Uno spettro degli approcci politici alle tecnologie avanzate

La santissima Trinità dell’high tech

Al tempo della terza rivoluzione industriale, la tecnologia è politica e la politica è sovrastruttura della tecnologia. Lo spettro degli approcci all’impatto del digitale sull’organizzazione della produzione e sulla vita umana può essere ricondotto a una santissima trinità dell’high tech composta da: neoliberali che considerano la tecnologia come un grande dispositivo di controllo; ultra-liberisti che la ritengono un mezzo per estinguere il controllo dello Stato sull’economia; e infine dai tecno-critici che la seguono come la stella polare di un firmamento sotto cui si estinguerebbe lo sfruttamento capitalistico. Tuttavia, all’interno di questo “triangolo”, gli orientamenti sfumano, a volte si confondono e moltiplicano ancora.

29 giugno 2018

Al tempo della terza rivoluzione industriale, la tecnologia è politica e la politica è sovrastruttura della tecnologia.

Lo spettro degli approcci all’impatto del digitale sull’organizzazione della produzione e sulla vita umana può essere ricondotto a una trinità composta da: neoliberali che considerano la tecnologia come un grande dispositivo di controllo; ultra-liberisti che la ritengono un mezzo per estinguere il controllo dello Stato sull’economia; e infine dai tecno-critici che la seguono come la stella polare di un firmamento sotto cui si estinguerebbe lo sfruttamento capitalistico.

Semplificando, questi tre orientamenti paradigmatici formano un triangolo che contiene al suo interno una molteplicità di posizioni più sfumate e oscillanti all’interno dei tre vertici.

Gli assiomi neoliberali sono di stampo estrattivistico e non si discostano da quanto postulato per altri settori economici: l’avanzamento tecnologico è utilizzato come un forcipe, tanto virtuale quanto efficace, per estrarre valore dall’intelligenza collettiva e da una serie di metadati raccolti liberamente nello spazio digitale.

Nell’approccio neoliberal la tecnologia svolge anche la funzione di agente di sorveglianza.

Non a caso la digitalizzazione di ogni aspetto della vita permette di creare una sorta di raffinato, sconosciuto Panopticon che da un lato è in grado di predire e controllare gran parte delle attitudini e dei comportamenti umani, e dall’altro ribalta l’impostazione del celebre carcere ideale inventato da Jeremy Bentham: oggi, infatti, i “prigionieri” tendono a mostrarsi senza freni in quanto fruitori dei social network.

L’impostazione neo-liberale è basata sul doppio dispositivo che collega l’estrazione di valore dal general intellect alla sorveglianza pervasiva e capillare.

Il tutto avviene tra le pieghe di un’ideologia egemone da più di quarant’anni che teorizza la funzione poliziesca dello Stato e il suo impiego in quanto bussola che ispira la ricerca di nuovi bacini di estrazione.

La concezione cosiddetta ultra-liberal è  invece più complessa e articolata, perché sfocia nell’anarco-capitalismo: ovvero nella volontà di potenza di chi predica l’abbattimento dello Stato come soggetto regolatore dell’economia, accordando totale libertà agli istinti predatori.

Così, l’ultra-liberista si spinge ben oltre von Hayek e la scuola austriaca, non ha nessun tipo di visione sociale e persegue come unico obiettivo la distruzione dello strapotere dello Stato.

La frazione anarcocapitalista, battezzata da alcuni Silicon Valley ideology, è molto più potente di quanto sembri perché è la più avanzata sotto il profilo tecnologico. E a essa appartengono i fondatori di diverse aziende che dominano la scena tecnologica.

L’anarcocapitalismo presenta una molteplicità di sfumature e racchiude in sé un altrettanto ampia articolazione di anime e orientamenti che, molto spesso, si mimetizzano da frange ribelli e anticapitaliste.

WikiLeaks, ad esempio, nasce come un progetto di disvelamento degli arcana imperi, dei segreti militari e politici. Tuttavia, a ben vedere, il fine della trasparenza radicale indicato da Julian Assange si rivela pro-mercato, funzionale allo sviluppo di un mercato più efficiente.

Assange è di sicuro il nemico pubblico numero 1 dell’ideologia neoliberal, ma questo non lo rende in automatico un nemico del capitale.

L’impressione è di trovarsi al centro di una dialettica tra segmenti distinti dello stesso blocco, di una guerra tra diverse fazioni che si dividono solo sul ruolo dello Stato ma, per tutto il resto, sono allineate.

Un altro esempio calzante è rappresentato dal movimento cipherpunk, nato nei Nineties ma assurto alla cronaca negli ultimi anni, che fa della crittografia la sua arma per eludere i controlli statali (“cipher”, appunto: “cifra”).

È grazie a questa costola del movimento “cyberpunk” che nascono la blockchain e le criptovalute che, in teoria, avrebbero la missione di distruggere il potere delle banche centrali e creare un sistema di pagamenti autonomo, autoregolato e decentrato rispetto al sistema vigente.

L’attivismo cipherpunk radicalizza lo scontro col sistema di potere: ora non è più il disvelamento dei segreti praticato da Assange, bensì un attacco diretto all’equivalente per eccellenza degli scambi, al monopolio delle banche centrali sul conio: al monopolio sull’emissione di moneta.

Eppure, per come stanno evolvendo, le criptovalute non risolvono il problema della povertà o delle diseguaglianze.

Si limitano a dislocare verso nuovi lidi, meno controllati, il processo di accumulazione originaria, che nel suo stato di inesauribile permanenza è un tratto distintivo del capitalismo estrattivo.

Inoltre eliminano in via teorica anche le funzioni di smussamento del ciclo economico operate dalle autorità monetarie: nessuno, infatti, può minimamente immaginare l’uscita da una crisi nell’era delle criptovalute che non sembrano offrire valide alternative a regolare gli alti e i bassi delle economie.

In definitiva nella stagione dei bitcoin non sarebbe possibile immaginare nessun Quantitative easing, nessuna politica monetaria espansiva.

L’anarco-capitalismo, in molte sue forme, è tanto feroce quanto il neoliberismo e queste frazioni finiscono  per sovrapporsi e andare a braccetto. Peter Thiel, fondatore di PayPal,  è un grande assertore dell’anarco-capitalismo e, non a caso, è stato un importante finanziatore della campagna presidenziale di Donald Trump.

L’ammiccamento degli anarcocapitalisti alla alternative right americana, che ormai di “alt” ha ben poco, è molto evidente. Spesso, però, ne rimangono affascinati anche frange della sinistra liberale.

La terza parte della trinità, quella minoritaria, è costituita dai tecno-critici, ossia quelli che cercano di decostruire le narrazioni utopistiche da un lato, e dall’altro di palesare i meccanismi di sfruttamento che si celano dietro la grande etichetta tecnologica appiccicata alle attività più cool dell’economia digitale.

Evgenij Morozov è il più noto interprete di quest’atteggiamento critico, ma esistono svariati movimenti nazionali e transnazionali che stanno svolgendo un lavoro militante per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle nuove tecniche e tecnologie del dominio con le quali viene gestito il pianeta Terra.

Tra queste realtà spicca il collettivo Ippolita, gruppo di ricerca indipendente e di formazione “indisciplinare” attivo sin dal 2004, e di cui è fuori da poco il libro intitolato Il lato oscuro di Google.

Tra i temi considerati dai sostenitori di questa posizione ne figurano tre in particolare: lo sfruttamento del lavoro digitale, sottopagato o spesso non pagato; la mistificazione del lavoro digitale nel settore della logistica che di digitale ha ben poco se non la presenza di un algoritmo che sostituisce il padrone in tutto e per tutto; e infine la riappropriazione dell’intelligenza collettiva privatizzata dai social network e dai dispositivi che raccolgono dati e li commercializzano.

I tre vertici del triangolo compongono un pensiero forte e attivo, che domina la scena, ma è all’interno del triangolo che vengono tracciate le strade dove questi orientamenti si traducono in leggi, in pratiche, in comportamenti.

È all’interno del triangolo che si combatte, si vive e si muore, come i prigionieri di quella trappola raffinatissima messa in scena dal film Cube.

Se osserviamo l’interno del triangolo notiamo immediatamente un pensiero debole che cerca di adeguarsi alla realtà in modo passivo, privo di capacità d’incidenza.

La socialdemocrazia occidentale ha sviluppato un linguaggio piegato all’esaltazione feticistica della tecnologia trasformandosi in un’accozzaglia informe di tecnoentusiasti, incapaci di analizzare i meccanismi estrattivi che caratterizzano l’impiego della tecnologia, incapaci di decostruire i nuovi rapporti di forza tra capitale e lavoro.

Le forze del socialismo hanno assistito passivamente alla trasformazione della società civile in relazione allo sviluppo tecnologico, senza riuscire a impedire la creazione di monopoli e oligopoli a discapito della collettività.

È come se la tecnologia fosse solo la coolness degli anni Dieci del XXI secolo, alla quale tutti dovevano adattarsi per rimanere attraenti nei confronti degli elettori che si sono spostati in massa verso chi una posizione forte la esprimeva.

Così le socialdemocrazie si sono rivelate capaci solo di una timida richiesta di inasprimento fiscale, dopo che gli imperi tecnologici avevano già accumulato ricchezze (mai tassate) superiori a quelle degli stati.

E la stessa recente alzata di scudi contro la commercializzazione dei dati estratti dalla collettività dimostra come la guerra fosse già persa: mentre i leader democratici di turno si mostravano con portatile Apple alla mano a dettare strategie via social, erano altri ad agire nel cuore della trasformazione, a disintermediare il politico.

Celebrando la trasparenza radicale, davano voce a chi la desiderava e regalavano l’illusione di una partecipazione attiva alla vita politica. Lo scandalo di CA ha proporzioni in fondo irrilevanti  rispetto ai cambiamenti reali indotti nella sfera della cittadinanza grazie alla trasformazione radicale del rapporto tra politica e cittadino.

Dopo aver etichettato come radicali tutti coloro che cercano di mostrare la ferocia dei nuovi rapporti di sfruttamento, la socialdemocrazia inconsapevolmente si suicida legiferando sul lavoro, varando le sue controriforme e vantandosi poi dei “risultati” raggiunti.

Nel frattempo nelle metropoli d’Occidente cresce un esercito di bikers che consegnano pasti caldi, di schiavi moderni che smistano pacchi all’interno di fortezze-magazzino oppure di softweristi impiegati a cottimo per nutrire qualche algoritmo affamato di conoscenza umana.

I centri urbani pullulano di lavoratori sfruttati che compongono il cosiddetto Amazon mechanical turk e fanno ciò che gli algoritmi non sono e non saranno mai in grado di fare.

E intanto i leader della socialdemocrazia preferiscono lasciarsi fotografare mentre mangiano un pasto consegnato da Deliveroo o Foodora, ignorando la condizione di chi consegna quel cibo.

Per non parlare delle fascinazioni che regolarmente si registrano nei confronti di Assange, salvo dimenticare Chelsea Manning incarcerata per sette anni, o le celebrazioni di bitcoin e  criptovalute mentre si ignora che, così deregolamentate, sarebbero l’ottava tromba dell’apocalisse delle democrazie.

È sul terreno del salto di paradigma tecnologico che la socialdemocrazia ha consumato la sua debacle storica in un processo rovesciato rispetto a quello scorcio di fine anni Novanta in cui i democratici a Washington e i socialisti al governo dei principali Paesi europei avevano tenuto a battesimo la stagione del worldwideweb e delle dot.com, cavalcando la retorica celebrativa di fine Secolo.

Quell’ottimismo, già cieco e ingannevole agli albori della Rete telematica, nei giorni scintillanti dei Signori del Nasdaq, si è tradotto – a distanza di vent’anni –nell’esaltazione acritica dell’ultima innovazione tecnologica o del personaggio più affascinante del villaggio globale.

E intanto la rivoluzione digitale produceva gli effetti della disoccupazione tecnologica, “uberizzava” il lavoro, imponeva quelle retoriche da élite creative globali contro cui è montata la marea nera dei fenomeni populisti.

E proprio le forze del popolo e della “gente”, insieme a quelle della destra più o meno alternativa, hanno sguazzato in questa fase di interregno offrendo risposte semplici a problemi complessi.

Hanno disintermediato il politico, riabilitato il generale Ludd e la distruzione dei telai meccanici, celebrato il valore del radicamento territoriale e dei vincoli comunitari.

Hanno affermato la forza brutale dello slogan Make America great again, individuato nemici pubblici e indirizzato contro di loro le passioni tristi dell’odio e della paura prima di colpire con i loro manganelli virtuali, ma non per questo meno minacciosi e violenti.

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I Diavoli

I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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