Un partito spaccato

L’ultradestra populista tedesca è in crisi.
AfD sempre più radicale

Sempre più a destra, sempre più estrema, ma negli ultimi mesi sembrano lontani i successi a due cifre collezionati dall'Alternative für Deutschland nel 2016. Messa all'angolo la "predicatrice d'odio" Frauke Petry e la sua realpolitik che puntava a coalizioni con altri partiti, adesso a sfidare Merkel —già in pole position per le elezioni di settembre — c'è il duo Gauland-Weidel. Uscita dall’euro e ritorno al marco è il mantra, «l'islam non appartiene alla Germania» il nuovo motto.

16 maggio 2017

Fino a settembre 2016, per l’ultradestra populista tedesca di Alternative für Deutschland (AfD) è stato un lungo elenco di “risultati a due cifre“: 20.8 per cento in Mecleburgo-Pomerania e uno straordinario 14 per cento a Berlino, dopo il picco del 24.3 per cento raggiunto alle regionali di marzo 2016 in Sassonia-Anhalt.

C’era la crisi dei rifugiati che si traduceva in slogan contro la cancelliera Angela Merkel, responsabile della politica delle “porte aperte ai migranti”. C’erano le tensioni con la Turchia di Erdogan da gestire perché Ankara continuasse a fare da “argine” ai flussi migratori e al contempo da diga “protettiva” per il benessere europeo. Era il contesto perfetto per esaltare la lotta al velo islamico, vessillo da agitare come simbolo negativo in difesa dell’integrità tedesca.

 «La AfD è riuscita a darsi un volto borghese e a essere percepita come una alternativa che non si posiziona così tanto a destra. Non si tratta di estremisti di destra, ma di populisti di destra». Le parole di Michael Lühmann, politologo all’Institut für Demokratieforshung di Gottinga, descrivono la potenza del partito fondato nel 2013 che continua a rubare voti ai partiti tradizionali (soprattutto Spd e Cdu) e ai nazisti di Npd, che hanno proprio in Meclemburgo-Pomerania, a Rostock, la loro roccaforte.
Da “Il giorno buio di Angela Merkel”

La crisi d’identità dell’AfD

Se è vero che il 7.5 per cento ottenuto al voto regionale del 14 maggio in Nord Reno-Westfalia significa entrare nel Parlamento locale, è sempre un risultato minore rispetto ai successi dell’anno scorso e comunque l’AfD non dovrebbe poter entrare a fare parte di un nuovo governo, come spiega qui il Guardian. È un dato che si somma a quello scarso 6 per cento raggiunto a marzo nel Saarland e in Schleswig Holstein domenica 7 maggio, quando invece ha trionfato la Cdu di Angela Merkel.

Al di là della tradizionale distribuzione dei voti tra Germania est e ovest – l’AfD ha sempre fatto meglio negli stati orientali – il partito di ultradestra mostra da tempo ormai segni di fratture interne e incertezze (qui l’analisi di Deutsche Welle). Negli ultimi mesi, infatti, i militanti dell’ala relativamente “moderata” sono stati messi sempre più all’angolo da chi sostiene, invece, una linea ancora più dura contro Islam, migrazione ed Europa. Inoltre un sondaggio pubblicato a fine marzo vedeva il partito al suo minimo storico di consensi in Germania.

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Frauke Petry messa all’angolo

Dal congresso nazionale, tenutosi a Colonia a fine aprile, a uscire a pezzi e parecchio indebolita è stata la leadership di Frauke Petry, “predicatrice d’odio” che considera «l’Islam incostituzionale» e aveva addirittura proposto l’uso di «armi contro i migranti, se necessario».

Contestata da molti perché considerata troppo poco radicale, pur restando presidente del partito, Petry aveva provato a dare una faccia pulita alle pulsioni xenofobe di gran parte del suo elettorato. Alla fine, ha scelto di non correre per la cancelleria tedesca.

A febbraio 2016 lo “Spiegel” le dedica una copertina dove sembra una piccola “Adolfina”, il “Guardian” un ritratto da leader della destra emergente, “Freitag” un’editoriale al vetriolo, a firma di Hans Hütt, con riferimento al film di Stanley Kubrick del 1964 e a un ex scienziato nazista.
Da “Frauke Petry, la predicatrice d’odio dalla faccia pulita”

Niente realpolitik, l’AfD sempre più a destra

La sua ricetta di “realpolitik”, che prevedeva coalizioni con altri partiti, alla fine però non ha convinto i militanti e i 600 delegati AfD, che al congresso di poche settimane fa hanno scelto il tandem composto dallo storico rivale di Petry, Alexander Gauland, 76 anni e dalla trentottenne Alice Weidel, dichiaratamente lesbica e con due figli, per sfidare Merkel alle elezioni federali, in programma per il 24 settembre.

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Alexander Gauland e Alice Weidel

Uscita dall’euro e ritorno al marco è il mantra, «l’islam non appartiene alla Germania» il nuovo motto. «Siamo fieri di essere tedeschi», ha detto Gauland al Congresso. «Vogliamo conservare il paese che abbiamo ereditato dalle nostre madri e dai nostri padri», scagliandosi contro le scelte considerate «irresponsabili» di Merkel.

La virata a destra dell’AfD ricorda il 2015, anno in cui Petry diventava leader del partito che si stava già trasformando rispetto a quello, meno spiccatamente xenofobo ma marcatamente anti-euro, fondata da un gruppo di economisti (Bernd Lucke, Alexander Gauland e Konrad Adam).

Prima di lasciare l’Alternative für Deutschland, Lucke accusò Petry di aver reso il partito una «palude di destra» con derive xenofobe.

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Merkel in pole position. Che fine faranno i populisti di estrema destra?

Oggi che la crisi migranti sembra ormai politicamente risolta (almeno nel dibattito interno tedesco) e la cancelliera è in pole position per un quarto mandato — visto che la sua Cdu ha trionfato nello Stato più popoloso della Germania (Nord Reno-Westfalia), nonché feudo dei socialdemocratici — sembrano lontanissimi i tempi in cui Petry esultava dei giorni bui della cancelliera.

Era solo settembre 2016 e la leader AfD gioiva della sconfitta del partito di Merkel: «Questo è uno schiaffo in faccia per la Merkel – non solo a Berlino, ma anche nel suo stato natale. Gli elettori hanno lanciato un segnale chiaro contro le politiche d’immigrazione disastrose di Merkel. Questo l’ha messa al suo posto».

Toni trionfalistici, ai quali faceva eco anche la leader dell’ultradestra francese Marine Le Pen (alla fine sconfitta da Emmanuel Macron alle presidenziali), che su Twitter scriveva: «Ciò che era impossibile ieri è diventato possibile: i patrioti dell’AfD spazzano via il partito di Angela Merkel. Tutti i miei complimenti».

Poi, però, per i populisti di ultradestra e anti-migranti in tutta Europa sono arrivate diverse batoste: nell’Ungheria di Viktor Orbán, nell’Olanda dove fa propaganda Geert Wilders, nella Francia dove Le Pen ha perso la corsa all’Eliseo.

L’appuntamento per il voto tedesco è fissato per il 24 settembre. Staremo a vedere, mentre Merkel è sempre più forte e l’effetto Schulz a sinistra sempre più ridimensionato dopo la terza sconfitta della Spd alle amministrative (stavolta praticamente in casa), l’ennesima virata a destra dell’AfD negli ultimi mesi non ha ripagato il partito.

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