Il Tredicesimo Piano

Green Economy?

Distopia e utopia dei tassi bassi

3 dicembre 2015

3 dicembre 2015

La prima luce del giorno si appiattisce fra gli alberi. I rami guadagnano spessore, le foglie si accendono. Ogni elemento perde la vaghezza indistinta che aveva nel buio. Il suono del silenzio si mischia a remoti fruscii.

La Terra ruota attorno al sole, il giorno segue la notte, l’autunno segue l’estate. L’entropia detta mutamenti e trasformazioni.

Una foglia si stacca, rotea nell’aria, mi cade vicino. Scende nell’anonimato delle altre foglie, piegata dalla legge di gravità. Con lo sguardo affronto al contrario il percorso che ha fatto, e poi vado oltre, cerco le nuvole sospinte dal vento. Si annuncia una giornata fresca, piuttosto luminosa. L’ombra degli alberi, proiettata sul terreno, espone meglio delle parole ciò che accade quando un corpo si interpone fra una fonte luminosa e una superficie. Guardo lo specchio d’acqua, poco oltre, come si increspa sotto la brezza. I principii della pressione atmosferica presidiano al movimento delle masse d’aria.

Leggi della natura, universali, interpretate dalle scienze. Leggi immutabili a cui l’uomo deve inchinarsi, pur potendo modificare la natura stessa. Leggi che quelli come me, quelli come Derek Morgan, sognano d’infrangere. Perché noi diavoli vogliamo vincere la gravità come in un’illusione di Escher. Vogliamo vincere l’entropia in un moto perpetuo e senza dispendio.

Siamo gli unici che possono sfidare quelle leggi. Siamo i detentori dei destini del mondo. Non conoscono i nostri nomi, ma c’è il nostro nome sul futuro.

Per molto tempo l’umanità ha conservato l’equilibrio di un metabolismo tra sé e la natura attraverso la produzione materiale. Una dialettica che puntava a uno scambio continuo. Lavoro, bisogni, corpi produttivi, e natura interagivano, costituendo la cornice permanente della storia dell’uomo.

Poi la reciprocità si è incrinata: l’uomo ha preso il sopravvento e l’ambiente ha assunto le sembianze che il suo dominatore ha deciso. Come creta sotto le mani di un artigiano.

Così si diede la frattura.

Alzo gli occhi. Sullo sfondo del cielo sempre più azzurro, solcato da qualche nuvola sempre meglio delineata, inquadro il grattacielo.

Questa non è la natura incontaminata e lontana dalle metropoli d’Occidente. Non è un luogo incantato fuori città. No, questo è Central Park, Manhattan, New York City. Un verde monumento alla manipolazione dell’uomo, alla sconfitta della natura.

Lo specchio d’acqua è un lago artificiale. Gli alberi sono trapiantati. Qualsiasi imprevisto in quest’enorme rettangolo verde nel cuore della Grande Mela è progettato. Un’infrastruttura invisibile controlla il parco.

È un’Arcadia sintetica, Central Park, l’utopia della purezza naturale assoggettata alla manipolazione umana.

Anche il pianeta Terra è retto da un’infrastruttura invisibile. Oggi lo scambio tra uomo e natura è diventato controllo dell’uno sull’altra. Abbiamo estratto dall’ambiente più di quanto servisse, abbiamo stravolto l’equilibrio: non sono i bisogni a guidare la produzione, ma è la produzione a indurre bisogni. E alcuni dicono che siano falsi.

Il bacino d’estrazione del valore coincide oggi con l’Ecosistema, e il valore è determinato dalla misura dei consumi.

Se Faust sognava un progresso perpetuo, ora quel sogno si è trasformato.

Faust, d’altronde, ha venduto l’anima al Diavolo.

Lungo il sentiero cammino con passo regolare e deciso, mentre le persone che fanno jogging mi sfilano accanto. Dove il parco si apre in un immenso prato, mi fermo a guardare lo skyline della città, oltre le chiome degli alberi. Da sinistra a destra l’andamento dei grattacieli sembra il saliscendi di un indice. Un aereo taglia il cielo. Il ponte sul laghetto, più in basso, ha un disegno sinuoso che vorrebbe accompagnare il flusso e invece è un braccio diafano che cala sull’acqua. Vorrebbe essere in armonia con la natura, mentre non è che un segno dell’uomo.

La brezza leggera fa aderire la giacca del completo nero alla camicia bianca, e questa al torace. Faccio qualche passo in direzione della fontana, la Bethesda Fountain, con il suo angelo di bronzo. I diavoli sono angeli caduti.

Poi mi fermo davanti a una mappa del parco: resto a riflettere su uno spazio che ha al suo interno il dispositivo per controllarlo. Allo stesso modo, il capitale ha le armi per consumare l’ambiente ma ha anche gli anticorpi per evitarne la distruzione.

I profeti dell’Apocalisse aspettano il punto di non ritorno, narrano un futuro di devastazione. L’apocalisse è un racconto di equità e giustizia. Castighi e ricompense dispensati alla fine dei tempi.

Equità e giustizia non esistono. Solo i diavoli sanno anticipare il futuro, perché è in loro potere crearlo. I profeti di rovina sono ciechi, le grida apocalittiche non ci impensieriscono.

Non esiste apocalisse. Non esiste la definitiva distruzione ambientale. E non c’è alcuna salvezza fuori dal nostro ordine. Questa è la verità. Coloro che distruggono sono gli unici che possono salvare.

Cammino per Central Park, le mani in tasca. L’aria si riscalda con il passare dei minuti.

Nella sua storia che coincide con la Storia, il capitalismo ha creato un ecosistema funzionalista, subordinato alle proprie esigenze. Sì, intere popolazioni sono costrette a migrare per i disastri causati dal cambiamento climatico. Sì, esiste una geopolitica dell’ambiente. Sì, i ritmi della produzione hanno la priorità. Ma se questa è distruzione, si tratta di distruzione creativa: nel consumo di risorse sono inscritte le possibilità di salvezza. La stessa malattia genera gli anticorpi, in un perpetuo mantenimento dell’ordine.

Non sogno incubi ambientali. Cinquant’anni fa, il presente che stiamo vivendo sarebbe apparsa un’utopia. Dobbiamo lavorare sugli effetti collaterali del progresso, questo sì, dobbiamo eliminare le scorie.

È vero, gentrificare parti del pianeta è diverso da gentrificare quartieri urbani. Non basta qualche artista, e una manciata di radical chic o di patetici bohémien. È più complesso, ma è la nostra missione. La lotta per l’ambiente è inscritta nel processo capitalistico. Di più: è un mezzo di produzione. Deve creare valore e nuova cittadinanza, nuove forme d’inclusione. Solo così si salva il pianeta. Solo noi, possiamo. Non i sostenitori della decrescita, non i partigiani nostalgici del Blut und Boden, e nemmeno gli anticapitalisti per tutte le stagioni.

Soltanto noi abbiamo i mezzi per farlo e lo stiamo facendo, esplorando la nuova frontiera della rendita.

Mi avvio verso un’uscita. Il sole si solleva ancora e la città allunga fin qui i suoi rumori.

Gli apocalittici blaterano di tetto d’estrazione e fine dell’economia idrocarburica. Quell’economia è già finita per noi. Abbiamo parlato di shale gas e l’abbiamo messo a valore quando ancora non esisteva. Che possa essere distruttivo dal punto di vista ambientale, non conta. Che sia solo una possibilità, non fa differenza. Con le parole l’abbiamo reso più reale di un pozzo petrolifero.

La formula magica è “tassi bassi”, segreto di leve finanziarie più imponenti che rovesciano la realtà e rendono appetibili business che non lo sono.

I tassi bassi sono anticorpi alla distruzione ambientale. Le prossime scommesse saranno “verdi” e post-idrocarburiche. La salvaguardia dell’ambiente diventerà una nuova arma di controllo e un asset strategico.

Malattia e cura, virus e proteine rigeneranti, problema e soluzione sono diventati indistinguibili nella nostra azione.

Se l’isola di Pasqua rimase orfana della civiltà per colpa di una folle casta di sacerdoti che disintegrò l’Ecosistema, il Giappone si salvò dall’estinzione smettendo di tagliare alberi e iniziando a svuotare i mari. Sappiamo quando spostarci dalla terra all’acqua.

Nella consunzione di risorse c’è una continua rigenerazione. Depredare e rigenerare, depredare è rigenerare.

Raggiungo l’uscita del parco sul lato dell’East Side. Il lato dei super-ricchi. Osservo i grattacieli un’ultima volta, piegando la testa all’indietro perché ora sono vicini. Poi mi volto, lanciando un’occhiata alla massa verde di Central Park.

L’utopia degli uni è la distopia degli altri, mi dico. E l’apocalisse salmodiata da alcuni è la genesi eterna di altri. Alfa e omega.

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I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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