Gli Stati Uniti intensificano la “guerra dei dazi”

Usa-Cina: Trump fa lo spaccone

Lo scontro frontale tra Usa e Cina la scorsa settimana ha raggiunto quello che molti indicano come un punto di non ritorno, grazie all’ultima performance offerta da Donald Trump alle Nazioni Unite. Trump inasprisce la trade war e, alla stregua del Bob Falfa di “American Graffiti”, fa lo spaccone.

2 ottobre 2018

Lo scontro frontale tra il governo degli Stati Uniti e il governo cinese la scorsa settimana ha raggiunto quello che molti indicano come un punto di non ritorno, grazie all’ultima performance offerta da “The Donald” alle Nazioni Unite. Trump ha inasprito la trade war e ora fa lo spaccone.

Questo video, pubblicato dal «Guardian», in meno di un minuto offre una serie di spunti plastici particolarmente evocativi per provare a interpretare la ratio della politica estera trumpiana nei confronti di Pechino.

Trump, che in quel momento sta presiedendo una sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, esordisce ribadendo l’impegno della propria amministrazione nella costruzione di un “futuro più giusto e pacifico”, per poi denunciare improvvisamente la scoperta di “tentativi di interferenza” nelle incombenti elezioni di mid-term (previste per il prossimo 4 Novembre) da parte della Cina.

Accusa mossa senza favorire alcun tipo di prova, pronunciata cercando con gli occhi il ministro degli esteri cinese Wang Yi, seduto alla sua sinistra.

Lo stesso contatto visivo, non appena viene pronunciata la parola “interfere”, lo cerca l’ambasciatrice statunitense all’Onu e noto falco Nikki Haley, seduta alle spalle di Trump.

«Non vogliono che io, o noi, vinciamo le elezioni poiché io sono l’unico presidente ad aver mai sfidato la Cina nel campo del commercio» prosegue Trump, mentre la telecamera stacca su Wang Yi che, incuffiato per la traduzione simultanea, reagisce con qualche secondo di ritardo ad accuse mai formulate prima da nessun rappresentante degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica popolare.

Wang, impassibile, si gira impercettibilmente verso la sua destra e scambia uno sguardo con Evo Morales (presidente della Bolivia), facendo spallucce.

Le spallucce di Wang sintetizzano perfettamente l’imbarazzo di una classe dirigente cinese che immaginiamo disarmata di fronte alla totale assenza di etichetta o cortesia formale – tenuta in enorme considerazione in Cina – nelle modalità adottate da Donald Trump anche in sede Onu, dove qualche ora prima era stato ricoperto dalle risate, in assemblea plenaria, per essersi vantato di «aver fatto di più in solo metà mandato» di qualsiasi altro presidente della storia degli Stati Uniti.

A stretto giro, in una dichiarazione rilasciata ai media internazionali presenti a New York, Wang Yi ha respinto le “accuse ingiustificate” degli Stati Uniti, mentre si scopriva che Trump aveva interpretato quattro pagine per promuovere i rapporti commerciali Usa-Cina comprate dal governo cinese sull’edizione domenicale del «Des Moines Register», in Iowa, come un’ingerenza nelle elezioni di novembre.

Come gestire la variabile impazzita Trump continua a essere una delle principali preoccupazioni del resto della comunità internazionale e in particolare della Cina, trascinata da The Donald in una “guerra commerciale” senza precedenti, combattuta a suon di dazi e contro-dazi tra le prime due potenze economiche del mondo.

Lunedì 24 settembre sono infatti entrati in vigore i dazi da 200 miliardi di dollari contro l’export cinese annunciati mesi prima da Trump, cui Pechino ha risposto con contro-dazi per 60 miliardi di dollari.

Pur ridimensionando la spacconeria con cui Trump ha difeso la strategia della “trade war” – nel video di sopra dice in faccia a Wang «stiamo vincendo, stiamo vincendo a ogni livello» – è vero che la svolta muscolare impressa dall’amministrazione statunitense nei complessi rapporti Washington-Pechino sta effettivamente mettendo in difficoltà l’amministrazione cinese, costretta al momento a una posizione difensiva.

Il 26 settembre la Cina ha annunciato un taglio dei dazi sull’importazione di macchinari industriali, componenti elettriche e prodotti del tessile che entrerà in vigore il primo novembre: misura necessaria per contenere i danni causati dalle politiche di Trump all’economia cinese.

Washington, nel frattempo, minaccia di imporre alla Cina ulteriori dazi per 260 miliardi di dollari, perseguendo una strategia dello sfinimento che ben si conforma allo stile poco ortodosso dell’attuale inquilino della Casa Bianca: forte di un rilancio vigoroso di valori come patriottismo e sovranismo branditi contro la dottrina del globalismo, affrontando a muso duro la Cina Trump non fa altro che consolidare il consenso della propria base elettorale, dando al proprio popolo l’Uomo Forte che, contro i poteri forti in combutta contro di lui – Democrats, giudici, giornali, ex pornostar, capi di stato stranieri, Onu… –, si batte per “make america great again”.

È evidente che le trame della politica internazionale, nell’Era Trump, per effetto di una dottrina sovranista interpretata da Donald come prolungamento delle proprie vicende personali, saranno sempre subordinate a interessi locali del breve termine.

Nel caso in questione: dirottare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle indagini sulla liaison tra Trump e Mosca in campagna elettorale e da sondaggi che danno i repubblicani in svantaggio nella corsa alle elezioni di mid-term.

Sintomatici, in quest’ottica, sono gli sviluppi della partita per la denuclearizzazione della penisola coreana, che il presidente sudcoreano Moon Jae-in sta portando avanti quasi in solitaria, cercando di catturare l’attenzione di Donald Trump nell’unico modo apparentemente efficace: adulandolo.

Da parte cinese, la “trade war” voluta da Washington offre a Xi Jinping una vasta gamma di narrazioni utili per perseguire gli obiettivi cardine del suo mandato: rafforzare l’economia cinese rendendola sempre più autosufficiente nei consumi e nel processo di sviluppo interno e, di conseguenza, sempre più capillare e pervasiva nei rapporti con l’esterno, nel solco del progetto Nuova Via della Seta.

Secondo una recente dichiarazione di Xi Jinping rilasciata al «China Daily», di fronte all’avanzata “del protezionismo e dell’unilateralismo” – perifrasi per “guerra dei dazi” – la Cina è costretta a “contare sempre più su se stessa” nel suo cammino verso lo sviluppo tecnologico, e ciò “non è una brutta cosa”.

Allo stesso tempo, la Cina non è sola nell’affrontare l’esuberanza protezionistica statunitense, ritrovandosi dalla stessa parte della barricata assieme a gran parte delle potenze economiche internazionali, Europa compresa.

Ma se con numerosi partner commerciali il bullismo commerciale di Trump sembra aver ottenuto l’effetto desiderato, con la Cina difficilmente si ripeterà lo stesso esito.

Scrive John Cassidy sul «New Yorker»: «Il mese scorso il Messico ha raggiunto un accordo commerciale preliminare con gli Stati Uniti per rivedere il trattato NAFTA. Quest’estate, l’Unione Europea ha scongiurato uno scontro con la Casa Bianca promettendo di aumentare le importazioni dagli Usa e aprendo negoziati per un accordo ancora più ampio. Il dialogo col Canada sta continuando e i partecipanti stanno mandando segnali incoraggianti. L’interpretazione di questi episodi da parte di Trump è che il bullismo funziona: minacciando di far saltare il NAFTA e di imporre dazi sulle automobili europee e sui prodotti caseari canadesi, ha costretto i propri avversari alla sottomissione. Ora, crede di poterlo fare anche con la Cina.»

E continua Cassidy: «I cinesi hanno già fatto alcune concessioni, abbassando i dazi sulle automobili importate dagli States ed esprimendo la volontà di rafforzare i diritti sulla proprietà intellettuale. Ma  sono poco disposti a capitolare di fronte a una Casa Bianca che considerano voglia rallentare, o invertire, la crescita economica cinese. I funzionari cinesi giustamente hanno ricordato che quando gli Stati Uniti si stavano industrializzando, durante il diciannovesimo secolo, usavano le stesse tattiche adottate oggi dalla Cina. E finché Trump rilancerà, la Cina sembra non aver intenzione di arrendersi.»

Pescando da un immaginario hollywoodiano affine al trumpismo culturale, più che un soldato John Rambo solo nella giungla a massacrare musi gialli, Trump in questa fase ricorda il giovanissimo Harrison Ford di American Graffiti nei panni di Bob Falfa, lo spaccone di provincia che sfida il pilota più veloce di Modesto con la sua Chevrolet truccata.

Spingere troppo sull’acceleratore potrebbe non essere la migliore delle idee.

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I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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