Il Tredicesimo piano

Il doppio dilemma

Un default sul debito non significa uscire dall’euro

19 febbraio 2015

New York City, giovedì 19 febbraio 2015

La luce del sole crea un riflesso sul vetro della cornice, di fronte alla mia scrivania, e la riproduzione della cascata di Escher si accende d’un movimento nuovo. Come quel gioco di illusioni ottiche sovverte le regole della prospettiva e i postulati della fisica, così il potere dell’alta finanza piega a sé ogni legge. Murray Street, diciotto piani più in basso, rumoreggia al ritmo di quelle che sembrano governare il mondo. Ma chi manovra la finanza, come me, può dettarne di nuove. Nelle connessioni dei mercati globali, la mela di Newton non cade dall’alto verso il basso.

Mi lascio andare contro lo schienale della poltrona. Sul tavolo liscio e pulito, il monitor del computer non è occupato da grafici, diagrammi alfanumerici, o inquadrature satellitari di aree geografiche politicamente sensibili. Non c’è quello che ci si aspetterebbe di trovare sul computer d’un membro del board della grande banca. Sullo schermo c’è soltanto una scacchiera: sessantaquattro caselle, metà bianche e metà nere. E i pezzi sono disposti in un modo che dà problemi. Perché la partita ha tutto del pareggio. Il Nero ha in gioco il re e un pedone; il Bianco ha il re, un alfiere e un pedone. Il Bianco può catturare il pedone avversario, ma il re Nero può raggiungere l’angolo da dove impedire la vittoria del Bianco senza più paura di essere stanato.

Distolgo gli occhi dallo schermo e sospiro.

Allungandomi sulla scrivania, recupero un foglio e prendo a scorrerlo con gli occhi. Un lancio d’agenzia di tre giorni prima. “Le autorità greche hanno ribadito il loro impegno inequivocabile a onorare i propri obblighi finanziari nei confronti di tutti i creditori”. Conosco già il testo, lo conosco a memoria. “Le autorità greche si impegnano a garantire adeguati avanzi primari di bilancio e finanziamenti al fine di preservare la sostenibilità del debito in linea con gli obiettivi concordati nella dichiarazione dell’Eurogruppo del novembre 2012”. Smetto di leggere, accartoccio il foglio.

Un’altra illusione. Lo butto nel cestino. Ma stavolta non l’hanno ordita quelli come me. Sono stati altri. Gli altri.

Quel testo è una dichiarazione che i funzionari greci hanno mostrato ai giornalisti. Hanno detto che lunedì è stato proposto dall’Eurogruppo e respinto dal governo di Atene. È un pezzo di futuro possibile che non si è dato, che non si è ancora dato, che non si è dato quando si sarebbe dovuto dare secondo le volontà della Troika. È archeologia del possibile.

In Europa si sta giocando una partita, ma non si tratta di poker. Sono pronto a scommettere che sulle piazze finanziarie stanno pensando tutti ad “Assi e Kappa”. Scommetto che assecondano le metafore di all-in, bluff, e rilanci al piatto secondo le regole del gioco. Faccio di nuovo un sospiro, di nuovo guardo il computer. Sempre la stessa immagine, la stessa disposizione delle pedine. Il re nero in svantaggio contro le forze bianche.

La porta si spalanca, di colpo. La faccia arrossata e rotonda di Larry, i suoi modi bruschi, irrompono nel mio ufficio. Lui non bussa. E io non me la prendo, so che è fatto così, lo so dai tempi delle Dot-com. Ci conosciamo da allora, da prima che la bolla scoppiasse. È stato come andare in guerra, e in guerra non scegli quelli che combattono accanto a te. Larry si avvicina allo schermo, lancia un’occhiata e col suo accento texano dice: «Ancora quella maledetta partita».

Annuisco, mentre già incalza: «Cristo, è il contrario di una win-win situation. Il contrario esatto».

Si accomoda sul divano, ovviamente senza chiedere. Aspetto qualche istante, poi gli spiego di nuovo di Korchnoi contro Karpov. La più lunga partita d’un campionato mondiale di scacchi. L’unica a finire con uno stallo, perché i due giocatori non si parlavano e nessuno offrì la patta d’accordo. Korchnoi era compiaciuto di aver imposto lo stallo a uno dei migliori scacchisti di sempre. Gli sembrava che fosse umiliante, una specie di mezza vittoria.

Larry scuote il grosso collo: «Che ci trovi in una situazione simile? In un rodeo, o vince il cavallo o vince il cowboy».

Continuo a guardare il monitor senza rispondere.

«Allora che facciamo?» chiede il Texano.

Rimango in silenzio.

«Corti o lunghi?» insiste.

Ancora i pezzi sulla scacchiera.

«Derek?»

Sollevo la testa. «Restiamo fermi.»

«Tra un po’ sarà tempesta sull’Egeo. Rimaniamo fuori dalla partita?» Ha la voce alterata. Stare fermo, per lui, è una tortura peggiore di un trade sbagliato.

«Sta cambiando lo schema, e non sappiamo quali saranno le nuove regole. Fa’ come ti dico» replico.

Avverto la delusione del cacciatore pronto a rompere i prezzi e a scaricare Grecia come se non ci fosse domani. So che vorrebbe dire qualcosa ma non gliene do la possibilità. E non lo guardo mentre esce dalla stanza.

Ogni volta che mi sono trovato davanti al problema di Korchnoi contro Karpov, ho sempre preso le parti dei Neri. Nella simulazione, scelgo di stare dalla parte del più debole. Come la Grecia che sta sfidando forze preponderanti.

Lo conosco bene, Yanis Varoufakis. Conosco la sua storia, i suoi studi in Inghilterra, l’approfondimento dell’economia neoclassica e la maniera con cui tenta di far deflagrare il gioco dall’interno. La sua mossa nella partita con la BCE è chiara: se non mutualizzate il debito, la Grecia fa default, ma un default sul debito non significa uscire dall’euro. Nei trattati non esiste una clausola d’uscita dall’unione monetaria. È la lettera del testo a fondare la strategia del Greco.

Ma ha anche un problema: sciogliere un dilemma le cui soluzioni – come in tutti i dilemmi – sembrano difficilmente accettabili, in pratica. Così Martedì dovrà decidere se pagare pensioni e salari dei dipendenti pubblici oppure onorare il debito con la Troika. E in ballo c’è un miliardo di euro.

Per questo chiede una dilazione, che a Francoforte e a Berlino non possono accordare. E non solo a Francoforte e Berlino, perché questa volta le forze governative della Germania e della periferia continentale sono alleate. Creare un precedente significa minare la radice stessa del consenso che sostiene un preciso assetto politico. Significa mettere tutto in gioco, introdurre la variabile non considerata e rischiare la sconfitta nelle urne, alle prossime elezioni. Cominciando da Madrid.

E anche quello è un dilemma, per le cancellerie europee.

Due dilemmi che creano la condizione di stallo.

Maneggio una penna in aria, traccio ipotesi nel vuoto. L’alternativa che Atene pone è restare nell’euro e rinegoziare il debito.

Se in quella partita del ’78 Varoufakis fosse stato Korchnoi, avrebbe giocato di furbizia e cercato di convincere Karpov a considerare lo stallo come una vittoria di entrambi, e non un’umiliazione. Sarebbe cambiato, in questo modo, il senso stesso del gioco: non un contendente che prevale sull’altro, bensì un’alternativa complessiva

allo stato di cose presente. Se fosse stato Korchnoi, Varoufakis avrebbe tentato di cavarsi da una situazione d’inferiorità puntando a cambiare gli obiettivi dello scontro e a trasmutare la meccanica che governa la scacchiera, così che niente fosse più come prima.

Mi alzo dalla scrivania, faccio qualche passo nella stanza. Poi mi avvicino alla finestra. Questa volta non si tratta semplicemente di comprare o vendere, di montare un “lungo” o un “corto”. Usare lo stallo per tentare di cambiare il gioco è un’altra partita. Tocco il vetro con le dita.

Penso alla forza e alla sottigliezza della decisione politica reinsediata – comunque vada – al posto che le compete, forza che può trasformare le leggi al pari del potere che esercitano quelli come me. È il gioco dei riflessi, mentre laggiù Murray Street continua ad andare avanti assecondando il suo immutabile ritmo.

 

 

 

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