Il regista punk che sfida Macron

Il punk colpevole di Lech Kowalski

Devi essere colpevole. Colpevole. Colpevole, fino a prova contraria. Così cantavano nel 1986 i Dead Kennedys, storica punk band di San Francisco, accusando la società del controllo e svelando le ragioni economiche sottostanti la paranoia securitaria. Trent’anni dopo Lech Kowalski, regista di origine polacca che, all’epoca, ha raccontato il movimento punk meglio di chiunque altro, è costretto a dichiararsi “non colpevole” in un’aula di tribunale. È accusato di ribellione.

2 dicembre 2017

You must be guilty (lie detector)

Guilty (lie detector)

Guilty (lie detector)

Guilty ‘til you’re proven innocent

Devi essere colpevole. Colpevole. Colpevole, fino a prova contraria. Così cantavano nel 1986 i Dead Kennedys, storica punk band di San Francisco, accusando la società del controllo e svelando le ragioni economiche sottostanti la paranoia securitaria. Trent’anni dopo Lech Kowalski, regista di origine polacca che, all’epoca, ha raccontato il movimento punk meglio di chiunque altro, è costretto a dichiararsi “non colpevole” in un’aula di tribunale. È accusato di ribellione.

Non è l’America reaganiana degli anni Ottanta. Nemmeno l’Afghanistan talebano di inizio millennio, in cui è andato per mostrare ai bambini gli sketch del cinema muto e filmarli mentre ridevano, sotto le bombe intelligenti. Charlie Chaplin in Kabul (2003). E neanche la Polonia marginale e disperata che ha ritratto lungo l’autostrada voluta e costruita da Adolf Hitler, in previsione dell’invasione. On Hitler’s Higway (2002).

Lech Kowalski ha dovuto rigettare l’accusa di ribellione nella democratica Francia di Emmanuel Macron, giovane e brillante alfiere della repressione sorridente. You will jog for the master race. And always wear the happy face. Parteciperai alla costruzione della razza superiore. Sempre con il tuo sorriso migliore. Ancora i Dead Kennedys, ieri, California Über Alles. Sembra scritta oggi, per Emmanuel Macron. En Marche, Über Alles

Lech Kowalski gira uno dei più potenti documentari sulla straordinaria e straziante parabola della scena punk. D.O.A.: A Right of Passage (1980). A fine anni Settanta frequenta il Cbgb e il Max’s Kansas City, storici locali newyorkesi. Diventa amico di Johnny Thunders (New York Dolls) e Dee Dee Ramone (The Ramones). A loro dedicherà le sue attenzioni più avanti. Per ora decide di filmare il tour americano dei Sex Pistols, con tutte le sue contraddizioni, le sue diversità. Un punk inconsueto, fuori dalla classica scena urbana, in giro nel sud degli States. È il tour dello scioglimento, della dissoluzione. Sulla pellicola scorrono anche le immagini di Iggy Pop, The Clash, Sham 69 e molti altri. C’è la famosa scena in camera da letto di Sid e Nancy.

È puro punk. Non sono ancora le magliette patinate vendute in serie a Carnaby Street. Non è uno stile trend setter per white collar in vena di trasgressione. È il 1980. È puro punk. È spazzatura, schifo, repulsione. “Non sono punk, non lo sono mai stato”. Racconterà anni dopo. “Quello che m’interessa è l’underground, m’interessano gli outsider, i perdenti, gli sconfitti”.

 

Guilty ‘til proven innocent

Guilty It says so on your face

Guilty When you try to find a place to live or a job that pays

Guilty When you file a complaint against the cop that kicked your face last night

Guilty It says so on page three

Guilty Who’d think a guy like me would plant drugs in your car

 

Al punk dedica altri due documentari. Born To Lose: The Last Rock and Roll Movie (1999), struggente ritratto di Johnny Thunders, chitarrista dei New York Dolls morto a 39 anni: eponimo di tutti gli sconfitti. Poi Hey! Is Dee Dee Home? (2002), su Dee Dee Ramone, a chiusura della trilogia. Nel frattempo ha girato quello che è considerato il suo capolavoro.

Story of a Junkie (1987) è una specie di Amore Tossico (Claudio Caligari, 1983), ancora più crudo. Secondo gli stilemi classici del cinéma vérité, la camera segue Gringo – un vero outsider, un cantante-attore-performer consumatore di ogni tipo di droga, il cui nome di battesimo, John Spacely, non è probabilmente nemmeno reale – giorno e notte, mentre cerca di mettere insieme i soldi per campare e per assecondare la sua dipendenza.

La storia, non narrativa e non lineare, si muove arborescente per le strade e gli angoli di New York, dall’East Village ad Alphabet City fino al Lower East Side, tra immigrati portoricani, tossici, spacciatori e puttane. I lumpen che vivevano (non abitavano) quella che oggi è una delle zone più gentrificate della Grande Mela. Story of a Junkie, prodotto dalla mitica Troma Entertainment di Lloyd Kaufman, è pura testimonianza sulla non ribellione dei reietti della terra. Senza alcun giudizio o alcuna morale.

You must be guilty (lie detector)

Guilty (lie detector)

Guilty (lie detector)

Guilty ‘til you’re proven innocent

In un altro film assolutamente crudo e astenuto da ogni valutazione, I Pay for Your Story (2015), Lech Kowalski affitta un appartamento a Utica, sua città natale in piena Rust Belt desviluppata e deoccupata, e affigge fuori un cartello con su scritto: “pago per la vostra storia”.

I nuovi poveri, durante la lavorazione del film, si scopre sono quasi tutti afroamericani, per un compenso pari al doppio del salario minimo orario si siedono davanti alla telecamera. E raccontano la loro vita.

Una disperazione che trasuda impotenza, disinteresse più che incapacità di ribellarsi. Manco a farlo apposta, l’originale desiderio perverso del punk, prima che fosse sussunto o politicizzato.

When it sure got to be a shame when you start to scream and shout. You got to contradict all those times you were butterflyin’ about. Quando è davvero una vergogna cominciare a urlare e gridare. Perché contraddici tutte le volte che sapevi solo farfugliare. Sono i New York Dolls, con Personality Crisis.

Da qui, la decisione altrettanto punk di ribaltare completamente il punto di vista della cinepresa. Dalla disperazione che cerca rifugio nell’essere alternativo, a quella abulica e annientata dalla crisi, fino a quella che lotta per omologarsi, avere una vita e un lavoro dignitosi.

Lech Kowalski, che da vent’anni vive in Francia, a settembre va a Gueret, dove gli operai della GM&S – fabbrica di componenti per automobili Peugeot e Renault – da aprile occupano lo stabilimento. La delocalizzazione ha liquidato la GS&M, e la nuova proprietà ha deciso di tenere solo 120 lavoratori su 277.

Il regista è lì con loro, anche quando gli operai decidono di occupare la Prefettura, anche quando la gendarmerie procede con lo sgombero, anche quando gli viene chiesto di spegnere la telecamera.

La macchina da presa che ha seguito Sid Vicious e Gringo non arretra di un metro. Lech Kowalski è arrestato con l’accusa di ribellione.

La a Francia sorridente, ottimista e testosteronica di Emmanuel Macron non accetta la riproduzione a ventiquattro fotogrammi per secondo della disperazione degli ultimi. Il cinema deve raccontare storie di integrazione e solidarietà, che partecipano alla lunga marcia verso la flessibilità.

Avanti, En Marche, Tout va bien (Crepa padrone, tutto va bene, nella splendida traduzione in italiano del film di Godard del 1973, che racconta proprio dell’occupazione di una fabbrica), nessuno deve rimanere indietro.

Nessuno deve mostrare la sofferenza sociale. Le banlieue di Parigi devono scomparire, come gli spacciatori del Lower East Side di Manhattan. Gli operai in lotta di Gueret dissolversi, come i disoccupati della Rust Belt americana.

Lech Kowalski è processato con l’accusa di ribellione. Per avere filmato e testimoniato gli anni della crisi, che devono essere cancellati perché non sono funzionali allo spirito del tempo. Lech Kowalski in aula si è dichiarato “non colpevole”.

Ma nessuno è innocente di questi tempi, perché nella Francia di Emmanuel Macron l’innocenza non è funzionale al sistema.

 

Because you’re guilty (lie detector)

‘Til you’re proven innocent these days

No one’s innocent these days

Cause when you’re innocent it just don’t pay*

 

*Lie Detector, Dead Kennedys, Bedtime for Democracy, 1986

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