Trasformazioni non solo digitali

La dimensione politica dei social network

Qual è il legame tra i social, il capitalismo e la democrazia? Perché l'elezione di Trump è ancora raccontata come una questione di tweet e troll?

16 novembre 2017

Nei giorni in cui grazie al magazine The Atlantic emergono le affettuose chat segrete intercorse tra Julian Assange, fondatore di Wikileaks, e il figlio di Donald Trump,  è interessante esaminare lo stato dell’arte dell’analisi sul rapporto tra social network e politica. Queste conversazioni avvenute su Twitter, probabilmente solo per il tipo di media utilizzato, sono utilizzate nella narrazione mainstream per rinforzare l’idea secondo cui sarebbero stati i social network – con tutto l’esercito di account sovvenzionati dalla Russia – a eleggere il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Due articoli, usciti in contemporanea per autorevoli pubblicazioni diversamente liberal come Open Democracy e The Economist, si limitano all’ennesima analisi dei social come minaccia per la democrazia novecentesca. Rimpianta per non si sa bene quale motivo. E nella conclusione, entrambi elencano gli strumenti migliori per un romantico utilizzo ideale dei social. Come se un’analisi degli errori strutturali del capitalismo volesse poi accontentarsi di renderlo il meno dannoso possibile.

The-Twitter-Revolution

Il non detto infatti, il sintomo lacaniano che emerge prepotente da entrambi i testi, è proprio la dimensione dell’economia politica dei social network: dalla loro funzione monopolista al capitalismo estrattivo.

Nell’articolo per Open Democracy, Helen Margetts, cattedra in “Society and the Internet” all’Università di Oxford e diverse pubblicazioni all’attivo sul tema della rete, apre con un parallelo in cui il “like” o il “+1” sono piccole gocce che vanno ad ingrossare il mare della coscienza e/o della presa di posizione politica. Arrivando a sostenere che queste piccole gocce possono trasformarsi in temporali, in veri e propri tsunami in grado di incidere sulle politiche di una multinazionale, di un governo o di una feroce dittatura.

E qui siamo alla prima criticità: lo scontato esempio delle primavere arabe non regge. Già dimostrato come Twitter non sia servito a portare la democrazia, e non sia stato nemmeno il detonatore di nulla, ma uno dei tanti mezzi usati. Molto più interessante sarebbe stato analizzare come i social network siano serviti a rendere possibili una narrazione e un racconto anche al di fuori dei paesi arabi, vedi l’esempio di Andy Carvin.

telefonini

Allo stesso modo, quando la professoressa spiega come alcune mobilitazioni nate sui social si sono trasformati in veri e propri partiti politici di successo come Podemos o il Movimento 5 Stelle, dimentica nel primo caso la materiale partecipazione di massa al movimento degli Indignados, e nel secondo il ruolo decisivo di un vecchio media come la televisione. Nel piangere la democrazia novecentesca poi, Helen Margetts si rammarica che politici outsider come Donald Trump o Jeremy Corbyn, le cui idee sono state amplificate al massimo dai social, abbiano danneggiato i loro partiti repubblicano e labourista.

Nella conclusione si suggerisce,  sulla scia di un altro tecnoentusiasta come Paul Mason  di affidarsi ai social “buoni” e più aperti tipo Soundcloud, Medium o Twitter. E per quel che riguarda multinazionali come Facebook e Google, si auspica una democratizzazione del rapporto sul solco della Danimarca, che ha istituito una figura istituzionale, una sorta di “ambasciatore digitale” per trattare con loro. Prima di plaudire nuovamente alle magnifiche e progressive sorti dei “like” come piccole gocce che vanno ad ingrossare il mare della presa di coscienza politica.

Nell’articolo su The Economist, che ovviamente qui sintetizziamo al massimo,  si comincia con un montaggio dialettico in cui il “buon” utilizzo dei social network utilizzato per la sollevazione di Maidan in Ucraina è contrapposto al “cattivo” utilizzo che ne fanno i movimenti di estrema destra, i russi o Trump. Anche qui sono dimenticate le ragioni squisitamente economiche e materiali che hanno portato al conflitto tra Ucraina – e i suoi alleati europei – e Russia. E anche dalla seconda immagine eisensteiniana è stata totalmente espunta la dimensione economica del rapporto tra estrema destra americana, e non solo, e social network.  Evidente qui.

L’unico parametro economico che ci offre l’Economist è l’interessante aspetto dell’economia dell’attenzione modificata dall’utilizzo dei social in termini sia qualitativi sia quantitativi. Ma qui manca l’aspetto politico, a meno di non volersi avventurare in un discorso biopolitico sull’economia dell’attenzione che ovviamente l’articolo non fa.

In conclusione si nota come tutti media – dall’invenzione della stampa alla televisione – siano stati prima una minaccia all’ordine costituito e poi un attore protagonista di quello stesso ordine, e si offrono i consueti consigli su come migliorare l’utilizzo dei social network.

Forse è proprio per questo basso livello di analisi del contemporaneo e dei suoi strumenti che un evento di portata epocale come l’elezione di Donald Trump è ancora, a un anno di distanza, raccontata come una faccenda di tweet e di troll. E non come un cambio di paradigma di un capitalismo mutante, pronto a retrocedere alla sua forma economica antecedente – il feudalesimo – pur di sopravvivere.

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