Il Tredicesimo Piano

Elezioni USA
Il male minore

L'ex First Lady incarna il sistema. Pensaci. Hillary rassicura i nostri a Wall Street

11 maggio 2016

South Beach, Miami, Florida, 16 marzo 2016

La ragazza si avvicina a un uomo che guarda l’ultimo tratto di Oceano prima della baia di Biscayne. Gli rivolge la parola in un inglese stentato: “Mi scusi… Sto cercando l’incrocio… tra Ocean e la Settima”.
L’uomo si volta, osserva la ragazza, rimane in silenzio socchiudendo gli occhi scuri, sotto una fronte alta. La ragazza pensa che non abbia capito, sta per ripetere la domanda quando l’uomo dice: “Debe seguir recto por seis bloques. Llega a la Séptima“. Ha parlato in perfetto spagnolo.
Lei gli regala un sorriso luminoso come il sole di Miami prima di rispondere: “Gracias, señor“. Quindi si incammina verso la direzione indicata.
Il Diavolo conosce tutte le lingue del mondo.
Derek Morgan come non te l’aspetti torna a guardare il mare. Derek Morgan col vestito blu e la camicia bianca, ma senza cravatta. Derek Morgan dove non te l’aspetti: lontano dalla “Blue Room” del Berkeley Hotel a London City, dal suo ufficio di Murray Street a New York, lontano dal suo rifugio tra le nevi del Maine.
Mette una mano in tasca, gioca con un mazzo di chiavi. Tra le altre c’è quella che usa in un grattacielo di Midtown Manhattan, sulla pulsantiera di un ascensore dove non figura il Tredicesimo piano.

Derek pensa che esistono geografie invisibili. Che i dispositivi di controllo non hanno bisogno di luoghi fisici. Che il Tredicesimo piano è ovunque, è ubiquo, perché così dev’essere il cerchio magico che tesse la trama dei destini del mondo.
Derek guarda la distesa di spiaggia e pensa che anche la politica ha una geografia invisibile. Gli Europei hanno avuto bisogno di erigere il Muro di Berlino. Da questa parte dell’Atlantico, invece, anche i muri sono invisibili. Come quel braccio di mare che separa la Florida da Cuba, dall’isola rossa, dalla rivoluzione di Castro.
El Bloqueo si chiamava l’embargo a cui Barack Obama ha definitivamente posto fine. Lui, che nel 2008 è stato il candidato perfetto, capace d’intrecciare rinnovamento e continuità. Barack Hussein Obama II, l’anomalia a garanzia del sistema.
C’è stato un tempo in cui Derek Morgan è stato democratico. Nonostante fosse il rampollo di una delle più importanti famiglie repubblicane della East Coast. Era giovane, andava ancora al College. Aveva cambiato idea di fronte all’impotenza dell’amministrazione Carter, ai tempi della crisi con l’Iran: l’assalto all’ambasciata americana a Teheran, gli ostaggi nelle mani degli Ayatollah, il fallimento dell’operazione “Eagle Claw”.
Derek Morgan ha sempre odiato la debolezza dei democratici. Come quella che costò la vita a chi era sbarcato alla Baia dei Porci. La debolezza di JFK, la debolezza di Jimmy Carter. Se c’è una cosa che Derek ha capito dalla finanza è che bisogna combattere solo le guerre che si è certi di vincere.
Anche quella che c’è da combattere adesso – USA, anno 2016 – è una guerra. In gioco c’è la Casa Bianca. La posta è altissima, come sempre quando si vota dopo un doppio mandato. Come sempre quando può verificarsi una discontinuità per i mercati e per gli equilibri geopolitici. Come sempre… ma stavolta di più.
Derek dà le spalle all’Oceano, al sole del pomeriggio che scende fra le palme lungo la strada. Questa guerra va combattuta contro i nemici che non t’aspetti, con alleati che non ti aspetti. C’è una sola cosa che rimane uguale in tutte le guerre di Derek Morgan: la causa, la bandiera. La supremazia degli Stati Uniti d’America nel nome di un ordine che non ammette cesure.
E si incammina, nella direzione che aveva indicato alla ragazza poco prima.

Le pareti del locale sono tappezzate di fotografie di clienti. I faretti incassati al soffitto illuminano in modo troppo squillante il bancone e i tavolini alti e quadrati. Derek Morgan dove non te l’aspetti. Gli avventori sono bianchi, grassi e soli. Camicie aperte fino al petto, spille con la bandiera americana. Le immagini dei televisori buttano una luce impietosa sui pantaloni chiazzati di qualche salsa. La lavagna con i piatti del giorno indica prezzi troppo bassi.
In piedi, Derek si guarda attorno come se cercasse qualcosa o qualcuno. Nota un uomo di spalle che sta bevendo, seduto al tavolino di fronte alla vetrata. Gli si avvicina.
Quello è Jason Reed. Per molto tempo è stato l’equivalente di Derek al fixed income del principale competitor della grande banca. Lavorare per il primo e il secondo player di mercato non ha impedito che tra loro si instaurasse un rapporto. Uno scambio, informale e cavalleresco, di informazioni, com’è consuetudine tra New York e Londra, a Wall Street e nella City. Neanche la loro diversità, nel carattere e nei punti di vista, l’ha impedito. Derek sostiene che avere lo stesso secondo nome è l’unica cosa che li accomuna: J. William Reed, D. William Morgan.
Mentre si avvicina, Jason fissa lo schermo della Tv oltre l’orlo di un bicchiere di single malt. Il canale d’informazione mostra i candidati alle Primarie per le presidenziali. Jason ha un’espressione seria, non partecipa al tifo che si alza dagli sgabelli ad avvolgere Trump quando compare in video. Nessuna reazione anche quando i fotogrammi di Rubio e della Clinton vengono accolti da fischi e commenti pesanti.
Quando ormai Derek è a pochi passi, Jason abbassa lo sguardo su di lui. Un lampo di sorpresa, prima di recuperare l’autocontrollo: “Che ci fai, qui?”
“Potrei chiederti la stessa cosa. Che ci fai tu, in mezzo a questa gente?”
Jason si stringe nelle spalle. “Volevo vedere contro chi abbiamo perso.”
“Rubio era il cavallo sbagliato” mormora Derek, e si siede. “Era una bella storia, ma non poteva funzionare.”
Fa un cenno al cameriere. Tutti i televisori del locale sono sintonizzati sul viso sconsolato di Marco Rubio. Gli occhi gonfi, la riga da una parte, mentre annuncia il ritiro dalla corsa alla candidatura repubblicana. Trump lo ha staccato di quasi venti punti, proprio nella sua Florida.
“Il partito è allo sbando, Derek. Ha cominciato col Tea Party e adesso rischiamo di presentare quel… quel bifolco.” La voce di Jason è un sibilo mentre il suo dito indica lo schermo.
Derek scuote impercettibilmente la testa. “Bifolco… È più complessa di così.”

Il cameriere torna con il caffè. Derek prende la tazza e continua a parlare: “Trump è l’antisistema. Riuscirebbe a fare quello che nessuna crisi ha fatto: accelerare il collasso. Ci consegnerebbe all’ignoto. Sarebbero gli Stati Uniti dei cowboys, come i fratelli Bundy”.
“E perciò” Jason apre la mano libera dal bicchiere, “non ci resta che puntare su Ted Cruz”. La voce è sempre la sua, forte e vibrante, ma ha una nota di disprezzo per l’ultraconservatore texano.
Derek sorseggia il caffè, guarda fuori: la strada spazzata dalle auto, le palme nane davanti all’ingresso del locale. Kitsch and trash. Spazzatura bianca e mille sfumature di volgarità.
Poggia la tazza sul tavolino. “Stai sbagliando, Jason. Guardi da una parte sola.”
“Ah, sì? E tu cosa suggerisci?”
“Siamo davanti a un passaggio epocale, ma credo che non te ne sei accorto. L’alternanza tra democratici e repubblicani sta per saltare. Anzi, è già saltata. Il centrismo è finito in Europa, ora non incanta più neanche l’America. I democratici ci hanno spinto su posizioni folkloristiche, si sono impadroniti dei dispositivi di controllo, hanno preso la cultura liberale mollando i lavoratori. Ai repubblicani sono rimaste le posizioni sovraniste, identitarie, antistoriche. E non riescono più a essere partner affidabili dei soggetti dominanti. Ma al tempo stesso” conclude Derek “i democratici hanno perso presa sui giovani americani…” E indica il ragazzone che si è alzato e agita un pugno festoso verso lo schermo con la faccia di Trump.
“Non ho l’umore giusto per una lezione di politica. Sono una persona pragmatica, mi occupo di finanza. Tu invece di cosa ti occupi, adesso?”
“Il tuo problema è non avere ancora capito che sono la stessa cosa.”
In un tavolo alle spalle di Derek, una donna obesa prende le chele di granchio da un piatto e le immerge in una ciotola piena di salsa. Jason osserva la scena con un certo disgusto. D’altra parte, riflette, i granchi a questo prezzo non possono essere meglio di così. Poi dice finalmente: “Perché sei venuto?”
“Per proporti la soluzione.” Derek lo guarda portando i gomiti sul tavolo. “Molla la campagna repubblicana, Jason. Il candidato lo abbiamo già.”
“E sarebbe?”
“Lei.” Alza il mento verso il televisore, dove Hillary Clinton in blu solleva una mano a salutare l’Ohio.
“Sei impazzito. La mia famiglia è repubblicana da quando esiste il Grand Old Party.”
“Anche la mia” risponde calmo Derek, senza cambiare espressione. “Ma Hillary incarna il sistema. Pensaci. Hillary rassicura i nostri a Wall Street e pure la lobby degli idrocarburi. Hillary porta in dote le relazioni ereditate dagli anni Novanta in Medio Oriente. Hillary non si espone sulle armi. Alcuni la odiano perché è un prodotto dinastico, altri perché è donna, altri ancora perché rappresenta l’establishment. Hillary non mobilita, certo. Ma l’impresentabilità di Trump è la sua forza.” Derek si interrompe. Osserva le palme nane, il vento che scuote le foglie pennate. “E Sanders perderà. L’America, per fortuna, non è pronta per Sanders. Lo scontro sarà tra due candidati azzoppati: Hillary e Trump. E allora il mio endorsement è per lei.”

Jason scuote la testa, in un modo rigido. Segue la donna obesa camminare verso il bancone, pulendo le dita in un fazzoletto unto.
Derek aspetta di riprendersi la sua attenzione, prima di continuare: “Il voto sarà una chiamata alle armi. I due candidati punteranno sulla paura e sull’odio verso l’altro. La Street voterà per Hillary anche se la detesta, lo sai. E lei vincerà. Durerà un mandato solo, sarà una presidenza controversa, un periodo difficilissimo. Ma darà al Partito repubblicano il tempo di ricompattarsi su posizioni credibili. In questa fase, non è possibile ridurre la presenza dello Stato nell’economia. Abbiamo bisogno dei democratici. Queste elezioni saranno una pagina brutta, ma utile per il futuro”.
Sullo schermo compare un gruppo di afroamericani che urla alle telecamere. Nel locale, un uomo rovescia sul pavimento un goccio del suo drink, gridando: “Scimmie!”
Jason non lo sente, è concentrato sulle parole di Derek. Il dubbio è scivolato dentro, lungo un nervo scoperto. Ha una voce incerta mentre stringe il bicchiere: “Te l’hanno detto loro di venire a cercarmi?”
“Non esistono loro, Jason. Esistiamo solo noi, e dobbiamo continuare a esistere. E sono sicuro di averti convinto.”
Dopo un attimo di silenzio, Derek si alza e si avvia all’uscita del locale. Così, senza salutare, ma senza che questo lo renda scortese. Jason rimane da solo a guardare il fondo di single malt.
Derek Morgan cammina lungo la strada che costeggia l’Oceano. Il sole è scomparso all’orizzonte, ma le luci dei locali di SoBe illuminano la sera. Derek cammina e si ripete che quella è l’unica mossa possibile. È Hillary la candidata. Le primarie dimostrano come lei e Sanders hanno idee troppo diverse per convivere nello stesso partito, se non formalmente. La vera antitesi della Clinton è lui: Bernie. E quella contrapposizione è basata su contenuti politici, non è fumosa e identitaria come quella con Trump. È l’unica mossa possibile, si ripete: è Hillary la candidata.
La voce di una donna lo distoglie, una frase in spagnolo oltre la strada. Ma è un attimo, Derek torna a riflettere. Qualcuno lo chiamerebbe tradimento. Qualcuno a Boston lo chiamerà tradimento. Qualcuno alla convention repubblicana noterà l’assenza di Derek William Morgan. Qualcun altro mormorerà il suo nome a denti stretti.
Ma – si chiede – non è stata così tutta la sua vita? Gli sciocchi vedono il tradimento in quella che invece è tattica. E lui, Derek Morgan, è un uomo devoto. Fedele agli ideali di sempre.
In quel suo voltafaccia coglie una continuità profonda. Se alcuni pensano ad alleanze che costano l’anima, lui pensa a patti che fondano equilibri più avanzati. È successo anche qualche giorno prima, quando gli ultimi leader neo-conservatori hanno proposto un incontro riservato ai capitalisti della West Coast per organizzare un fronte comune contro Trump. C’era anche lui in quell’isola della Georgia a incontrare i Signori dell’hi-tech.
Alleanze spericolate. O nuove architravi per garantire stabilità. Solo su una cosa hanno ragione: ci si vende l’anima. Ma non è sempre così, con il Diavolo?

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