal risultato.

Di solito gli obbligazionisti diventano proprietari di un’azienda quando tutto il capitale è stato bruciato. Sono le basi del capitalismo, e del libero mercato. Dopo che il patrimonio è azzerato, allora tocca agli obbligazionisti “comandare”, previa conversione dei bond in capitale. Ma questa volta non funziona così, no. Questa volta, si richiede agli obbligazionisti di aderire all’offerta pubblica d’acquisto volontaria a una manciata di giorni dal referendum. Le banche d’affari, invece, possono aspettare e ragionare con le carte scoperte sul tavolo, possono fare le loro mosse a urne chiuse e col risultato acquisito. Due temporalità diverse: il “prima” per alcuni, e il “dopo” per altri. Due pesi, due misure. Bel paradosso per gli obbligazionisti, a cui viene negato il diritto di proprietà. E poi si parla di capitalismo…

C’è solo una cosa certa: la soluzione la daranno i prezzi.

Se vincerà il NO, i prezzi crolleranno e l’operazione fallirà. Alla fine, però, i compratori arriveranno, acquisteranno i bond a saldo e convertiranno tutto in equity.

Se invece vincerà il SÌ, le banche avranno gioco facile per raccogliere denaro fresco e chiudere l’aumento di capitale. In questo caso, anche l’Italia potrà recuperare molto rispetto al suo andamento negativo.

Da italiano aderirei alla proposta di offerta pubblica di acquisto volontaria del Monte Paschi. Il problema è che sono italiano solo una notte alla settimana, quando – per rilassarmi – sfreccio sulla mia Lamborghini a duecentocinquanta all’ora lungo l’autostrada A7, la “Serravalle”, che da Milano porta al mare. Linate-Busalla, Busalla-Linate. E poi via, in volo verso Londra. Tutto in poche ore, nel buio della notte. Nel momento in cui l’aereo si stacca dalla pista, io smetto di essere italiano. Quindi, per ora aspetto: fermo, immobile. E resto a guardare. Naufragio con spettatore recitava il titolo di un vecchio libro…

Così aspetto, non converto i bond e rifletto su quello che chiamano il “dilemma del prigioniero”: cosa è utile fare in certe situazioni non è semplice da stabilire. E i vecchi paradossi sono sempre attuali. Gli obbligazionisti singolarmente non dovrebbero aderire, rifiutando lo scambio bond/azione. Il problema è che se tutti singolarmente si comportassero in maniera razionale, a livello aggregato l’adesione risulterebbe bassa e il danno si scaricherebbe su tutti con un rischio  di bail-in. D’altronde, se accettano in molti, l’operazione andrà in porto, ma ciascuno dovrà mettere in conto una perdita, un sacrificio. A quel punto, però, i pochi che non hanno aderito faranno free ride su tutto e guadagneranno tanto.

Ecco, allora io aspetto, perché mi piacerebbe ritrovarmi – il 5 dicembre – dalla parte di quei pochi che si prendono il meglio senza sacrificare nulla.

La verità è che questa storia l’hanno data per chiusa troppo presto. E invece assomiglia tanto a un videogioco: più si va avanti, più le schermate sono difficili e si perdono vite. Ora siamo all’ultima. Un altro errore ed è game over.

Intanto, io aspetto…»

(Bruno Livraghi, 29 novembre 2016)

Pochi giorni prima

«La partita su Monte Paschi è stata data per chiusa troppo presto. E poi verrà il turno di Unicredit con un aumento di capitale quantificato intorno ai 13 miliardi di euro. Definirla una “tempesta perfetta” non è un’iperbole. Del resto, di recente avevo messo in guardia contro il rischio di un take over sul risparmio italiano. In quei giorni si profilava un passaggio di consegne – in alcuni grandi gruppi bancari e assicurativi del Paese – dai vecchi soci a nuovi soggetti pronti ad approfittare di un inasprimento dei parametri di controllo della Vigilanza europea. Le grandi manovre erano in atto da tempo. »

(Bruno Livraghi, 18 novembre 2016, da Italia: tempesta perfetta)

Un mese prima

«Avevo parlato degli NPL (non performing loans), dicendo che la posta era l’acquisto dei crediti deteriorati delle banche a prezzo di saldo e con lo Stato costretto a metterci pure una garanzia sopra. Ero arrivato a parlare di “banchetto del secolo” evocando la chiusura del cerchio: dai grandi trade contro i debiti sovrani alle manovre sui crediti deteriorati delle banche in sofferenza, passando attraverso l’austerity con un biglietto di sola andata per profitti incalcolabili. Beh, le cose cambiano. L’atteggiamento rinunciatario con lui la politica aveva abdicato ai mercati, accettando il dato di fatto di una svendita degli NPL, è stato corretto. Il varo del fondo Atlante, unito allo spacchettamento dei crediti deteriorati (il cosiddetto spin off degli NPL), ha prosciugato il prezioso bacino d’estrazione in cui ci muovevamo. Tuttavia, sulla street l’intelligenza di un operatore sta nel cogliere le occasioni laddove i più vedono il restringersi delle possibilità. La finanza è il prolungamento della guerra con altri mezzi e, come in guerra, al mutare del contesto deve mutare anche la tattica. Perché passare dagli NPL quando possiamo sfruttare l’opportunità della nuova regolamentazione BCE? Così, adesso acquisiremo direttamente stake delle principali banche e assicurazioni italiane attraverso gli aumenti di capitale. Fuori i vecchi soci, dentro noi.»

(Bruno Livraghi, 17 ottobre 2016, da Rischio (s)take over sul risparmio degli italiani)

Un anno prima

«La crisi durava. Considera certe gestioni disinvolte dei management ed ecco che nelle banche continuavano ad accumularsi crediti deteriorati, nel silenzio più totale. E arriviamo a oggi: la massa di quei crediti è enorme, il legislatore europeo incombe con nuove regole, più stringenti, e diventa lampante l’assenza di chi doveva controllare. (…)

Shorto le banche e mi metto lungo sui subordinati che adesso non vuole nessuno. Tra poco su un pezzo d’Italia, sul famoso Nordest, sarà tempesta, e io sarò lungo di roba che non vuole nessuno e corto di roba che andrà a zero.»

(Bruno Livraghi, 30 dicembre 2015, da Tempesta a Nordest)

Due anni prima

«Ora ti servo perché qualche banca italiana sta per saltare, dico bene?»

Derek inarca un sopracciglio, senza far niente per trattenere lo stupore. «Da cosa l’hai capito?»

(…)

«L’ho capito dalla tua faccia. Sei preoccupato. Per la prima volta da quando ti conosco, sei preoccupato sul serio. E considerando che lo spread riesci ancora a manipolarlo, allora il problema è un altro. Il tuo problema è il panico. La paura potete controllarla, ma il terrore no, quello no. Immagina la coda agli sportelli, immagina migliaia di persone a ritirare i depositi con l’Europa che ci impedisce di salvare le banche. (…)»

«Di una banca in particolare stiamo parlando, che rischia di essere il principio della slavina.»

Da I diavoli di Guido Maria Brera (Rizzoli, 2014)

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