Il Tredicesimo piano

La fine della storia?

Nessun Piano, neanche il più sofisticato, prevede tutte le variabili

27 maggio 2015

Dal diario di Philip Wade

Stamattina una ragazza mi ha interrotto, a lezione. Si è alzata in piedi catturando gli sguardi di tutti. Aveva un’espressione corrucciata sulle labbra. È una ragazza d’una bellezza strana, dai tratti irregolari, coi lineamenti più giovani della sua età ma con una disinvoltura precoce, eccessiva, sfrontata. Mi ha chiesto il perché del corso sulle rivoluzioni fallite che sto tenendo quest’anno.

Che senso ha studiare la Comune di Parigi, il Biennio rosso, la Rivoluzione spagnola, seguire le linee di ricerca di Hobsbawm sulla figura del Rivoluzionario? Lo sanno tutti in quest’aula – ha detto – che la Storia la scrivono i vincitori. E allora perché non occuparsi di loro, dei vincitori?

Ha parlato con un misto di fastidio e provocazione. L’irriverenza dei vent’anni. E quel particolare cinismo che solo i vent’anni senza utopie riescono a coltivare, quando dovresti volere tutto e invece ti accorgi troppo presto di non potere avere niente.
Ho risposto che dimostrerò, alla fine del corso, come le grandi vittorie possono rivelarsi tragiche sconfitte. E come, all’inverso, in un tempo lungo, le sconfitte più pesanti possono rivelarsi vittorie, errori che valgono da monito per non sbagliare ancora.
Adesso è sera, sono ancora all’università. Il silenzio avvolge il Birkbeck. Vado via sempre più tardi. Ogni giorno trovo un pretesto per ritardare il momento in cui mi ritrovo in una casa troppo grande, quando ogni respiro misura la profondità della solitudine.
Forse è per questo che ho cominciato a tenere un diario. Per rubare tempo.
Ogni mattina mi guardo allo specchio, ogni sera mi guardo nelle pagine bianche che si riempiono di parole. Due modi diversi per intercettare il riflesso di me. Non mi piacciono, questi riflessi. Dicono di troppi rimpianti.
Prima di cominciare a scrivere ho osservato le coste dei libri. Nomi e titoli formano un mosaico all’apparenza insensato. Carl Schmitt, Il Nomos della terra. Tariq Ali, The Extreme Centre. Philip K. Dick, Ubik. Niccolò Machiavelli, Il Principe.
Ho aperto un volume fra le decine che si accatastano su questa scrivania. Tucidide, La guerra del Peloponneso. L’ho sfogliato senza riuscire a leggere. La guerra tra Sparta e Atene è balzata fuori dalle pagine, e dalla memoria. La guerra: che non è il prolungamento della politica con altri mezzi, bensì l’essenza stessa della politica. Contraddizioni, conflitti…

Continuo a pensare alla domanda della ragazza. Alla mia età non si perde tempo a ragionare sul superfluo, la mia età è severa. Questi non sono i miei anni. La luce dalla strada che filtra dalla finestra impatta contro la parete che ho davanti e irride la sobria energia della lampada da tavolo. Quella luce non è per me. I miei maestri non ci sono più. Il mio mondo è cancellato. Ho provato a vivere un’altra vita nella grande banca, sul libro paga di Derek Morgan, ma non è servito nemmeno quello. Il tradimento di sé è un balsamo effimero, una cura ingannevole.
Nonostante il disordine che uomini come Derek mi rimproverano, fra le carte ho trovato il curriculum di quella studentessa. È nata nel 1993.
Millenovecentonovantatré.

Ha detto che, la Storia, la scrivono i vincitori.
Sbaglia.
È solo un’illusione, come quei murales sul lato occidentale del Muro di Berlino. Giochi pittorici che anticipavano ciò che sarebbe stato. Come il graffito che simulava una successione di muri infranti, uno dopo l’altro, fino alla torre della televisione ad Alexanderplatz.
I vincitori dell’ultima guerra, i conquistatori di ieri l’hanno cancellata, la Storia.
La fine venne annunciata poco dopo il crollo del Muro, la presa di Alexanderplatz e l’inizio del decennio ipnotico dei Novanta.
Il curatore fallimentare aveva gli occhi orientali e un passaporto americano. Si chiamava Francis Fukuyama, il grande liquidatore. È lui che impose un verso unico alla Storia, ne sciolse la plasticità, la costrinse su una linea retta che puntava al “qui e ora” della democrazia americana nei giorni della fine di un secolo già finito: il Novecento.
Cicli e discontinuità divennero incidenti di percorso. La Storia si concluse in un presente senza fine: e il presente eterno divenne lo stadio ultimo, il più perfetto, d’ogni possibile evoluzione.
Fukuyama cancellò la visione degli antichi storici greci, l’alternarsi di corsi e ricorsi, le sequenze di ascesa e caduta. Cancellò la tridimensionalità del tempo umano insieme all’idea che il futuro può modificare il presente e rimettere in una nuova prospettiva la visione del passato.
Oggi il presente non è più un punto di partenza verso l’orizzonte del possibile. È un punto d’arrivo. Inutile guardare avanti, non c’è niente. Tanto vale guardare a terra, dove si è arrivati. Al massimo voltarsi indietro, per compiacersi di quanto c’è voluto.

Devo essere rimasto l’unico nel palazzo, oltre la porta sento i passi del custode allontanarsi per il corridoio. Zoppica leggermente, ho imparato a distinguere l’andatura.
Non riesco a fare a meno di pensare che la fine della Storia nasconda un altro rimosso: la cancellazione della politica.
Questo non è il mio tempo. La globalizzazione che appiattisce il mondo, la Storia a una dimensione, la revoca d’imperio delle differenze…
Nel vuoto della politica prolificano i dispositivi della tecnica, che non è mai neutra. Quella che chiamano democrazia è un guscio vuoto, l’ennesimo inganno d’un tempo immoto. Corporation, élite, tecnocrazia determinano le decisioni.
Le macerie del Muro di Berlino non seppellirono solo la forma storica del socialismo: sotterrarono anche la socialdemocrazia europea e aprirono la breccia alla Terza via. Third Way. La teoria di Anthony Giddens. La bugia dei New Democrats a Washington e del Labour blairiano a Downing Street. La fine dei conflitti, la presunta equidistanza dal capitale e dal lavoro, l’accesso facile al credito, l’indebitamento di massa, il compiersi dei comandamenti di Margaret Thatcher e della rivoluzione conservatrice degli anni Ottanta: «La società non esiste», «Each for oneself». A Wall Street, intanto, le dotcom gonfiavano la bolla e liberavano adrenalina. L’euforia passava dal worldwideweb al Nasdaq.

Quando in primavera la neve sulle montagne si scioglie e gonfia i torrenti, crea una forza che erode e distrugge invece di dare ricchezza. È questo l’effetto dell’estremismo di centro che rimuove i conflitti, chiude la Storia e cancella la politica.

Ma la Storia continua a camminare sulle gambe di donne e uomini. Succede in Grecia. Potrebbe succedere in Spagna. E nessun Piano, neanche il più sofisticato, prevede tutte le variabili. Nessuna formulazione è in grado di elidere, e imprigionare, il tempo umano. Le contraddizioni infrangono la patina dell’immobilità, e sulla scena tornano le tre dimensioni della Storia. Si plasmano nuove forme del passato, torna l’orizzonte del possibile, tornano corsi e ricorsi. Torna, al centro della scena, come all’interno di un anfiteatro, la Grecia di Atene, delle poleis e dell’agorà. Contro ogni narrazione imperiale.

La luce dalla strada passa fin qui, attraverso la finestra. Molti anni prima di avere questo ufficio, di insegnare all’università, prima di fare lo strategist per la grande banca, sono stato allievo di Federico Caffè, a Roma. La città eterna che sfida il tempo, che – nei secoli – si è rappresentata come ultimo approdo della Storia: culmine, punto perfetto e insuperabile. Ancora oggi in Italia esiste un proverbio che dice: “Tutte le strade portano a Roma”. Un centro di gravità dove si risolvevano i contrasti, un luogo di armonia, un presente che sintetizzava in pace l’accidentata strada del passato. Nel Medioevo si parlava di translatio imperii.
In quegli anni lontani, mi colpiva l’organizzazione degli splendori di Roma. L’eloquente maestosità delle rovine. I Fori, le grandi strade tracciate dal fascismo, gli scorci del regime come celebrazione di grandezza. Il Colosseo e il Vittoriano, la Roma dei giochi e quella delle adunate. Onore ai poteri che non devono tramontare!
E che invece tramontano.
Tutti. Perché nella Storia è sempre inscritta la possibilità. E a quella Roma monumentale con una prospettiva fissa, si oppone la “fata morgana” della cupola di San Pietro vista da un punto del colle Aventino. L’effetto ottico, lungo il vialetto del parco, che rimpicciolisce quella grandiosità via via che ci si avvicina alla terrazza panoramica.

Ci sono illusioni buone. Illusioni che contestano le geometrie fisse del potere, illusioni opposte a quelle di Derek Morgan. Illusioni che non ingannano per controllare, ma per liberare il gioco di altri punti di fuga. Accade anche con le storie degli sconfitti, che sono una fata morgana della Storia.
Perché le storie, e la Storia, dei vinti sono le possibilità che nel passato non si sono date. Ma continuano ad agire in modo latente sul presente, e possono ancora influenzare il futuro.
La maggior parte di questi libri mi hanno insegnato che il passato è solo una combinazione possibile. Non l’unica, nemmeno la migliore. E che il futuro non è mai scritto.

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I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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