Il Tredicesimo Piano

La notte
della classe media

Una deriva psicogeografica a Parigi

27 maggio 2016

Parigi, 24 maggio 2016

Ore 06:10.

La luce di un giorno nuovo sparge oro su Parigi. Due sono gli obelischi di Luxor a Place de la Concorde. Uno è quello fisico, in granito, al centro del rettangolo. L’altro è la proiezione della sua ombra, che il sole basso allunga sulla più grande piazza francese.
Philip Wade ascolta il rumore dell’acqua nella Fontaine des Fleuves, imitazione sciocca della Senna che scorre a pochi metri. I lampioni sono ancora accesi, eppure la luce li rende superflui. Arriva sempre più forte, da est, dove si rivolgeva la statua di Luigi XV che la Rivoluzione avrebbe fatto a pezzi. Tra le poche auto che aggirano la zona pedonale nel mezzo, Phil non può evitare di pensare a quel tempo. Gli succede, d’altronde, ogni volta che viene qui, in quella che nel 1792 fu ribattezzata Place de la Révolution. In quella piazza che ospitò la ghigliottina.
Cadde la testa di un re, pensa Philip. In questo stesso spazio, in un altro tempo. Qui andò in scena il potere rivoluzionario dei giacobini. Qui giacciono le fondamenta della grande politica moderna.
Di tutto questo non rimane niente. Le fondamenta assomigliano a macerie, macerie della cittadinanza francese e della Repubblica. La Storia che svanisce, come il buio quieto in cui si riposano gli uccelli alle Tuileries.

Hollande che insegue la destra, pensa il professor Wade. I socialisti che continuano a rotolare al centro. Quando il Paese ha subito gli attacchi del 13 novembre, il Presidente non ha fatto neanche un richiamo alla grande tradizione della Francia rivoluzionaria che seppe resistere al nemico. Niente, solo paura. Solo l’inesorabile slittamento sul piano inclinato delle politiche securitarie, la modifica costituzionale, lo stato d’emergenza nella Carta. Il “security State” che sostituisce le democrazie parlamentari, anche qui. Un modello che riduce la partecipazione dei cittadini per garantire la loro sicurezza. Un paradosso, in termini generali. Un paradosso dalle pieghe tragiche, qui.
Non sembra rimasto niente, pensa Philip, mentre smette di camminare e chiude gli occhi al calore dei primi raggi. Come niente rimarrà della presidenza Hollande: estrema propaggine dell’illusione centrista, la Terza via di Giddens, la morte delle socialdemocrazie e del Novecento. La morte del secolo da cui vengo, e quindi del mio tempo.
Phil apre gli occhi. La luce lo acceca, eppure vede la Liverpool in cui è cresciuto, la working class di suo padre, le passeggiate lungo la Mersey. Vede gli anni in cui studiava a Roma con Federico Caffè, tutte le volte in cui ha frequentato Parigi per ragioni accademiche. Poi il sole diventa troppo forte, e lui deve dargli le spalle.
Ricomincia a passeggiare, torna a costruire ragionamenti sul presente e sul futuro. Non rimarrà nulla della scorciatoia socialdemocratica, si dice, perché il caos politico la sta travolgendo. Un caos che ha profonde radici nel sistema economico e prende le forme di maggioranze fragili, Paesi ingovernabili, forze impolitiche che cercano rappresentanza per assaltare l’Unione europea.
“Parigi cambia, ma niente cambia nella mia malinconia” diceva il Poeta. E queste luci di un giorno nuovo somigliano ai chiarori di un crepuscolo.

"Nuit Debout", cinquième nuit consécutive Place de la République à Paris, lundi 4 avril 2016

Ore 11:32.

No, mi manca l’occhio del flâneur, pensa Philip mentre percorre gli Champs-Élysées. Forse ho conservato l’acutezza dello sguardo, ma ho perso quel distacco pigro che serve.
Non riesce a rallentare il passo, lungo il marciapiede. Si sente in preda a un’ansia, un’urgenza. Guardare, capire, pensare. Qui le luci sono quelle artificiali dei negozi. Il sole alto su Parigi, quasi allo zenit, non sembra abbracciare tutto. Anzi, è lontano. Altrettanto lontane gli sembrano le boutique, dove gli basterebbe qualche passo per entrare. Alta moda, catene commerciali ed esempi di fast fashion si mescolano, una vetrina dopo l’altra. La trasparenza riflette la sua immagine, anzi la cattura e la riproduce fra gli allestimenti di borse, le boccette di profumi, i manichini grotteschi.
La corrente elettrica accende le lettere delle insegne sempre con la stessa intensità. Fin quando non verrà il buio e il negozio chiuderà, o anche oltre. L’artificio dell’illuminazione, si dice Phil, non permette di constatare il passaggio del tempo. E in più non c’è un orologio alle pareti di nessun negozio. Giorno e notte invitano a consumare lusso o illusioni di ricchezza, consumando a propria volta.
Philip Wade, docente al Birkbeck College di London City, si interrompe di fronte a un grande magazzino che svetta come una cattedrale. Sembra un pieno, sorride amaramente, invece è un vuoto. Comunica presenza e invece è assenza, perché queste vetrine non dicono che il consumo di massa del Novecento è stato spodestato da un’altra logica. Un dispositivo estrattivo più sofisticato, che ha corroso quella classe media architrave del centrismo e della pacificazione sociale sotto le bandiere di un accesso continuo al consumo. Finito quel sogno, è finito il centro. E allora si radicalizza tutto: dalle istanze sovraniste e razziste, alla sinistra più estrema, che rifiorisce dopo essere stata anestetizzata dal keynesianesimo dell’altro secolo.
Philip si avvicina alla sua stessa immagine, nel vetro. Nell’era del capitalismo estrattivo, si dice, la politica diventa una guerriglia tra posizioni lontanissime, dove i centristi provano a operare una sintesi, una mediazione, senza riuscirci. Il futuro non sta al centro. Probabilmente ci spingerà in una terra ignota di aspri conflitti, dove la lotta alle disparità economiche e per il riequilibrio dell’ecosistema saranno cruciali.
Le luci di queste vetrine sono inganni, artifici senza paradiso. Non è certo la luce della terza cantica, non ospita la beatitudine dantesca. È una luce che non chiarisce, ma confonde.

Ore 18:21.

Ombre, nel ventre di Parigi.
Il professor Philip Wade è sceso dal vagone della metropolitana e cammina sotto il livello stradale, nei corridoi rischiarati dal neon che conducono in superficie. Ombre, intorno a lui. Il nome di Ville Lumière con cui è conosciuta nel mondo, Phil lo sa, è il rovesciamento della sua fama di città buia e pericolosa. Il primo caso di illuminazione pubblica centralizzata a gas, nel 1825, le meritò quel nome e nascose il suo passato di paura e insicurezza.
Invece l’insicurezza e la paura ritornano. Stanno tornando, a Parigi e non solo, sulle gambe dei migranti e dei condannati ai bordi della cittadinanza, o addirittura espulsi: dalle periferie delle metropoli occidentali fino al Sud del mondo.
Intorno a lui, ombre. Sono i beur che escono all’aperto, dopo il viaggio. Sono i migranti che prendono spazio, dopo l’oppressione nel convoglio della metropolitana.
Phil cammina tra loro, pensando che il Sud del mondo è da sempre il bacino estrattivo più importante del capitalismo predatorio. Ma adesso che i fronti aumentano, le popolazioni fuggono da guerre e rovina. Qual è la differenza tra un profugo, un migrante economico e un marginale? Nessuna, si risponde, mentre sale su una scala mobile talmente lenta da sembrare ferma. Le migrazioni sono il prodotto di un estrattivismo folle, che ha portato distruzione ecologica e guerre per la spartizione delle materie prime, e ha favorito Stati canaglia collusi con le élite economiche del primo mondo. Cosa sono il Darfur, la Libia e tutto il Medio Oriente, se non questo?
Oltre le spalle di un ragazzo algerino, il professor Wade legge un cartello: Tenez votre droite. Nell’Occidente globalizzato, si dice, non può esistere più un centro vincente: troppo intense le forze centrifughe, troppo incapaci di sintesi i centri che riconoscono i conflitti senza più saperli governare. La scala mobile lo lascia davanti al chiosco di un tabacchi. La pubblicità di una marca di accendini infiamma la parete.

8283067

Ore 21:45.

La Marianna con la toga indosso è circondata dalla folla che si è radunata in Place de la République. Il crepuscolo fa un’unica macchia dei manifestanti: studenti, disoccupati e precari, ma anche uomini e donne del ceto medio.
Philip Wade vede morire le ultime luci del giorno, come muoiono la sinistra liberale e la socialdemocrazia. Le soluzioni proposte gli sembrano un balbettio sciagurato: la demolizione del welfare vissuta come un fenomeno ineluttabile, la svalutazione del lavoro considerata necessaria, la privatizzazione dei beni pubblici intesa come progresso, l’inquinamento messo in conto come male necessario. Assurdo, pensa Phil. E cosa si ottiene in cambio di quest’immiserimento? La connettività permanente o la sharing economy? È una contropartita fasulla, com’è fasullo il bluff, e le parti più attive del vecchio continente se ne stanno rendendo conto. Opporsi alle sinistre liberali può significare molte cose. Le forze centrifughe hanno un nemico comune ma si muovono in direzioni diverse: il Front National in Francia, Boris Johnson e la cordata antieuropeista a Londra, i movimenti neofascisti nel resto d’Europa, le forze del populismo. Perfino l’elezione di Sadiqh Khan è una discontinuità che rompe il quadro centrista. Queste opposizioni feroci si fondano sulla categoria del nemico, definiscono campi chiusi e contrapposti, alimentano l’odio reciproco e covano l’angoscia per il futuro. Ed è su questo che si baserà la battaglia per le presidenziali americane.
Tra gli alberi sottili, Philip si avvicina ai giovani e meno giovani che si confrontano e lottano insieme. Alla notte che scende, vede opporsi la Nuit debout. Una convergenza di battaglie che prende le mosse dall’opposizione alla legge sul lavoro proposta dal governo francese. In questo momento, in questo luogo, si dice, qualcosa sta accadendo. La gente scende in piazza. È pronta a protestare contro la politica di Hollande e Valls. E non solo qui: anche in altre piazze, in tutto il Paese. Donne e uomini rendono collettiva quest’esperienza.
Il professor Wade mette a confronto tutto questo con altri movimenti del passato recente. Occupy Wall Street, Gezi Park, gli Indignados in Spagna. Da quello che sente risuonare nella cornice dei palazzi ottocenteschi, Nuit Debout vuole essere un passo avanti. Le voci che riempiono Place de la République vogliono riscrivere la costituzione restando fuori dal Parlamento. C’è uno spirito comunardo che aleggia sopra i lampioni accesi. Tutte le lotte, un’unica lotta.
La piazza è piena, la gente prende posizione. Sotto il cielo stellato ci si parla. Philip si avvia a piedi nella notte di Parigi, le mani in tasca. Il giorno è finito, pensa, come il Secolo da cui vengo. E se pure non è questo il mio tempo, sento che sotto questo cielo può esserci un nuovo inizio.

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