Il racconto distopico

Roma brucia, il tempo della Sete

La Siccità arrivò all’improvviso. Tutto cominciò alle fine degli anni Dieci, con la chiusura dei nasoni, le fontanelle che dissetavano la città. Poi con il razionamento dell’acqua. Allora nessuno si accorse di cosa stava succedendo. In molti ne fecero una polemica politica tra le diverse amministrazioni della città, che non si erano mai prese cura delle vie di trasporto di quel liquido così prezioso e sottovalutato. La città che per prima ne aveva colto il valore, elevando l’acquedotto a opera d’arte sociale, se ne era dimenticata.

3 agosto 2017

Come portate lungo linee stabilite da un’antichissima geografia materiale, le donne del Tufello cominciano a riunirsi nel cono d’ombra della Chiesa del Santissimo Redentore. Quadrante Nordest di Roma.
Coperte da spessi strati di stoffa per proteggersi dal caldo, aprono sugli scalini vecchie mappe della città. Con bastoncini di legno e pezzi di gesso, tracciano ipotetici percorsi.

Il primo sole del mattino arroventa la sabbia e screpola l’asfalto.
Tutto è pronto per la partenza.

In realtà io non volevo partire. Preferivo rimanere a giocare con gli altri bambini, a caccia d’insetti e lucertole nel letto asciutto del fiume Aniene. O sui ponti della Tangenziale Est, a tirare sassi alla colonna infame d’impiegati che quotidianamente si trascina camminando verso i Quartieri Lavoro di Roma Nord.
Ma le donne avevano bisogno di me. E ho detto sì.

La Moglie del Maniscalco distribuisce pastiglie contro il diabete. Stimolano la secrezione ormonale dell’ipofisi. Bloccano i morsi della Sete.

Personalmente preferisco le tetracicline. Quelle che si usano per l’acne. O il colera.
Riesco a non bere per un giorno intero con quelle, anche se poi gli effetti collaterali sono devastanti.

Mentre cominciamo a muoverci, la Figlia del Bardo mi racconta che le paraste in cemento armato della facciata della Chiesa del Santissimo Redentore, costruita negli anni Settanta dello scorso millennio, segnano il destino del nostro quartiere più di ogni altro edificio.
Ex bosco collinare, riserva di cedri secolari e pini marittimi puntellata di palazzine del barocchetto romano, il Tufello negli stessi anni conosce la nemesi dei palazzoni dormitorio dello IACP.
Poi, negli anni Zero, la gentifricazione del terziario cognitivo s’inserisce in un contesto di frammentazione sociale e urbana che la città non è più in grado di arginare. Con la crisi economica, diventa una delle tante zone abbandonate a sé.
Infine, con l’avvento della Siccità, la riduzione del Tufello a Quartiere Esubero.

Gli alberi lasciano il posto alla sabbia, i fiumi al catrame.

La sospensione della fornitura energetica, che segna la fine dell’era tecnologica, riporta in auge antiche attività manuali, maestrie e competenze.
La nuova divisione del lavoro ridisegna l’architettura sociale di una delle tante zone espulse dalla geografia produttiva della città. Si riattivano le botteghe delle antiche arti e mestieri.

Ma non è una decrescita felice.
È il ritorno a un medioevo dell’umano attraversato da carestie e superstizioni. Epidemie e violenza.

Superato il Ponte delle Valli che sovrasta l’antica Tangenziale Est, entriamo nel quartiere Trieste.

L’imponente muro di cemento che divide Viale Libia segna il confine tra le abitazioni del ceto medio, che ogni mattina s’incammina lungo la tangenziale per recarsi ai Quartieri Lavoro di Roma Nord, e la Gated Community Coppedè, dove abitano le famiglie delle élite che lavorano alle multinazionali dell’Eur.

Qualche anno fa, con la Moglie del Fabbro, mamma della mia migliore amica, siamo entrati in visita dentro Coppedè.
La sinuosità delle palazzine Liberty mi ha emozionato tantissimo. Lo so, siccome sono femmina non potrò mai lavorare, e dovrò sbrigarmi a fare figli, ma mi piacerebbe disegnarle quelle case.
Volevo anche vedere l’eliporto di Villa Ada, ma l’esercito non ci ha fatto avvicinare.
Pare che lì, dove partono gli elicotteri che portano i dirigenti all’Eur, o anche a Milano, ci siano ancora gli alberi del vecchio parco. Di sicuro, mi ha detto la Moglie del Fabbro, in alcune case della Gated Community Coppedé hanno anche l’acqua per annaffiare le piante domestiche.

Noi, al Tufello, non abbiamo acqua nemmeno per bere.

Sara mi dice che anche noi stiamo andando all’Eur. Anche se non posso ancora sapere perché.
Aggiunge che non possiamo prendere la Tangenziale Est. In quell’incedere claudicante di impiegati, saremmo subito riconosciute come donne. Desteremmo dei sospetti.
Meglio attraversare la città dal centro, anche se è più lungo e pericoloso. Meglio confondersi con la miseria e la disperazione che cuociono a fuoco lento sotto il cielo di Roma.

Sara, come la maggior parte delle donne con cui sono oggi, fa parte delle bolivariane. Prendono il nome da una cava del Tufello. Lì a Piazza Sempione. Dove, prima della Siccità, c’era l’ex Parco Bolivar, dedicato a un rivoluzionario sudamericano.
Sara lavora, anche se non potrebbe. È un’ottima amanuense, copia e trascrive vecchi romanzi affinché non vadano perduti. E non avendo famiglia, si rivendica orgogliosa di non essere conosciuta con il patronimico lavorativo.
Come la Moglie del Fabbro, che in realtà si chiama Elisa.
Quasi tutte le donne bolivariane lavorano. Sfidano le quattro P delle Politiche di Protezione della Famiglia per il Processo di Procreazione.

Quando arriviamo su Via Nomentana, ci fermiamo all’ombra di un enorme cartellone pubblicitario che ricorda l’estensione fino al termine dell’anno della validità del Bonus Quarto Figlio.

A una donna che metta al mondo il quarto figlio, combattendo così il Declino Demografico di Occidente, e lo faccia con un partner di geni caucasici, combattendo così la pericolosissima Sostituzione Etnica, è garantito un Buono Acqua (da Cinque Litri) due volte a settimana, e un Buono Acqua Potabile (da Tre Litri) una volta a settimana.

Se il quarto figlio invece è di sangue misto, si hanno un Buono Acqua e un Buono Acqua Potabile ogni due settimane.

Papà rimpiange sempre il vecchio Presidente, quello della Total Water.
Dice che i suoi sistemi di welfare e tutela della popolazione erano molto più generosi, che una volta il Buono Acqua lo davano anche dopo il secondo figlio. Che altrimenti io non sarei mai potuta nascere. Mentre invece il nuovo Presidente, un giovanotto arrogante della Exxon Aqva, ha imposto tagli drastici.
Le donne della cava Bolivar invece mi dicono che è il sistema a essere sbagliato, che proprio perché è il bene più prezioso, l’acqua dovrebbe essere un diritto di tutti e non un privilegio concesso dalle élite. A loro discrezione. Per chi ubbidisce.
Mi piace quello che pensano le bolivariane.
Da grande voglio essere come loro.

È quasi mezzogiorno quando arriviamo al mercato di Porta Pia.
Il sole arde nel cielo e intorno a me vedo le prime persone accasciarsi sulla sabbia o sull’asfalto. Uomini e donne che non bevono da giorni.
La Figlia del Minatore, non conosco ancora il suo vero nome, cerca di infilare una pastiglia contro il diabete nella gola arsa di una bambina accasciata al suolo.
Ma è troppo tardi. Nel suo corpo non è rimasta nemmeno la saliva necessaria a deglutire la pillola.

Se fossi la protagonista di uno dei libri che copia Sara, e che ogni tanto leggo quando il sole cala e la Sete non frigge il cervello, mi scenderebbe una lacrima lungo il viso. Ma da quando c’è la Siccità, le lacrime non scendono più. Il corpo ha imparato quanto siano preziosi i liquidi. E non li spreca.

A Porta Pia la paura e il nervoso s’impadroniscono della carovana in marcia.
Fitti conciliaboli si confondono tra il vociare delle donne che attraversano il mercato, occhiate sospettose ai capannelli di guardie trafiggono la merce in esposizione. Lamiere, gomme, tubi, ruote, corde, elettrodomestici.
Ricordi di un’epoca passata. Memorie dell’Antropocene.

Da quando l’energia è stata razionata, a seguito della Siccità, i turisti hanno cominciato a scarseggiare e poi a scomparire del tutto. E il centro di Roma è stato abbandonato a se stesso. Siccome i ricchi erano già altrove, piano piano se ne sono impadronite le comunità migranti che ne animavano il sottosuolo.

Costrette per anni a lavorare nei bunker e scantinati, per far funzionare il motore dell’immenso parco divertimenti in superficie, un giorno si sono accorte che in superficie non c’era più nessuno. E sono uscite.

Emancipate dalle procedure dell’integrazione coatta, le comunità migranti per prima cosa si sono rigidamente divise su base etnica. All’interno delle Mura Aureliane, è sorta una miriade di piccoli bantustan in perenne guerra tra loro.

Intorno alla vecchia stazione abbandonata dei treni, a Termini, è nata La Nuova Etiopia. Dai porticati sabaudi di Piazza Vittorio, si è estesa a tutto l’Esquilino l’impenetrabile e inaccessibile Cinacittà. La zona di Piazza San Giovanni e delle Terme di Caracalla è la Slovena. E leggenda vuole che le guerre intestine tra Slavi Orientali che abitano la collina e Slavi Meridionali della valle, retaggio di conflitti che si perdono nella notte dei tempi, siano addirittura più violente delle battaglie con i Latinos del Colosseo e del Circo Massimo. Il vecchio ghetto ebraico è patria di Rom e Sinti, che hanno esteso i loro confini al Campidoglio e ai Mercati Traiani. Piazza di Spagna è dei maghrebini, mentre lungo la lingua rovente dell’ex Fiume Tevere si sono stabilii filippini e cingalesi. In Piazza Navona e nelle antiche vie del Centro si è verificato l’unico esperimento d’integrazione spontanea. Matti, alcolizzati, tossici, esuli e disperati, eccedenze sottoproletarie di qualsiasi provenienza e credo religioso, hanno instaurato una società basata su solidarietà e mutuo soccorso. Una curiosa enclave rossa nel cuore del vecchio impero.

Da quando tutto il potere politico ed economico si è trasferito all’Eur, i vecchi palazzi del potere, la Camera e il Senato, palazzo Chigi e il Quirinale, sono zone temporaneamente autonome in mano ai dannati della terra.

I conciliaboli sono finiti. La Moglie del Maniscalco guida la carovana dentro le Mura in direzione della Nuova Etiopia.
Le guardie non s’interessano a un convoglio di mendicanti coperti di stracci. L’ingresso è a rischio e pericolo di chi lo varca.
Loro sono lì per controllare le uscite. Per evitare che un’orda barbarica si riversi su Piazza Bologna o sulle roulotte dell’ex parco di Villa Borghese a infastidire la vita precaria del ceto medio produttivo. A difendere le gated communities delle élite, di Coppedé, di Prati o del Pigneto, ci pensano invece gli eserciti privati delle multinazionali.
La gola comincia a bruciarmi.
La Sete è placata dalle medicine, ma l’arsura non si può alleviare.

Sara mi ha detto che una volta giunti alla vecchia stazione dei treni potremmo trovare dell’acqua.
La Stazione di Termini, dove grazie alle vetrate la notte regala sprazzi di umidità, è una delle serre più grandi della città. Brandelli di verde appiccicati al cemento diffondono nell’aria odori distensivi. Gli africani della Nuova Etiopia la governano con l’antica sapienza di popoli abituati alla Sete.
La Figlia del Palafreniere, la più vecchia delle donne della carovana, che oggi anche i cavalli cominciavano a scarseggiare, conduce le trattative.
Argipressina, desmopressina, felipressina. Pillole in cambio di acqua.
Quando arriva il mio turno, poggio delicatamente la lingua dentro il recipiente e la lascio impregnare del liquido trasparente. Poi la ritiro per rinfrescare il palato e la gola. Subito i linfonodi dell’orecchio reagiscono cercando di produrre saliva.
Il dolore è atroce.
Inzuppo di nuovo la lingua. Avrei voglia di inebriarmi di acqua a sorsate, di ingollarne in quantità. Ma so benissimo che se lo facessi rischierei di morire per annegamento. Dopo altre due immersioni, passo la ciotola.
Quindi, ci rimettiamo in marcia.

La Siccità arrivò all’improvviso. Tutto cominciò alle fine degli anni Dieci, con la chiusura dei nasoni, le fontanelle che dissetavano la città. Poi con il razionamento dell’acqua.
Allora nessuno si accorse di cosa stava succedendo.

In molti ne fecero una polemica politica tra le diverse amministrazioni della città, che non si erano mai prese cura delle vie di trasporto di quel liquido così prezioso e sottovalutato. La città che per prima ne aveva colto il valore, elevando l’acquedotto a opera d’arte sociale, se ne era dimenticata. In pochi si resero conto che i cambiamenti climatici avrebbero presto reso vana ogni stupida bega politica. Avrebbero raso al suolo lo stesso agire politico.

Nel giro di pochi anni il razionamento divenne la norma.
L’acqua in bottiglia il nuovo oro.

All’inizio degli anni Venti le compagnie petrolifere si convertirono a produttori di acqua. Precedendo, e allo stesso tempo causando, il frazionamento energetico. Se la produzione di carne (15mila litri d’acqua per produrne un chilo), fu la prima a essere dismessa, creando nel Sudest Asiatico la più terribile carestia conosciuta dall’uomo, i primi utensili a essere abbandonati furono le nuove tecnologie.
Nei Quartieri Esubero e nella maggior parte dei dormitori del ceto medio impiegato, fuori dalle gated communities e dagli uffici delle multinazionali, Internet sparì nel nulla da cui era arrivato. Uno sputo sul cammino dell’umano.

Alla fine degli anni Venti, le multinazionali dell’acqua controllavano l’intero mondo occidentale. Dapprima sostituendosi al valore finanziario, poi appropriandosi delle strutture politiche.

Nel 2028 in Francia si tennero le prime elezioni tra il candidato di Evian e quello di Perrier. Poi fu così dappertutto.

Superata la Slovena e il barrios dei Latinos, la carovana si mette in cammino lungo Via Cristoforo Colombo, costeggiando la gated community di Garbatella, in direzione dell’Eur. L’ex quartiere fantasma del terziario mai arrivato a Roma, diventato l’inespugnabile fortezza dove hanno sede le altissime torri delle multinazionali dell’acqua.
CNWC, Aramco Ma’an, Liquid Rosneft, Wet Shell, Total Water e Exxon Aqva.
I loro grattacieli si dividono lo spazio verticale dell’ultimo avamposto prima della Diga del Gra, la barriera che protegge la città dall’avanzata del mare: fetida poltiglia di rifiuti liquidi alimentata dallo scioglimento dei ghiacci, ha sommerso l’intera Italia Meridionale ed eroso quelle che una volta erano le città costiere.

Io, unica bambina della carovana, ho un compito ben preciso, che mi è rivelato solo una volta arrivati davanti alla cintura dell’Eur.
Mentre il sole al suo apice continua a mietere vittime tutt’intorno, all’ombra di un vecchio ponte le bolivariane mi tolgono di dosso gli stracci e mi puliscono. Poi Sara tira fuori una bottiglia di acqua potabile, conservata per tutto il viaggio a costo della morte di diverse compagne. Mi dice di tenere la bocca chiusa e me la versa addosso.

Lo spreco è il mio biglietto d’ingresso nel cuore del potere.

Sono dentro. Per un attimo rimango paralizzata. Fontane zampillanti, ruscelli, laghetti. C’è acqua ovunque.
La Sete mi ha temprato. Con una forza d’animo che non credevo di avere, resisto alla tentazione di bere. O di tuffarmi in quelle acque insolitamente limpide e incontaminate.
Mi dirigo decisa verso l’obiettivo.

Prima di salutarmi, Sara mi ha detto che quando sono nata mi è stato impiantato un virus informatico in grado di annientare gli algoritmi dei computer che regolano il ciclo di controllo dell’acqua. Mi basterà poggiare la mano su uno qualsiasi dei macchinari biologici realizzati con adenosina di trifosfato e l’epidemia entrerà subito in circolo.
I codici di controllo salteranno.
Il mare non potrà più essere salvato.
Ma l’acqua potabile, anche se poca, tornerà a essere di tutti.

Un bene comune, da gestire con cura.

Nel mio nome è il mio destino.
Io sono Viola. Un colore, un fiore, un verbo.
Solo io posso trasgredire la norma. Violare il potere.
Solo io posso fermare la Sete.

È un pomeriggio caldissimo, e la strada è inebriata dal profumo del caprifoglio. Ora so che la rivoluzione ha l’aspetto di una donna. E il profumo del caprifoglio.

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