California, i luoghi di pellegrinaggio celano un oscuro passato

Il rimosso delle missioni spagnole

Nell’apice dell’era trumpiana, dell’inquietante revival del suprematismo bianco e dei muri che si innalzano al confine messicano, molti sono i luoghi di cui si scorda o viene omesso l’oscuro passato, contribuendo così a non affrontare le contraddizioni di un altrettanto buio presente. Il rimosso delle missioni spagnole in California, riconvertite a luoghi di pellegrinaggio turistico, è un esempio emblematico in tal senso.

28 settembre 2018

Nell’apice dell’era trumpiana, dell’inquietante revival del suprematismo bianco, molti sono i luoghi di cui si scorda l’oscuro passato. Il rimosso delle missioni spagnole, in California, è un esempio emblematico in tal senso.

Dietro alle guide, i turisti camminano lungo il cortile interno e le navate, fotografano le reducciónes come un luogo di bellezza e di storia.

Il clima è sereno e pieno d’ammirazione, non c’è la gravità delle visite nei luoghi di violenza e costrizione.

Questo d’altronde è anche il luogo di un santo, Junípero Serra, frate francescano del Settecento, canonizzato nel 2015, figura di spicco dell’evangelizzazione in California.

Si dimentica spesso cosa sono state le missioni spagnole nell’allora Alta California. Ventuno presidi francescani, costruiti tra il 1769 e il 1833, con una doppia funzione: presenza evangelizzatrice sul territorio e avamposto nel quadro dell’espansione dell’Impero spagnolo nel Nord America.

Si dimentica come le missioni hanno aggredito i nativi americani, tra la metà del Settecento e la metà dell’Ottocento, con la scusa di portare civiltà. Si dimenticano i lavori forzati per i “selvaggi” nei campi e l’obbligo di convertirsi alla religione, ai costumi e alla lingua degli spagnoli invasori.

Oggi sono diventati luoghi da visitare. Se non parchi-divertimento, come sostiene Mike Davis nel suo fondamentale Città di quarzo.

E di certo le missioni si sono attrezzate per accogliere il turismo: la Mission San Gabriel Arcangel ha un negozio di souvenir dove sono in vendita rosari, medagliette e cartoline.

Addirittura esiste un Cammino delle Missioni californiane di oltre 800 miglia per pellegrini. Come la Via Micaelica o il Camiño de Santiago.

Come cioè se i presidi di un’evangelizzazione per larghi tratti vergognosa fossero il santuario di un arcangelo o la sede delle reliquie di un apostolo…

Le pesanti arcate, la corte interna, le forme massicce e stondate, il bianco e il color sabbia sovrastati da tegole rosse. A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, il Revival-Missionario era la grande moda architettonica degli Stati Uniti d’America. Lo stile necessario per edificare qualsiasi cosa: dalle stazioni ferroviarie ai teatri, dalle case private alle distillerie, fino alle università prestigiose come Stanford.

Ma non c’era solo l’architettura alla base della formazione di un’identità fittizia.

Anche la letteratura, per esempio, aveva un ruolo significativo: su tutti, la Ramona di Helen Hunt Jackson (1884), un romanzo di straordinario successo che romanticizzava la missione spagnola e ritraeva il nativo americano come il buon selvaggio.

La costruzione di questo mito per raccontare la California aveva uno scopo politico chiarissimo: accreditare i bianchi d’origine europea come padres severi ma lungimiranti, i soli a poter dare vera prosperità a un’ostile terra di frontiera.

Da anni l’organizzazione Mexica Movement sta facendo una battaglia per ricordare quanto ampio sia il fronte delle vittime del colonialismo spagnolo. Per riferirsi alla propria identità, rifiutano espressioni come “Hispanic/Latino” o “Chicano”.

Al contrario ne scelgono una che indica gli indigeni del Nord e Sud America, “la gente di questo continente, un unico popolo senza i confini portati dagli spagnoli”: Nican Tlaca. Che in lingua nahuatl (l’idioma della civiltà azteca) significa grosso modo: “Noi di qui”.

Attraverso il supposto paternalismo dei missionari, si copre la brutalità dell’invasore. Attraverso l’elemento spagnolo, si crea una fittizia origine bianca di quel territorio.

«L’idilliaco immaginario dei padri fondatori cancellava una storia di espropriazione e violenza razziale» scrive Davis.

E può anche essere vero: il peso culturale e il ruolo politico delle missioni spagnole sono stati decisivi per dar forma all’attuale California.

Può anche essere vero: quelle radici sostengono il presente di una delle aree più rappresentative dell’Occidente. Ma qual è il prezzo di quel passato?

Più che rivendicarle o visitare con leggerezza ciò che ne resta, allora, sarebbe bene studiarle per comprendere la disuguaglianza spietata di un luogo simbolo del nostro tempo.

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