Il Tredicesimo piano

Il numero magico

Mi piace l’uno. Può dividere tutti i numeri. Ed è il punto di partenza, qualcosa di ineliminabile

12 giugno 2015

Venezia, 12 giugno 2015

Non tornavo in Italia da anni. Dal 2011. Dai giorni della crisi del debito, dall’inizio dell’austerità in questo Paese che tanto avevo amato.

Subito dopo lasciai la grande banca e andai a insegnare al “Birkbeck”. In Italia ci ero sempre venuto con regolarità, senza far passare così tanto tempo. Stavolta, invece, di anni, ne sono passati quattro. Forse resistevo all’idea di vedere stravolto un Paese che avevo amato. Perché lo avevo amato davvero, quando ero un allievo di Federico Caffè e vivevo a Roma. Quando ero un giovane keynesiano che ancora non aveva lavorato per la grande banca.

* * *

E adesso, Venezia. Città che muore, triste albergo, sogno e ossessione. Venezia. Da dove si vedeva il fumo di Porto Marghera, dove gli altiforni a ciclo continuo andavano insieme alle lotte operaie. E si spegnevano quando le lotte montavano.

È proprio in questo luogo dell’Italia che devo tornare? Nella malinconia dolce dei ricordi di un tempo glorioso, quando le lotte imponevano al capitalismo di convergere verso la democrazia sociale? Proprio qui, maledizione?

Sì, non c’è altra risposta. È qui che hanno aperto un’incredibile edizione della Biennale dedicata a Karl Marx. Un’edizione per cui valeva la pena affrontare il ritorno in Italia.

Ho superato le nude colonne all’esterno e sono entrato nel padiglione centrale. È difficile credere a quello che vedo. Perché non c’è nessuna opera. Lo spazio è organizzato per ospitare soltanto proiezioni e dibattiti. E letture dei testi di Marx: per l’intera durata della mostra. Per sette mesi, Karl Marx da Treviri. Giorno e notte.

Mi fermo in mezzo alla brutalità di questo ambiente sgombro. Non mi scuote la voce che parla in un microfono, i passi che camminano alle mie spalle. Tento di allargare la prospettiva ma la luce è soffusa, gli occhi si concentrano sul vuoto così rumoroso, e al massimo noto qualcosa di bianco ai bordi del campo visivo. Poi realizzo che è in corso una lettura. La voce nel microfono sta dicendo che «Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità a esso». In sala qualcuno tossisce, dietro di me sento che il movimento si è interrotto. Con la coda dell’occhio intuisco una mano passare su una cravatta scura, mentre dalle casse viene il timbro stentoreo del lettore: «Fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale».

Poi una voce diversa, alle mie spalle, mormora in inglese: «Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica. L’utopia di Marx, l’estinzione inevitabile del capitalismo… ».

Scuoto la testa. Ci avrei dovuto pensare prima. Il passo di quella camminata, il bianco della camicia, la cravatta. Senza girarmi, rispondo: «Il Frammento sulle macchine… Ma più che di estinzione inevitabile del capitalismo parlerei dell’inizio di un nuovo incubo».

Allora mi volto, e incrocio lo sguardo di Derek Morgan, il grande manovratore, il potere nell’ombra, il tessitore dei destini.

* * *

Che coincidenza, non ci vediamo da appena tre mesi. Doveva essere stato per caso, la volta scorsa, quando lo avevo trovato nel mio ufficio alla fine della lezione. E deve essere casuale anche questo incontro…

Al tavolino di una piccola piazza, uno di quegli slarghi che a Venezia chiamano “campielli”, siamo seduti a bere. Derek e io. Un bianco per me, che sorseggio lentamente come fanno gli italiani. Acqua liscia ghiacciata per lui.

Con un gesto vago della mano, mi spiega che è venuto in Italia per un convegno.

Sposto il suo bicchiere su un lato del tavolo: «Che tempismo, però. Proprio adesso che in Europa sta cambiando il quadro. I conservatori di Cameron vincono di nuovo a Londra e indicano l’orizzonte del referendum, Podemos cresce in Spagna, la destra nazionalista prende la Polonia, Syriza ha una trattativa cruciale ancora in corso… E tu capiti in Italia…»

Lui bluffa, rimane impassibile. Dice che mettere l’aggettivo “espansiva” dopo il sostantivo “austerità” è solo una questione di parole. E aggiunge: «Le parole non hanno prezzo».

«Ti piace tanto» rispondo, «quando una frase può avere significati opposti. “Non hanno prezzo” perché non valgono niente o perché sono inestimabili?». Ma non gli do tempo di fare altro che riposizionare quel bicchiere sull’impronta al centro del tavolo. Ricomincio a parlare: «L’uscita dal Novecento ha comportato costi sociali insostenibili, Derek. Alla lunga, la divaricazione tra mercato e democrazia può determinare un’esplosione su larga scala. E l’insorgenza sociale non è l’unico problema… » Faccio girare il vino nel calice. «L’uscita potrebbe essere anche a destra, nella barbarie del nazionalismo, del razzismo, del peggiore sovranismo. I frutti tossici di un’epoca che è stata, tra l’altro, la culla di orrori come il nazismo. Potrebbe significare che l’unica propaggine che si allunga oltre il secolo breve è proprio quella: la barbarie…»

* * *

Derek mi lascia parlare, come se le mie carte non siano altro che scarti. Osserva i cubetti sciogliersi, lentamente e inesorabilmente. Forse vorrebbe conservarli ghiaccio in eterno. Forse vorrebbe cancellare l’entropia dal mondo. Ma non arriva a tanto il suo potere.

Poi sospira. «Il convegno a cui partecipo è su Keynes. Hanno chiamato me per parlare di Keynes. Assurdo, no?» Fa un mezzo sorriso.

Insisto: «Non basta mettere “espansiva” dopo “austerità”, per risolvere il problema. È proprio così. Siamo davanti a un salto di paradigma, Derek: e non serve nemmeno un QE per sistemare le cose». Mi piego verso il suo lato del tavolo: «Al convegno dovresti parlare delle trappole della liquidità indicate da Keynes. E di come la mutazione, in un contesto di questo tipo, dev’essere radicale. Keynes è di un’attualità straordinaria: servono politiche pubbliche attive. E poi l’Europa deve farsi coraggio e assumersi la responsabilità di risolvere la questione greca».

Lui fa tintinnare il bicchiere, colpendolo con un dito. «Radicale… » scandisce con un certo gusto. Si interrompe per bere, prima di riprendere: «Il numero magico è 1. Mi piace l’uno. Può dividere tutti i numeri. Ed è il punto di partenza, qualcosa di ineliminabile. È il numero senza il quale verrebbe giù tutto».

Guardo le persone intorno a noi. Annuso l’odore dell’acqua, così diverso da quello che sentivo a Liverpool, da bambino. Derek appoggia gli indici sul tavolo: «Il numero magico per la Grecia, Phil, sarà l’accordo sull’avanzo primario per i prossimi anni. Un accordo intorno all’1% del PIL determinerebbe, a cascata, la ristrutturazione del debito».

Finisco il vino in un sorso: «Sarebbe la vittoria di Syriza: il debito non verrebbe più valutato come un peccato originario da espiare, ma sarebbe considerato in rapporto alle potenzialità reali del Paese. Sarebbe la vera inversione di tendenza. Radicale. Sarebbe la politica che torna al suo posto, sopra a egoismi e speculazioni…» Non mi faccio fermare dalla sua compostezza, vado avanti: «Se il rapporto debito/PIL si desume dal contesto e non da freddi calcoli spacciati per dogmi, allora la politica avrà dettato le condizioni ». Suonano delle campane, mi pare suonino a festa. E concludo: «Di fatto il debito greco dovrà essere tagliato almeno del 30%. Trenta, Derek. Il debito non è la colpa collettiva di un popolo, ma una risorsa di cui una parte dell’Occidente ha beneficiato. Il problema non si risolve con l’austerità dei diritti, ma con l’austerity delle rendite».

* * *

Derek Morgan finisce il suo bicchiere, senza fretta. Guardo il fondo di ghiaccio rimasto, mentre ascolto la sua voce calma e decisa: «Una volta esistevano dei marxisti eretici, qui in Italia, che credevano all’esistenza di un nesso insopprimibile tra lotte e sviluppo. Pensavano che i cicli del conflitto sociale spingessero il capitale a innovazioni continue, ma che quelle innovazioni avrebbero liberato margini di autonomia nei soggetti che producevano, tanto da rendere superfluo il capitalismo stesso nella proiezione di una tendenza che definirei fin troppo ottimistica. Tesi suggestiva, di sicuro. Ma guardati intorno, Phil: dove la vedi l’autonomia del general intellect? Dove sono i margini di progressiva liberazione?» Fa una pausa, come se non volesse separarsi dalle carte vincenti che sta per mettere giù. «A tutto questo abbiamo risposto estraendo valore ovunque. Ovunque. Perfino dal tempo di non lavoro. Vuoi parlare di Grecia. Beh, Atene sta salvando il capitalismo da se stesso, Phil. Fa apparire il debito come una risorsa di cui tutto il capitalismo è “debitore”. E l’illusione deve rimanere tale. Alcuni da noi, negli States, parlano dei pilastri del Washington Consensus. Per me sbagliano: non ci sono pilastri immodificabili. Cambiano all’occorrenza. Più Stato o meno Stato, parametri del debito… Sono solo variabili da controllare al momento giusto. È solo una questione… tattica.» Indugia ironicamente sulla parola. «La coerenza delle dottrine non serve a delineare piani che funzionano».

Si alza dal tavolo. Mi sorride. «Keynes, non Keynes. Le ideologie hanno senso soltanto come strumenti plastici, Philip. L’unica cosa che conta è dominare il caos».

Mi saluta con un cenno del capo.

E penso che questa mano di poker l’ho persa, mentre lo guardo addentrarsi fra le calli.

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