Una nuova fase per Usa e Corea del Nord?

Trump-Kim: l’America non sia più first

Il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si sono incontrati al Capella Hotel dell’isola di Sentosa, convenendo sulla necessità di proseguire gli sforzi verso la «denuclearizzazione della penisola coreana». L’accordo firmato a Singapore, da questo punto di vista, rappresenta un enorme primo passo per negoziati che si anticipano lunghi e complessi – realisticamente, parliamo di mesi se non anni – ma che ribaltano di fatto una situazione, fino a meno di un anno fa, considerata «disperata» ed esplosiva. Trump e Kim, con tutte le idiosincrasie del caso, hanno aperto una nuova fase, forse decisiva non solo per il destino dell’Asia ma per quello di tutti noi, a patto che l’America non sia più “first”.

15 giugno 2018

Alla fine l’hanno fatto. Contro ogni previsione e superando ogni tentativo di auto-boicottaggio avanzato dalle rispettive amministrazioni, il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente statunitense Donald Trump si sono incontrati al Capella Hotel dell’isola di Sentosa, lasciandoci una serie di fotografie che, vecchie di qualche giorno, già sono considerate immagini iconiche di un passaggio storico quanto mai inatteso.

L’esito del vertice di Singapore, arrivato al culmine di un’hype sapientemente alimentata dai media statunitensi, sembra però aver deluso gran parte degli osservatori internazionali. Il coro, quasi unanime, lamenta il sostanziale fallimento del presidente Trump, che se ne torna a Washington con un accordo firmato e controfirmato da Kim.

In sostanza, Corea del Nord e Stati Uniti convengono sulla necessità di proseguire gli sforzi verso la «denuclearizzazione della penisola coreana». Fuori dal gergo diplomatico, la traduzione più appropriata dei contenuti dell’accordo rimane il termine «fuffa».

Non pago, seguendo il proprio istinto di negoziatore, come segno di buona volontà degli Stati Uniti Trump ha annunciato a sorpresa la sospensione delle esercitazioni militari congiunte che, a scadenza annuale, interessano gli eserciti di Washington e Seul. «War games» che “the Donald”, facendo curiosamente eco alle critiche storiche di Pechino sull’argomento, ha fatto saltare così da «risparmiare un’enorme quantità di denaro» e poiché «molto provocatori».

Misura apparentemente non concordata né coi vertici militari statunitensi, né con gli alleati sudcoreani: un coniglio dal cilindro estratto dallo stesso Trump che mesi fa si gonfiava il petto annunciando l’arrivo della «Invencible Armada» della U.S. Navy davanti alle coste nordcoreane.

Ciò che è mancato, sempre secondo i principali osservatori occidentali, è stato «costringere» Pyongyang ad accettare condizioni più severe e vincolanti prima di alleggerire la «tremendous pressure» promessa dall’amministrazione Trump solo qualche mese fa.

Nel testo dell’accordo, si lamenta, è completamente assente qualsivoglia roadmap dettagliata verso l’abbandono, da parte di Pyongyang, del proprio programma nucleare: un processo che gli Usa descrivono con l’acronimo CVID, «complete, verifiable, irreversible denuclearisation», abilmente smarcato da Kim Jong-un, rimandando la discussione dei dettagli a data da destinarsi.

L’impressione è che gran parte delle valutazioni e delle opinioni esposte a pochi giorni da questo storico 12 giugno continuino a essere viziate da un approccio «America First» adottato anche, e soprattutto, dai detrattori di Trump, proprio mentre Donald – chissà quanto consciamente – sembra aver messo il primato americano dietro ben più nobili intenti: denuclearizzare la penisola coreana e normalizzare la dittatura nordcoreana evitando la terapia shock del «regime change».

Chi accusa Trump di essersi mostrato debole a Singapore, di essersi fatto fregare dalla messinscena del dittatore Kim concludendo le trattative con un pugno di mosche e avendo fatto concessioni ingenti e ingiustificate al regime, sembra voler lamentare questa inedita versione di una superpotenza egemonica incapace di imporre e di imporsi, che non «costringe», che rinuncia all’uso della forza coercitiva durante i negoziati e che invece, quando chiamata a giustificare un atteggiamento di inaccettabile debolezza, risponde che «non c’è stato tempo per strappare condizioni migliori, vedremo in futuro».

Agli occhi americani è il crollo di un mito fondativo, della pietra angolare su cui tutte le amministrazioni di Washington dal dopoguerra a oggi hanno costruito il predominio assoluto degli Usa sulla comunità internazionale: il concetto che gli interessi nazionali degli Stati Uniti coincidessero sempre, senza il minimo dubbio, con quelli del resto del mondo.

E che quindi ogni iniziativa – bellica e non – intrapresa da Washington fosse condotta invariabilmente assolvendo all’obbligo di tutelare non gli interessi americani, ma gli interessi di tutti noi.

Beninteso, è ancora presto per elevare questo approccio estemporaneo a «dottrina» sposata da Trump, che anzi si è mosso in senso diametralmente opposto in ogni altro aspetto della politica estera statunitense.

Ma non possiamo non ipotizzare che il presidente statunitense in carica, incontrando per primo nella storia del paese il leader in carica del regime nordcoreano, non si sia lasciato trasportare dal suo ormai proverbiale narcisismo e abbia finito per anteporre all’«America First» un ben più schietto «Trump First».

Peter Van Buren di Reuters, in un commento del meeting di Singapore, tra i più lucidi letti in questi giorni, circa l’atteggiamento spiazzante adottato da Trump nota:

«Se Trump avesse seguito i consigli della sinistra, se ne sarebbe stato a casa come gli altri presidenti prima di lui. Se avesse ascoltato la destra, sarebbe piombato nella stanza dicendo “Via le bombe nucleari, ora, e abbiamo finito”, e allora l’intero processo sarebbe veramente fallito. La Corea del Nord ha sviluppato un programma nucleare per garantirsi la sopravvivenza. Se gli Stati Uniti e la Corea del Sud vogliono convincere il Nord al disarmo, qualcosa deve essere dato in cambio come assicurazione della sopravvivenza. Il summit ha creato la piattaforma. La chiave per ciò che succederà poi sarà come Trump, Moon e Kim lavoreranno per risolvere la questione».

Il «nulla di fatto» firmato a Singapore, da questo punto di vista, rappresenta invece un enorme primo passo per negoziati che si anticipano lunghi e complessi – realisticamente, parliamo di mesi se non anni – ma che ribaltano di fatto una situazione fino a meno di un anno fa considerata «disperata» ed esplosiva.

Gran parte del merito va al presidente sudcoreano Moon Jae-in, capace di ricucire i rapporti sull’asse Washington – Pyongyang con pazienza, saggezza e mestiere davvero encomiabili.

Altro ruolo centrale in questi mesi, sapientemente svolto perlopiù nell’ombra, lo ha giocato la Cina di Xi Jinping, descritta in queste ore come la «grande vincitrice» del summit.

Pechino da anni insisteva per la sospensione delle esercitazioni militari congiunte di Seul e Washington e per l’apertura di un dialogo che garantisse la sopravvivenza della Corea del Nord in cambio di un disarmo graduale: precisamente ciò che è stato stipulato dall’accordo di Singapore.

Xi Jinping ha usato il pugno di ferro con Kim Jong-un, in quanto necessario a contenere le provocazioni militari – le prime uscite internazionali di un Kim, appena trentaquattrenne, descritto per anni come un mostro spietato, l’incarnazione del male – ma, soprattutto, ha preparato il leader nordcoreano ai faccia a faccia con Moon Jae-in prima e con Donald Trump poi.

Le opinioni su Kim, a partire da Trump stesso sembrano ora iniziare a essere riformulate, al netto delle atrocità documentate e inaccettabili commesse dal regime a Nord del 38esimo parallelo.

Lo stesso Kim, se continuerà sulla strada del dialogo, avrà dimostrato una maturità che nessuno, nella comunità internazionale, gli avrebbe mai riconosciuto: le ricostruzioni più affidabili del Kim-pensiero indicano la volontà di ritagliarsi nella storia della Corea del Nord il ruolo che, per sommi capi, fu quello di Deng Xiaoping per la Cina: l’uomo dell’apertura, delle riforme e del progresso economico. Obiettivo ancora distante ma che ora vediamo stagliarsi, alla luce degli ultimi eventi, sull’orizzonte del possibile.

Donald Trump, infine, con tutte le idiosincrasie del caso, grazie a una fortunatissima concatenazione di eventi e condizioni proficue, si ritrova ora con la Storia tra le mani. Portare a termine la denuclearizzazione della penisola coreana e far rientrare la Corea del Nord nel consesso della comunità internazionale rappresenterebbe un successo senza precedenti al mondo, raggiungibile probabilmente solo sacrificando gli interessi dell’«America First» in favore degli interessi di tutti noi.

Il giudizio che attende il presidente degli Stati Uniti lo ha sintetizzato magnificamente Evan Osnos sul New Yorker, in una sola frase:

«Donald Trump, con una stretta di mano e un’alzata di spalle, ha aperto una nuova fase in Asia che prima o poi lo rivelerà o come un visionario capace di vedere un sentiero di pace laddove nessuno lo aveva visto, o come un boccalone che ha dilapidato la credibilità americana».

Due condizioni che forse, per un buon esito delle trattative e per il bene di tutti noi, potrebbero doversi verificare entrambe, contemporaneamente.

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