Il Tredicesimo Piano

Keynes: “E’ la Germania che ha rotto i trattati europei”

Quest'Europa non si riforma e non si cambia: si abbatte. Non l’hanno inventata Altiero Spinelli e gli altri di Ventotene… L’hanno inventata degli economisti classici.

24 settembre 2016

21 settembre 2016

«Terror rains drenchin’, quenchin’ tha thirst of tha power dons» urla Zack de la Rocha, il frontman dei Rage Against the Machine. Piove terrore che ci inzuppa / Soddisfacendo quella sete che dà il potere.
Terror rains… così assonante a Terror reigns… Il terrore regna, in italiano, la mia lingua.
Il brano Bulls on Parade è del 1996. Io avevo un anno. Mi chiamavo Alessandro Grimaldi, come adesso, ma non mi chiamavano ancora “Alex”.
Di anni ne sono passati venti, e nulla è cambiato. Anzi, va peggio.
Il terrore regna in quest’Europa impaurita che insegue falsi miti di sicurezza. Il terrore striscia, la paura governa, in quest’Inghilterra che con la Brexit ha sciolto gli ormeggi: Goodbye, Europe.
«Weapons not food, not homes, not shoes / Not need, just feed / the war cannibal animal».
La guerra è un animale cannibale. Lo sanno bene, qui, a London City. Da Margaret Thatcher a Tony Blair, ogni svolta a destra è stata scandita da una guerra. Le Falkland o l’Iraq, poco importa. E quando non bastavano i marinai argentini dell’incrociatore “General Belgrano” o gli eserciti di Saddam, allora il nemico era interno: the enemy within. Così la Lady di Ferro chiamava i minatori in rivolta.
Il terrore regna, il potere placa la sua sete, la guerra sazia la sua fame.
E noi?
Interrompo lo scorrimento della traccia audio sull’iPhone, sfilo gli auricolari. Ho la solita impressione di vivere un salto dimensionale. Da un vita all’altra. Succede quando ne hai più d’una. Mi guardo intorno.
Noi?

L’aula è grande. I banchi sono disposti in modo da convogliare gli sguardi sulla cattedra, si aprono come dita da un palmo. Il “Birkbeck” ha prestigio e al tempo stesso un’aura d’indipendenza, da college alternativo. È l’ideale per questi ventenni con giacche di velluto e maglioni a collo alto, la barba poco curata e gli occhiali troppo grandi, questi ragazzini che credono di avere ragione e sono nient’altro che old “new left”. Hanno la mia età, eppure siamo lontani anni luce.
Noi, chi?

Un movimento, in basso.

L’uomo che si materializza davanti alla cattedra ha un corpo ingombrante, passi lenti e una giacca di tweed sotto il braccio che sembra rallentarlo come una zavorra. Anche da qui riesco a cogliere i segni del tempo sulla sua faccia, un’espressione fissa di stanchezza.
È per vedere un vecchio del genere che ho lasciato la mia città? Che sono partito da Roma con poche cose nello zaino e un “niente da dichiarare” in fondo al cuore?
Roma… è lì che sono nato come Alessandro Grimaldi. Roma, dove studio alla Sapienza come “Alex”.
Per un vecchio che si trascina, penso serrando le labbra. Mentre il professor Philip Wade si schiarisce la gola e inizia a parlare, scuoto appena la testa.
“L’Euro si dibatte, agonizza davanti a noi. E dietro i suoi tormenti c’è un colpevole: il surplus commerciale tedesco”. L’aula si scuote in un brusio. Questi ventenni se la tirano da uomini di mondo, giocano a fare gli intellettuali radicali, e poi si sconvolgono per un colpo di vento.
Il vecchio ha una voce ferma e decisa, sorprendente. La schiettezza dell’analisi, quella sì, me l’aspettavo. E anche la tesi che esplode come una fucilata. Il problema del presente che si rapporta al passato, la politica e l’attualità per aprire la lezione di un corso di Storia. Erano le caratteristiche di Philip Wade: quelle che trasferiva nelle pagine dei libri o negli interventi pubblici.
“Il surplus commerciale tedesco è l’origine di contraddizioni e squilibri su cui l’Unione europea inciampa alla ricerca di un assetto stabile”.
Ho iniziato dalla rete telematica, perché da lì inizio ogni cosa, sempre. Poi sono passato ai libri del professore. Ho colto subito l’acutezza dell’analisi. E ho colto subito l’odore della sconfitta. Philip Wade è uno sconfitto, lo sarà sempre: uno dal lato sbagliato della barricata. Qualcuno direbbe “della vita” e userebbe la parola perdente. Io no.
Il vecchio in fondo all’aula, comunque, le ha perse tutte. Pochi mesi fa ha annunciato un voto sofferto a favore del Remain, e ha perso. L’anno scorso ha creduto nell’Oxi greco, ha scritto dell’anomalia ellenica, ha auspicato l’apertura di un processo costituente nell’Unione, ha evocato un europeismo alternativo e radicale. E ha perso.
Ora riprende a parlare: “John Maynard Keynes…” Fa una pausa che tiene tutti lì. “Se vi chiedessi a cosa lo associate, probabilmente riceverei molte risposte che intendono un unico concetto. E sarebbero risposte parziali, giuste ma incomplete. Assocereste Keynes alle politiche espansive di bilancio, le cosiddette politiche keynesiane, appunto. La risposta però dovrebbe essere un’altra, perché il cuore del suo progetto era un altro: ovvero, stabilizzare il commercio mondiale e creare l’infrastruttura per una pace durevole e prospera. Il grande sogno di Keynes era il Bancor”. Il ragazzo accanto a me prende appunti compulsivamente, senza neanche sentire davvero.
“Bancor… Ricordate almeno voi questa parola che in tanti avrebbero dovuto ricordare, e invece sembra obliata. Le politiche di espansione e contrazione di bilancio erano interventi congiunturali per lenire le ferite provocate dai cicli economici. Ma il vero punto di svolta, il principio di un nuovo assetto era una moneta internazionale, valida per gli scambi commerciali: il Bancor. Al quale Keynes lavorò dopo la fine della guerra, ispirandosi non all’utopia, bensì all’eutopia”.
Si volta e raggiunge la lavagna, il vecchio. Scrive, in grande: UTOPIA. Poi: EUTOPIA. Infine col gesso sbarra l’utopia: chiarisce che sono due cose molto diverse anche se l’inglese le pronuncia allo stesso modo.
“Nessun luogo” e “Buon luogo”, U-topia ed Eu-topia. Philip Wade deve aver cercato nel tempo un luogo perfetto. Senza mai trovarlo. Un altro insuccesso, professore: lei cercava e intanto il tempo finiva, e finivano pure i luoghi, come le carte di un mazzo. L’ennesima sconfitta. So di cosa parlo, ho fatto le mie ricerche. È cresciuto nella Liverpool della working class, ha visto il tramonto della classe operaia inglese. È stato allievo di Federico Caffè a Roma, prima che io nascessi, prima che il maestro scomparisse e i suoi moniti rimanessero inascoltati. E poi Londra. La metropoli dei flussi di capitale che ricordano un mare in tempesta, attorno alla zattera del Birkbeck College. Si tiene con tutte le forze, professore. Mi sono informato bene, lei non accetta di andare in rovina come il passato.

Il vecchio Wade cammina, si lascia dietro la lavagna e i segni del gesso.
“Il progetto eutopico di Keynes viene cancellato dagli accordi di Bretton Woods coi quali il dollaro diventa la chiave di tutti gli scambi, una valuta nazionale a fondamento di un regime monetario internazionale. La nascita dell’FMI rende asimmetrici i poteri e assegna ruoli bloccati: i Paesi debitori saranno sempre in posizione subalterna rispetto a quelli che detengono il credito. E il dollaro sarà sempre l’incontestato protagonista. Ecco: le origini del presente sono lì, a Bretton Woods, quando si abbandonò il progetto del Bancor”.
Mi accorgo dell’orologio sulla parete, in alto alla destra della cattedra. Mi accorgo che è fermo. Penso a come crediamo che certe cose accadano solo in Italia. Poi penso che l’orologio fermo è perfetto per il professore, uno che rompe la time-line saltando da una parte all’altra del tempo.
“Torniamo all’Euro e alla sua agonia. Il surplus commerciale tedesco prolifera insieme alla crisi, nasce da un’alleanza tra politica, aziende e sistema bancario, e colpisce la middle class continentale. Per finanziare il surplus va in scena una catena sconsiderata di passaggi. Seguitemi”.
Aiutandosi con le mani, muovendosi pesantemente nell’aula, il professor Wade continua a spiegare: “Le aziende esportano di più nei Paesi indebitati che vendono il loro debito a investitori dei Paesi esportatori. Il bilancio del commercio aumenta artificiosamente. I debitori vanno in crisi e implementano politiche di austerity. Il debito però viene tenuto in vita, come l’espansione monetaria tiene in vita il commercio, come l’Euro è tenuto in vita per puntellare il sistema dei pagamenti. Dal debito pubblico, quindi, si passa al debito privato, le banche vanno in sofferenza, vengono salvate per tenere in vita l’Euro, i salari scendono…” Fa un gesto definitivo verso il pavimento dell’aula. “Questa spirale finisce con la moneta unica che salta. Non c’è progetto politico che tenga. L’Euro e il costante surplus commerciale di un Paese, di un solo Paese, sono incompatibili. Non se ne esce, a meno che non s’intervenga sugli equilibri commerciali”.
Il vecchio si prende una pausa. Una lunga pausa. La tira per le lunghe, penso. L’eutopia monetaria che intende, sulla rete telematica, esiste già: si chiama bitcoin. E comunque io odio il denaro.
“Immaginate che cosa sarebbe successo se…” dice Wade con la voce impostata.
Alle parole what… if…, avverto una scossa. Quella è la formula che riapre i giochi, che mette in dubbio la sequenza dei fatti, il corso della Storia. Nessuna verità può negare il libero esercizio dell’immaginazione applicato al tempo. Cosa sarebbe successo se i nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale, o se le Twin Towers non fossero crollate? Se le cose fossero andate in modo diverso, e se a un bivio dell’esistenza ciascuno di noi avesse fatto l’altra scelta?
Mi fanno eco le parole del professore, nell’aula in silenzio: “Immaginate se si fosse scelto il Bancor come valuta delle transazioni commerciali. Se il progetto di Keynes avesse fatto gravare gli squilibri internazionali tanto sui creditori quanto sui debitori. In altre parole, immaginate se i creditori si fossero dovuti impegnare a investire i crediti commerciali acquistando beni e servizi da altri Paesi. Se non fosse esistito un debito unilaterale tra le due parti”. Si riempie un bicchiere d’acqua. “I crediti avrebbero dovuto essere compensati con importazioni. Il debitore non avrebbe avuto accesso illimitato al credito per importare, e soprattutto sarebbe stato obbligato a produrre beni e servizi da vendere all’estero per compensare il debito. Il Bancor incarna un’idea di equilibrio commerciale. Il debito, con il Bancor, non si sarebbe tradotto in consumi, bensì in investimenti. E invece, oggi, è un dispositivo di vendor financing a favore degli esportatori”. Si interrompe, beve. Poi riprende: “La moneta è la cornice nella quale il debito opera. Se il creditore in surplus fosse responsabile quanto il debitore dello squilibrio commerciale, non avrebbe interesse a finanziare le esportazioni in un Paese in deficit. Keynes puntava a questa corresponsabilità in termini di disavanzi commerciali. L’equilibrio del commercio è la salvezza, mentre il fondamentalismo mercantilista nega il successo di una valuta comune, perché ne mina le basi attraverso il dumping fiscale, quello salariale, e la distruzione del welfare. Ma i potentati economici del Nord Europa sono ingordi, e troppo miopi per accorgersi di quanto sia vicino il baratro”.
No, professore. Mi lascio andare sulla schiena. Troppi “Se”. E troppi giochi con il tempo. Non mi convince, eppure continuo lo stesso a seguire il discorso. Le sue parole, quelle che ho letto, quelle che ascolto ora, mi attraggono come il vuoto in cui sprofonda l’uomo sotto ipnosi. La raccolta d’informazioni su di lei, Philip Wade, ha lasciato una lacuna che devo colmare. La ricerca si è fermata a cavallo tra la fine dei suoi anni romani e il rientro a Londra. In rete non c’è niente. Lunghi anni senza una traccia. Poi la cattedra al Birkbeck College. Per scoprirlo le ho anche crackato l’indirizzo di posta. Perché io sono Alex, adesso, ma nelle pieghe della rete telematica, nel deep web, quando mi sparo la chitarra di Tom Morello nelle cuffie, allora divento “RAGE”. L’hacktivist che cerca le impronte di Aaron Swartz per seguirne l’esempio. RAGE, partigiano della libera informazione contro il potere. Eretico dell’era digitale che insieme a tanti altri grida: Omnia sunt communia.
Tutto questo era successo sei mesi prima.

Philip Wade continua a parlare: “Qualcosa sta cambiando in Europa. Da alcuni mesi il rifiuto dell’Euro non è più l’esclusivo vessillo del fronte identitario e nazionalista. Ora, anche a sinistra, l’ipotesi di uscita prende piede e raccoglie consensi. Non è solo l’espandersi tatticamente sul campo anti-europeista per contrastare le destre. È anche un movimento spontaneo che per esempio contesta gli effetti del riformismo socialdemocratico. Nel referendum per il Brexit, il Leave è stato votato dai partiti identitari, ma anche da aree consistenti della sinistra. Adesso il Lexit può essere altrettanto catastrofico”. Si avvicina alla lavagna, prende un gesso tra le dita. “Nella tanto sbandierata fine delle ideologie, l’idea mercantilista frantuma il sogno europeo. Le istituzioni sono dominate dal feticcio delle esportazioni, la moral suasion verso i Paesi deboli unisce corsa alla competizione e compressione dei salari. Proprio questa sancirà la morte dell’Euro, se non si interviene in tempo. Disoccupati cronici, nuovi poveri, nazionalismo: è una miscela che può far saltare tutto”.
“E allora che accada presto, professore”. Lo dico con impeto, quasi senza volere.
Quasi. Perché è colpa di uomini come Philip Wade, esitanti e vigliacchi. Rimandano sempre, e la chiamano “temporalità della politica”. Buttano la vita sui libri, e non agiscono mai. Dicono di voler cambiare tutto, ma non vogliono cambiare niente. Traditori. La parola mi esplode nella mente ma si mischia con altre parole, quelle che comincio a pronunciare incurante delle occhiate sbigottite che sento addosso: “Lo spettro del Lexit non si aggira per il continente. No, professore. È solo che voi ce l’avete nella testa”. Percepisco intorno la reazione sgomenta degli studenti come un vuoto d’aria. Il vecchio mi guarda, con la testa sollevata e l’espressione di chi non l’ha mai sollevata prima. Mi ascolta mentre concludo: “Parlate di processi costituenti, di nuova Europa… Sono chiacchiere. Quest’Europa non si riforma e non si cambia: si abbatte. Non l’hanno inventata Altiero Spinelli e gli altri di Ventotene… L’hanno inventata degli economisti classici”.
Wade sembra essersi ripreso. Fa un cenno agli studenti, zittisce il mormorio. Poi fa qualche passo verso di me, restando vicino alla cattedra laggiù. “Sei italiano?” mi chiede. Io annuisco.
“Riconosco l’accento” dice. “Bene, non so darti una risposta. Temporeggiare, riformare: non so se adesso siano cose da vigliacchi o da impotenti. So, però, che il salto nel vuoto mi spaventa più di tutto. Rischiamo di finire come le primavere arabe: lotta comune contro il male della moneta unica e poi l’entropia. Accade che le rivoluzioni imbocchino strade impreviste”. Torna alla lavagna, lascia il gesso che aveva portato con sé. Va avanti. “Per combattere le forze reazionarie bisogna offrire alternative. La xenofobia, l’intolleranza, il razzismo ormai dettano le agende di governo. Lo vedi ovunque… E allora bisogna spiegare che l’immigrazione non è niente in confronto al vero problema: cioè, alla libera circolazione internazionale dei capitali. È questo che genera gli squilibri e le speculazioni, muovendosi in cerca di bassi salari, bassa pressione fiscale e scarsi vincoli contrattuali. Questo è il vero nemico del progresso. Non so darti una risposta, quindi, ma almeno una proposta ce l’ho: lavorare tutti insieme a un labour standard sulla moneta, un sistema che regoli gli scambi e controlli i movimenti di capitale, soprattutto nei Paesi che tendono al dumping. A voi giovani può non piacere…” Wade fa un cenno verso di me. “Ma impeto ed energia devono essere incanalati da argini solidi, per non fare danni o andare dispersi, ragazzo”.

Trentanove minuti dopo

Cammino a circa venti metri dal professor Philip Wade.
Finita la lezione, ci siamo riversati nei corridoi del Birkbeck verso l’uscita. Adesso cammino per Malet Street e studio le grosse spalle nella giacca di tweed, l’andatura incerta, la figura di un vecchio sconfitto. Studio gli elementi della sua inadeguatezza, ma devo anche riconoscere che ha saputo rispondermi. Cammino e penso a quella risposta, tra i ragazzi che incrociano gli sguardi sull’Italiano che in aula ha fatto la domanda. Non sanno che ne ho ancora, di domande. Non sanno che a Londra non sono capitato per caso… Sono venuto apposta per vedere Lui.
Studio la goffa fisionomia del professore, mentre le ultime luci del giorno allungano le nostre ombre su questa strada alberata del distretto universitario di London City. Poco più in là, a Sud, il British Museum. Ancora più a Sud, Soho.
Penso all’ultima parte della ricerca. A come trovai per caso, in biblioteca, gli atti di un convegno in cui compariva il nome di Philip Wade. Un convegno organizzato dalla sede londinese di una grande banca americana dove il professore aveva lavorato come strategist. Cammino a circa venti metri e lo vedo infilarsi in un pub. Lavorava come strategist al fixed income dei governativi, proprio qui, a Londra. Metto le cuffie. Lavorava per conto di un uomo che quelli come me conoscono bene. «Terror rains drenchin’, quenchin’ tha thirst of tha power dons» attacca il pezzo dei Rage Against the Machine. Un uomo che è una leggenda anche per chi lo combatte.

Chi sei davvero, professor Wade?
E perché lavoravi per Derek Morgan?

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