Il Tredicesimo Piano

Fiat Money

La più grande astuzia del Diavolo è farci credere che non esiste.

27 novembre 2015

27 NOVEMBRE 2015 – Nella grande aula del “Birkbeck College” vedo una mano arrampicarsi fino al mento, stupita. Un paio di Clarks smettono di fremere, sotto un banco della prima fila. Ora che volge alla fine, lo possono dire: non si aspettavano questa lezione, dal professor Philip Wade. Non se l’aspettavano, da me.
Era previsto che parlassi di movimenti anti-coloniali, dell’Algeria. Il solito, fondamentale passaggio del corso sulle rivoluzioni del Novecento. Quello che faccio ogni anno, da quando ho iniziato un nuovo capitolo della mia vita. Da quando ho lasciato il posto di strategist nella grande banca, dove avevo cercato di scomparire, arruolandomi nei ranghi dei nemici. Da quando ho accettato la cattedra al “Birkbeck”, l’Istituto di ricerche storiche di Eric Hobsbawm.
Da allora, ogni dodici mesi, propongo un appuntamento fisso sulla questione nazionale e i movimenti anti-coloniali. Non partecipano solo i miei studenti, ma anche intellettuali, esponenti della sinistra del Labour, militanti – se ne esistono ancora, se ancora si può usare questa parola. Un pubblico eterogeneo, composto da generazioni diverse, ogni anno viene a sentirmi tessere la trama di un racconto che parte dalla guerra di Algeria per arrivare all’oggi.

“Fiat money” è l’imperativo del loro credo

Quest’anno è stato diverso. Ho sorpreso tutti, alla fine di questo novembre 2015 che ha precipitato l’Europa nella guerra. Asimmetrica, non dichiarata, ma sempre guerra. Li ho sorpresi perché non è del FLN, il Front de Libération Nationale, che ho parlato, né di De Gaulle o dell’OAS, e neanche ho citato La guerra di Algeri. No, quest’anno ho cominciato parlando di Lucifero. Il primo tra gli angeli, colui che cadde.
Ho citato Isaia: “Come mai sei caduto dal cielo, astro mattutino, figlio dell’aurora? Come mai sei atterrato, tu che calpestavi le nazioni?”. E al tempo stesso guardavo le occhiate smarrite che si incrociavano nel pubblico. Non era la facoltà di teologia, quella.
Ho parlato della Caduta del più glorioso fra i cherubini, e degli angeli ribelli. Ho ripercorso i significati dei nomi: Lucifero che aspirava al potere di Dio e fu scacciato dai cieli, divenendo Satana, “l’Avversario” in ebraico. Oppure: Maligno, Apollion, Abadon il “Distruttore”, Beelzebub il “Signore delle mosche”, Beliar il “Senza valore”. E ancora: il Padre della menzogna, il Tentatore, Diábolos il “Calunniatore”.

I visi appesantiti come quelli dalla pelle tonica, davanti a me, ugualmente si piegavano come un punto interrogativo. Diavolo, diavoli (singolare, plurale): ho alzato il tono della voce, ho calcato sulla parola nello sconcerto collettivo.

E poi ho elencato i poteri del Diavolo: ingannare, indurre in tentazione, pervertire, manipolare, determinare segretamente il corso degli eventi. Oggi quegli attributi si possono riferire ai detentori delle politiche monetarie.Che – oggi – rovesciano il movimento dalla Caduta, recuperano le altezze del mondo, si elevano sopra le cose umane. Stabiliscono il corso della Storia, prevedono il futuro determinandolo. Non ancora in cielo, ma a un passo dai cieli.

Ho spiegato che da lassù, attraverso mercati ormai sganciati dalle vicende che accadono in basso, spazi invisibili di scambi impermeabili alle cose umane, governano il mondo e segnano la vita di milioni d’uomini e donne.
Il mio uditorio, perplesso, scricchiolava le Sneakers e aggrottava le fronti sotto i capelli bianchi.
“Fiat money” è l’imperativo del loro credo. La printing machine, l’immissione di gigantesche quantità di cartamoneta, il fondamento del loro ordine. Così ho detto, e intanto pensavo a Derek Morgan. L’uomo che solca il pianeta su aerei privati, Derek, che domina New York City dai piani alti dei grattacieli. E ho pensato alla leggenda del Tredicesimo Piano, il luogo segreto di Midtown Manhattan in cui vengono tessuti i destini del mondo. Almeno questo, si dice.
«Tra alto e basso si gioca la partita segreta dei diavoli.» Ho sollevato un dito. «Dalle altezze osservano il mondo sottostante.» Ho puntato il dito in basso. «E lo plasmano secondo la loro volontà.»

Così ho parlato finora.

«Ma alto e basso» dico adesso, «si riferiscono a una geometria parziale, e relativa. Un modo fra tanti di vedere le cose. Qui, sulla terra, tra i risvolti delle metropoli d’Occidente, le cose cambiano.»

Inizio a camminare per l’aula. «Le banlieue, gli slum, le periferie non sono solo margini e bordi geografici. Sono tutto ciò che sta al di là dell’inclusione, sui limiti della sfera della cittadinanza, oltre i diritti, dove “democrazia” smette di essere la lettera di un testo e diventa condizione materiale di vita.» Vedo un uomo che conosco tormentare la stoffa del loden.
«Si può essere periferia della cittadinanza pur avendo un passaporto in tasca. Si può essere bordo anche crescendo in Europa, nelle grandi città del Vecchio continente. Essere altri, alieni. Semplicemente: out.» Tossisco. «Si può essere fuori, pur essendo cittadini. Alcuni vedono ancora civiltà, libertà, laddove hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato democrazia. Certe strade non sono altro che mura, certi boulevard non sono che confini. Se non si guarda dall’alto, se si rifiuta la panoramica, sono le cose a cambiare.» Mi avvicino alla cattedra, il tempo di prendere un sorso d’acqua.
«Definiscono “espansiva” la politica monetaria fondata su fiumi di liquidità immessa. La chiamano così perché è dall’alto che guardano, e vedono cataratte cadere. Di quella liquidità, però, nulla arriva sul selciato delle strade. Una politica monetaria di questo tipo è una contraddizione in un regime di politiche fiscali improntato all’austerità. Rappresenta un blackout logico. Eppure, il Quantitative Easing è il risultato di un dispositivo complesso, di un gioco illusorio che costringe le menti più illuminate delle banche centrali… e non solo. L’hanno invocato perfino i dirigenti delle organizzazioni sindacali e di certa sinistra. Creare un po’ d’inflazione è la necessità, il QE l’effetto. Il vuoto, invece, è tutto di una politica debole e rinunciataria. Una politica che ha abdicato.» Guardo a sinistra, verso i banchi della terza fila, dove so che siedono alcuni quadri del Labour. Il tempo di un’occhiata rapida e allusiva. Quindi riprendo a camminare, col bicchiere vuoto in mano. «Fiat money è un imperativo che esclude e, se consideriamo la relazione dentro-fuori, il QE europeo è un congegno inceppato, dove la liquidità non cade dall’alto verso il basso, non arriva dalla banca centrale all’economia reale. E il settore del credito privato non funge da cinghia di trasmissione. La politica monetaria non spinge verso la ripresa, l’enorme massa di liquidità sta riducendo ulteriormente i tassi e ricapitalizzando le banche esposte sui debiti sovrani. Questa politica non incide sulle condizioni materiali di vita, non allarga la sfera di cittadinanza.» Un ragazzo annuisce, facendo sobbalzare il cappuccio della felpa.

La guerra come rilancio di un’economia in crisi

«La spesa pubblica è considerata un retaggio del passato, del Novecento. E “Novecento”, lo pronunciano come fosse una bestemmia. Intanto, fra crediti tossici e standard patrimoniali, le banche non veicolano la liquidità: ed ecco la stagnazione. Aumentano le diseguaglianze, si incendiano le periferie, il tema dell’immigrazione guida la vita politica. Lo stato d’emergenza diventa permanente.» Una donna col viso segnato dalle rughe inclina la testa, pare seguirmi nel ragionamento. «Fuori dal regime di austerità, la spesa pubblica si indirizza verso la sicurezza e addirittura viene esclusa da vincoli di bilancio. “Fiat money” è l’emergenza permanente che finanzia la crescita.»
Guardo l’ora, senza darlo a vedere: ho tutto il tempo per concludere. «E questo è l’unico Novecento che fanno tornare: la guerra come rilancio di un’economia in crisi. L’Unione europea è disposta a spendere per bombardare, ma non per ricostruire le periferie, costruire  infrastrutture, o per fare investimenti pubblici. La sicurezza e il decoro sostituiscono ospedali, strade, scuole. Lo stato d’emergenza diventa il bacino da cui estrarre ricchezza: una nuova frontiera di guerra diffusa, gestione dei flussi migratori, irrigidimento dell’ordine.» Un uomo, sul lato sinistro dell’aula, segue le coste della sua giacca di velluto. «La disoccupazione è funzionale alla compressione del costo del lavoro, se l’Europa unita ha come unico obiettivo l’export, beh, allora non ha più interesse a investire su se stessa. Guarda a Oriente…» Mi concedo una pausa per aumentare la tensione drammatica. Poi riprendo: «Guarda a Oriente per importare condizioni di lavoro asiatiche. Se la produttività rappresenta il totem dei Paesi virtuosi, allora l’Europa neo-mercantilista guarda a Ovest e indietro. Guarda a Chicago, agli anni Settanta che erano già Ottanta, a Milton Friedman e alla sua scuola in una nuova cornice neo-liberista. Un brutto déjà-vu, a mio avviso. Questa corsa è destinata a finire contro un muro di degrado umano, contro il frutto d’una svalutazione della vita. E l’impatto sarà troppo violento per le forze dell’Europa.»

Torno alla cattedra. Senza sedermi, appoggio le mani sul piano: «Questo accade quando si rinuncia all’altezza e si considerano le cose da fuori, dall’esclusione, dal deserto ai bordi delle città, da pezzi di città trasformati in deserto… Hanno reso i mercati organismi impermeabili a qualsiasi cosa, perfino alle passioni tristi della paura e del terrore. Ma hanno inciso nella carne viva di donne e uomini.»
Alto e basso, rifletto. Dentro e fuori, ma anche un rovesciamento ingannevole di Keynes. Dico: «È un welfare al contrario: si agisce sull’effetto invece che sulla causa. La sicurezza crea consenso, è rassicurante, argina i fascismi entrando nel loro campo. L’emblema è la deroga sulle spese per la sicurezza: un impoverimento, un imbarbarimento di Keynes.» Mi fermo e monta un applauso, forte.

Scuoto la testa, faccio segno di smettere, con un po’ di fastidio. Mi sembra di notare una macchia bianca, ai bordi del campo visivo: una camicia linda, sotto un completo scuro. Mi sembra di notare un viso squadrato. Derek Morgan. Ma è solo l’impressione di un attimo. Eppure, mentre l’applauso insiste, continuo a vedere la macchia bianca. Forse mi sono ingannato sul resto.
Riesco a riprendere la parola: «Baudelaire ha detto che “la più grande astuzia del Diavolo è farci credere che non esiste.» Faccio una pausa, in un silenzio quasi religioso.
Poi, abbracciando l’aula intera con lo sguardo concludo: «Ha anche scritto, però, che il Diavolo “jette dans mes yeux pleins de confusion des vêtements souillés, des blessures ouvertes, et l’appareil sanglant de la Destruction!” “Getta nei miei occhi colmi di confusione degli abiti lordati, delle ferite aperte, e l’apparato sanguinante della Distruzione!”»

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