Prospettiva asiatica

Riso: una seconda “rivoluzione verde” contro la fame

A differenza della prima Green Revolution, che utilizzò una singola varietà miracolosa capace di produrre una quantità esorbitante di riso, la seconda comprende l’utilizzo di sementi ad hoc che possano dare risultati in condizioni ambientali particolari, tenendo conto di siccità, inondazioni, salinità dell’acqua, tossicità del ferro, caldo e freddo.

27 settembre 2017

Mentre centinaia di migliaia di Rohingya scappavano dalle violenze dell’esercito birmano trovando rifugio temporaneo in Bangladesh, il governo di Dhaka è dovuto scendere a patti con la realpolitik dettata dalla scarsità di riso nel Paese. Mettendo da parte lo scontro diplomatico con Naypyidaw, lunedì 18 settembre ha siglato un accordo per l’acquisto di 100 mila tonnellate di riso a 442 dollari a tonnellata, spalmate su tre anni. Si tratta del terzo ordine d’acquisto del 2017, che si va ad aggiungere alle trattative chiuse con Cambogia e Vietnam, con l’obiettivo di stabilizzare il prezzo del riso nel Paese.
A causa di inondazioni e condizioni climatiche quest’anno non favorevoli, il governo bengalese aveva stimato una perdita annuale di 300 mila tonnellate di riso: una cifra ragguardevole nel primo paese al mondo per consumo di riso pro capite, stimato intorno ai 173 kg all’anno a persona (in Italia sono 5,20 kg).

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Market manipulation

L’import di riso, pur essendo il Bangladesh il quarto produttore di riso al mondo dopo Cina, India e Indonesia, non sembra ancora aver avuto l’effetto calmierante desiderato, complici – secondo il governo di Dhaka – gli interventi sul mercato dei «middlemen» privati che gestiscono l’import di riso, responsabili del mancato acquisto dall’estero in attesa che le tasse sulle importazioni (prima al 18 per cento) venissero abbassate. Una manipolazione del mercato che si è abbattuta anche sul prezzo del riso in India, lato Bengala Occidentale, arrivata a guastare i festeggiamenti di Durga Puja.

Il fatto che una crisi del riso in Bangladesh, nel giro di qualche mese, abbia coinvolto direttamente almeno quattro grandi mercati asiatici, la dice lunga sia sull’interdipendenza del settore in Asia e, soprattutto, sui passi da gigante fatti in poco più di cinquant’anni nell’ambito della sicurezza alimentare nel continente. Fino a pochi decenni fa, un’annata storta avrebbe condannato milioni di persone alla fame. Oggi i governi vendono e comprano tonnellate di riso per controllarne il prezzo, non la disponibilità. Un risultato straordinario raggiunto grazie al successo di una delle rivoluzioni più dirompenti, e silenziose, del secolo scorso: la Green Revolution.

Il ruolo dell’International Rice Research Institute 

Nel 1960 il governo delle Filippine, col sostegno di due fondazioni statunitensi (Ford e Rockfeller) fondò l’International Rice Research Institute (IRRI), con sede all’interno del campus dell’Università di Manila. Obiettivo: creare una nuova tipologia di riso in grado di sostenere l’esplosione demografica del continente e scongiurare il rischio di carestie che già avevano decimato la popolazione asiatica – una su tutte, la carestia del Grande Balzo in Avanti cinese, 55 milioni di morti.

Incrociando oltre 10 mila specie di riso, nel 1962 l’IRRI diede vita a un ibrido di riso thailandese e cinese chiamato IR8, capace di aumentare di dieci volte il raccolto se debitamente affiancato all’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi. L’introduzione delle nuove sementi nelle Filippine diede dei risultati eccellenti ed entro la fine degli anni Sessanta l’IR8 venne adottato in massa a livello continentale, internazionalizzando i migliori metodi di irrigazione, meccanizzazione della coltivazione e utilizzo di diserbanti (i cui effetti, col senno di poi, avrebbero creato ben altri problemi).

In India l’introduzione dell’IR8 ebbe letteralmente un effetto rivoluzionario, registrato dalle indagini dell’agronomo S.K. De Datta che nel 1968 provò, dati alla mano, che la produzione di riso nel paese, a parità di ettari, era aumentata di dieci volte. L’IR8 fu soprannominato «il riso dei miracoli» e nel 1970 l’agronomo Norman Borlaug, considerato il padre della Green Revolution, venne insignito del premio Nobel per la pace.

L’IRRI, negli anni, ha continuato a migliorare e raffinare le ibridazioni di riso e oggi, a oltre 50 anni dalla prima Green Revolution, si sta preparando a una seconda rivoluzione capace di tenere il passo coi problemi della modernità. «A differenza della prima Green Revolution, che utilizzò una singola varietà miracolosa capace di produrre una quantità esorbitante di riso, la seconda comprende l’utilizzo di sementi ad hoc che possano dare risultati in condizioni ambientali particolari, tenendo conto di siccità, inondazioni, salinità dell’acqua, tossicità del ferro, caldo e freddo», si legge in un recente articolo pubblicato dalla McGill International Review.

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La sfida per il futuro

Come spiegato da Abdelgagi Ismail dell’IRRI, l’innalzamento del livello del mare dovuto al surriscaldamento globale ha portato a cicliche inondazioni delle coste di Vietnam, Bangladesh e Myanmar, dove si concentrano le rispettive produzioni di riso nazionali. Una tendenza globale che si aggiunge a nuovi ostacoli come la scarsità di acqua destinata alle irrigazioni, il continuo incremento demografico a parità di consumo di riso e, in particolare in Asia, gli effetti collaterali dei processi di inurbamento.

Entro il 2050, secondo un rapporto della UN Convention to Combat Desertification (UNCCD) riportato da Reliefweb, il 56 per cento della popolazione asiatica si sarà stabilita in centri urbani: significa che non solo la popolazione impiegata nell’agricoltura diminuirà, ma diminuiranno ancora di più i terreni dedicati alla coltivazione.

La sfida, insomma, sarà ottimizzare le aree produttive già esistenti, rendendo più efficienti le tecniche di coltivazione, introdurre sementi che crescano con minor dispendio di risorse idriche e, soprattutto, arrivare fino al continente africano. L’Africa, inizialmente giudicata troppo impervia per la Green Revolution degli anni Sessanta, sembra oggi destinata a prendere il posto dell’Asia come granaio del mondo.

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