Il Tredicesimo piano

L’insostenibile leggerezza della Cina

Arriverà bufera, Derek, sull’Oriente più estremo

6 giugno 2015

New York City, Midtown

Il “tredicesimo” è una leggenda, una voce. Nessuno ci è mai stato, nessuno conosce qualcuno che ci sia stato. Il tredicesimo piano non esiste nemmeno. O esiste solo in confidenze riservate, allusioni, frasi mormorate a mezza bocca. “Si dice…” “Pare che…” “Qualcuno racconta…”.

Dicono che ogni terzo mercoledì del mese ospita gli incontri a cui partecipano i vertici delle più importanti banche d’affari americane, uomini della Federal Reserve, consulenti del Fondo monetario internazionale, gente capace di influenzare le politiche a Washington DC.



E poi ci sono io, Derek Morgan, l’uomo ai vertici della grande banca di Manhattan, il potente banker di Wall Street, il Signore del profitto. In apparenza. Perché in realtà è il “Generale” di un esercito invisibile, Derek Morgan. È il gran manovratore degli strumenti del potere, il fedele devoto alla supremazia dell’Occidente. È questo che sono.

Da un paio di minuti ho concluso un discorso decisivo. Era necessario un cambio di rotta, bisognava tracciare uno scenario diverso. Di quelli come noi, si dice che abbiamo un modo infallibile di prevedere il futuro: determinarlo. E oggi al tredicesimo piano, in questa dimensione impermeabile allo sguardo dei più, ho provato a fare quello che so fare meglio: manipolare la realtà, piegare le variabili, trasformare il domani nel mio presente. Scrivere il futuro.

Ho detto che il vento sta cambiando e il futuro ha il volto del passato. Ho detto che questa Europa fragile e spaventata deve ritrovare fiducia. E per arrivarci bisogna fare in modo che l’austerity degli ultimi anni ceda il passo a un ritorno ai consumi. Ho detto che attraverso l’austerità abbiamo scongiurato gli effetti della peggiore crisi finanziaria dal ’29, ma che ora è tempo di cambiare. È tempo di prendere in mano lo strumento delle riforme e allentare il senso di colpa europeo.

Non ho detto tutto, qualcosa ho taciuto. Ma ogni Piano necessita del numero giusto di parole: non una di troppo, non una di meno. E quelle che ho usato sono bastate, perché i miei interlocutori sono convinti. Cinque uomini del board delle più importanti banche d’affari statunitensi, un esponente della FED, un consulente del FMI, uno che ha buone entrature al Tesoro. Sono tutti convinti, glielo leggo negli occhi.

Tutti, meno quel tipo seduto al vertice più lontano di questo tavolo triangolare. Uno che passa inosservato, quando vuole, uno che studia il linguaggio del corpo, uno dei pochi uomini dei grandi hedge che ha libero accesso al tredicesimo piano. Genio e impazienza, talento e stoffa giusta, la quintessenza degli animal spirits, Bruno Livraghi. Non mi alzo in piedi. Di solito non parlo con quelli che fanno il suo mestiere, li considero uomini a una dimensione. Ma Bruno è un’eccezione. E poi è una variabile che non posso permettermi di trascurare, nel Piano. Resto seduto,mentre il silenzio pesa. Poi mi alzo di colpo, in uno slancio che lascia intendere un’urgenza improvvisa.

Un ultimo sguardo intorno, fisso i visi. Annuiscono, alcuni. Altri mantengono un’aria pensosa, ma so di aver convinto anche loro. Mi volto e senza un saluto mi dirigo all’ascensore. Sento qualcuno venirmi dietro, il tempo di rendermene conto e Bruno si materializza accanto a me. «Perfetto come sempre, Generale» dice, ironico. «A volte mi domando perché non hai deciso di fare politica.»

«Io faccio politica» rispondo. «Quella vera, Bruno. Quella che sta sopra a ogni forma di governo, e a cui non serve legittimazione o consenso.»

Un rumore appena percettibile, poi le porte dell’ascensore si aprono. E noi entriamo.

Nel tempo in cui afferro la chiave nella tasca, Livraghi prende la sua e la infila nella serratura sulla plancia dell’impianto. Mi guarda attraverso lo specchio, dove io non riesco a inquadrare la mia figura. Senza bisogno di schiacciare alcun tasto, l’ascensore inizia a scendere.

«Hai taciuto dell’Oriente» dice lui.

«Ho parlato quasi esclusivamente di Oriente, Bruno. Ho parlato di Europa.»

«Non esiste solo un Oriente.»

Rimango in silenzio, senza bisogno di studiare l’immagine nel riflesso per intuire dove Bruno voglia andare a parare.

«Arriverà bufera, Derek, sull’Oriente più estremo. Sopra la Cina sta montando una bolla, il sistema delle shadow banking è fuori controllo, l’inquinamento è ai massimi, e l’azionario è una bomba pronta a esplodere. Se nessuno lo farà, ci penseremo noi…»

«Non lo vuoi imparare, ma è la visione d’insieme che conta. La figura del mosaico, non la singola tessera. Tu inquadri le cose giuste, Bruno, ma lo fai sempre nello stesso modo. Ti manca una visione panoramica…»

«Il che non mi impedisce di riuscire in tutto. Indovino ogni mossa, da mesi.»

Non rispondo subito. È vero, sono mesi che non sbaglia nulla. L’ascensore continua a scendere. Se riuscisse a vedere il quadro più generale, Livraghi potrebbe essere bravo quanto me. Un erede?, mi chiedo. Chissà.

«Parli troppo di soldi, e i soldi sono solo la misura convenzionale di altro. È un problema di tempi.»

«Ne discutiamo spesso, mi pare.»

«E ne continueremo a discutere, Bruno, finché continuerai a pensare al futuro prossimo e al tempo dei trade.»

«Mi sembra che sia tu quello ad avere fretta.» Accenna alla mia mano, al battito leggero delle nocche sulle porte chiuse dell’ascensore.

Tiro un lungo sospiro, senza guardare nello specchio gli spiego: «Ho fretta perché l’Europa ha una finestra utile per fare le riforme. Ed è adesso. Poi sarà troppo tardi. Deve fare svalutazioni interne e farle passare per riforme.» M’interrompo, sospiro. Penso all’aleatorietà della semantica. «“Riforme” è la parola magica. Ricordalo.»

«Vedi, io ti parlo di Cina e tu continui a dirmi dell’Europa.»

«Quando la Cina diventerà un problema mondiale, svaluteranno il cambio e torneranno a comprimere l’Europa. Partirà una competizione al ribasso. Devastante.»

M’interrompo, intanto che l’ascensore rallenta. Guardo come tiene le braccia incrociate, soddisfatto di sé, granitico e miope, adagiato sui risultati che ha conquistato in questi mesi. Dico: «Vuoi accumulare ricchezza da vivo, o essere morto con le piazze invase di gente e un continente che si incendia?»

Lui tace, sempre con le braccia incrociate e un sorriso che scopre i denti. Le porte si aprono.

«A volte ho fretta anch’io, Bruno. A volte anche io vado veloce. Più veloce di te.»

Vedo come mi cerca nel riflesso dello specchio, come prova a tenermi lì con lo sguardo. E mi perde, poi, mentre esco.

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