Baviera, le recenti elezioni complicano lo scenario

Il “Texas d’Europa” si complica

Il 14 ottobre scorso la Csu, i cristiano-sociali bavaresi, hanno perso quella maggioranza assoluta che ha garantito loro, a partire dai primi anni ‘60, un interrotto monopolio del potere sul più esteso Land della Repubblica federale. La crisi del partito-stato bavarese indica che il suo credo autoritario e il suo nazionalismo cominciano a logorarsi. Adesso, in quella regione che negli anni ’70 era stata ribattezzata il “Texas d’Europa” per le sue caratteristiche produttive e il suo marcato conservatorismo, lo scenario si complica e diviene l’ennesimo termometro di una crisi d’assetti più grande, da cui più nessuno sembra essere escluso.

6 novembre 2018

Il 14 ottobre scorso la Csu, i cristiano-sociali bavaresi, hanno perso quella maggioranza assoluta che ha garantito loro, a partire dai primi anni ‘60, un interrotto monopolio del potere sul più esteso Land della Repubblica federale.

Restano comunque, con il 37% dei voti, l’asse portante della politica in Baviera, anche se in coalizione con un partito localista e conservatore, praticamente ignoto fuori dai confini del Land: i Freie Waehler.

L’anno prossimo il Libero Stato di Baviera festeggerà i suoi cento anni. A pochi mesi dalla sua nascita, Lenin dalla Piazza Rossa mandava il suo saluto al soviet bavarese, quella Repubblica dei consigli che di lì a poco sarebbe stata brutalmente soffocata.

Ma che cosa è questa regione così particolare e in che modo condiziona la politica e l’immagine dell’intera Germania?

A meta degli anni ‘70 si diceva scherzosamente che la Baviera fosse il “Texas d’Europa”, riferendosi alla sua grande estensione, a un’agricoltura intensiva ad alto impiego di capitale, al forte sviluppo delle tecnologie avanzate, dalla robotica all’aerospaziale.

Ma soprattutto riferendosi a una cultura ultraconservatrice, confinante con il bigottismo, affezionata a un chiassoso folklore rurale di sapore “western” che ai gambali con le frange sostituiva il pantalone di cuoio a mezza gamba e al cappello a falde larghe quello alpino di feltro con piumetta. Un Texas, però, senza petrolio e in generale assai povero di materie prime, anche se ben fornito di fonti idroelettriche.

Tuttavia, proprio questa caratteristica, la lontananza dal bacino carbonifero della Ruhr, aveva fatto la fortuna della Baviera fin dagli anni della prima industrializzazione, sospingendo i regnanti a incentivare la costruzione di macchinari sempre più sofisticati e una rete di prestigiosi politecnici, embrioni di una futura “economia della conoscenza”, dove insegnò, per fare un solo nome decisivo nella storia industriale tedesca, Rudolf Diesel.

Da lì avrebbe preso le mosse la grande industria automobilistica bavarese. Insomma, già tra le due guerre la Baviera non poteva essere considerata  una regione essenzialmente agricola, pur rappresentando l’area più importante dell’agricoltura tedesca.

La Seconda guerra mondiale aveva poi spostato il Libero stato dal centro d’Europa alla sua periferia. Una terra di confine. E che confine! Quello impenetrabile della Cortina di Ferro: la Repubblica democratica tedesca e la Cecoslovacchia. Più due paesi che non facevano parte della Comunità europea: l’Austria e la Svizzera. Dopo il 1945 un’enorme quantità di persone, aziende e competenze avevano varcato i confini bavaresi, fuggendo dalla zona di occupazione sovietica.

Nella Baviera governata dalla Csu – l’unico dei partiti su base regionale sopravvissuto nella Bundesrepublik dal ‘46 a oggi – il clima della guerra fredda si respirava intensamente e ovunque. Quando Willy Brandt divenne Cancelliere con la sua Ostpolitik, Franz Joseph Strauss, il sanguigno leader storico dei cristiano sociali tuonava contro i “bolscevichi” che si sarebbero ormai installati a Bonn (la capitale federale dell’epoca).

Quello stesso Strauss che, detestando cordialmente il leader della Cdu Helmuth Kohl, aveva tentato nel 1976 di lanciare la Csu nel resto della Germania, fallendo però nell’impresa.

Poi, con la riunificazione che avrebbe ricondotto la Baviera al centro di un Occidente allargato a Est, la questione finiva archiviata sancendo definitivamente la natura bicipite, non di rado polemica, del centrismo democristiano tedesco.

La Baviera resta in qualche modo prigioniera della sua specificità e della sua potenza.

È il più esteso Land della Germania, anche se non il più popoloso, con i suoi 13 milioni di abitanti. Il Pil di 550 miliardi supera quello di almeno 19 dei 27 Stati che aderiscono all’Unione europea. La Baviera ha inoltre attraversato senza patire recessione la grande crisi tra il 2009 e il 2011. La disoccupazione è al 3,8% e, nella regione di Monaco e Ingolstadt, la più bassa d’Europa: il 2,6.

Quanto al reddito pro capite, quello bavarese supera del 36% la media dell’Unione. L’insoddisfazione che ha spinto gli elettori bavaresi a sottrarre 10 punti percentuali al quasi-partito unico che da decenni governa a Monaco, allora, non deriva certamente da numeri così invidiabili.

Piuttosto dall’insofferenza per un sistema di potere senza contrappesi che, pur rissoso al suo interno, non ha mai dovuto rendere conto a nessuno. La concorrenza di estrema destra della Afd non ha potuto avvalersi, come invece in alcuni Laender dell’ex Ddr, di paure e disagio sociale. E infatti non ha sfondato. Sono stati i Verdi, europeisti e “liberal”, a conseguire il maggior successo elettorale.

Il Libero stato, con la sua maggioranza cattolica e la sua forte identità, rappresenta al tempo stesso la punta avanzata e l’anima conservatrice della potenza tedesca, ma dell’orchestra federale non è in condizione di dirigere la musica.

Solo a partire da un sovranismo regionale che rivendica la sua diversità e le sue prerogative riesce a condizionare (o ricattare), con fasi alterne, il governo di Berlino e a frenare lo spostamento dell’asse politico democristiano “a sinistra”, di cui Angela Merkel sarebbe responsabile.

Questa pretesa sovrana si inasprisce non appena i rapporti tra Cdu e Csu volgono al maltempo. E si è recentemente manifestata nella nuova legge di polizia bavarese, che a quest’ultima conferisce poteri da servizio segreto e armi da esercito.

Delineando un sistema di sorveglianza talmente pervasivo da aver messo in serio allarme tutta l’opinione pubblica democratica della Germania e attivato diverse procedure di incostituzionalità.

Ma la crisi del partito-stato bavarese indica anche che il suo credo autoritario e il suo nazionalismo cominciano a logorarsi essendosi esaurita da un pezzo la spinta dell’anticomunismo e del vittimismo postbellico tedesco con la sua retorica dell’orgoglio ferito.

Fattori che hanno lungamente alimentato il conservatorismo politico in Baviera. Anche il “Texas d’Europa”, dunque, si è fatto più complesso e imprevedibile, termometro di una crisi d’assetti più grande e da cui più nessuno sembra essere escluso.

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