Un bilancio politico dei giochi olimpici invernali

Pax olimpica coreana: cosa resta?

Tra una manciata di giorni le Olimpiadi invernali di Pyeongchang, Corea del Sud, volgeranno al termine. E la comunità internazionale, ammaliata da una diplomazia delle apparenze espressa dalla Corea del Nord al meglio delle proprie possibilità, dovrà presto fare i conti con una realtà dei rapporti Pyongyang vs. Resto del Mondo, probabilmente non all’altezza delle aspettative olimpiche. E dunque: cosa resta della pax olimpica coreana?

27 febbraio 2018

Tra una manciata di giorni le Olimpiadi invernali di Pyeongchang, Corea del Sud, volgeranno al termine. E la comunità internazionale, ammaliata da una diplomazia delle apparenze espressa dalla Corea del Nord al meglio delle proprie possibilità, dovrà presto fare i conti con una realtà dei rapporti Pyongyang vs. Resto del Mondo, probabilmente non all’altezza delle aspettative olimpiche.

Dopo un anno costellato di provocazioni e minacce sull’asse Washington-Pyongyang, complici due capi di stato amanti di dichiarazioni a effetto e sfoggi muscolari, improvvisamente dall’inizio di febbraio è calata sulla situazione incandescente della penisola coreana una tregua quasi irreale, dati i presupposti.

Mesi di minacce missilistiche e dispute a spannometria delle pulsantiere nucleari e alla fine, a cavallo del 38esimo parallelo – che da 65 anni divide sia la Corea del Nord dalla Corea del Sud, sia la sfera d’influenza cinese da quella statunitense nella penisola – esplodono «Le Olimpiadi della Pace», parafrasando il presidente sudcoreano Moon Jae-in, artefice di queste eccezionali prove generali di riavvicinamento coreano.

Moon, tenendo fede alle promesse elettorali di un maggiore coinvolgimento di Seul nel dedalo diplomatico inter-coreano, trovando terreno fertile dalle parti della dinastia Kim, è riuscito a imprimere un’accelerazione notevole nel processo di de-escalation delle tensioni nell’area, facendo delle Olimpiadi coreane un palco ampiamente a disposizione della macchina della propaganda nordcoreana.

Che, opinione unanime tra gli osservatori, ne ha approfittato per mostrare al mondo il lato affabile del regime, inviando a Pyeongchang orchestre e cheerleader, metà della squadra femminile di hockey impegnata assieme all’altra metà sudcoreana a competere sotto le effigi – evocative seppur vacue – della Corea unita, fino al pezzo forte del repertorio sfoggiato nella delegazione ufficiale di Pyongyang: a sorpresa, al fianco del capo di stato formale della Corea del Nord, Kim Yong-nam, ha fatto il suo debutto nell’agone internazionale Kim Yo-jong, sorella trentenne del Brillante Leader Kim Jong-un e primo membro della dinastia Kim a visitare il Sud dai tempi della Guerra di Corea.

Dalle mani della ragazza, il primo ministro Moon ha ricevuto una lettera in cui Kim lo invitava clamorosamente a Pyongyang in visita ufficiale, lasciando intendere al mondo intero se non l’intenzione di riaprire il dialogo, almeno l’impressione di provarci.

Sotto i colpi di una diplomazia rose e fiori concretamente tiepida ma mediaticamente dirompente, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno nuovamente mostrato gli enormi limiti di un’amministrazione statunitense forse mai così inetta nel gioco di luci e ombre della diplomazia asiatica.

Intriso di un savoir faire negoziale degno del migliore John Wayne, il vicepresidente Mike Pence ha interpretato il proprio ruolo istituzionale a suon di ciglia aggrottate.

Prima sbandierando la determinazione statunitense di non mollare un centimetro su sanzioni economiche, esercitazioni militari nell’area e riapertura del dialogo solo previa dimostrazione pratica di buona fede da parte di Pyongyang, poi sistematicamente evitando qualsiasi incontro, anche fortuito, con la delegazione nordcoreana.

A coronare la debacle mediatica – a questo punto ipotizziamo fortemente cercata e ottenuta dallo stesso Trump – recentemente la stampa statunitense ha rivelato che un faccia a faccia Usa-Corea del Nord, programmato a margine delle celebrazioni olimpiche, sarebbe saltato all’ultimo momento per volontà nordcoreana, in segno di disprezzo della postura intransigente di Washington.

Dal 28 febbraio, ultimo giorno delle Olimpiadi, dopo questo turbinio di impressioni diplomatiche, si dovrà tornare al business as usual, ripartendo dalla speranza che Moon possa prolungare l’idillio inter-coreano oltre la tregua olimpica.

Secondo la Cina, astutamente defilatasi in attesa della schiarita post Olimpiadi, molto è ora nelle mani del primo ministro sudcoreano, responsabile di un’iniziativa diplomatica parzialmente slegata dalla regia di Washington e che ora potrebbe portare, nella migliore delle ipotesi, a dei «colloqui sull’ipotesi di fare colloqui»: se Moon accetterà l’invito nordcoreano – non l’ha ancora fatto ufficialmente, ma ha lasciato intendere che lo farà – dovrà di fatto mediare per Washington, cercando di farsi dare da Pyongyang condizioni che non facciano perdere la faccia né a Kim, né a Trump.

La probabilità di un epilogo simile, secondo un interessante intervento di Robert Kelly – professore di scienze politiche presso la Pusan National University – pubblicato da Bbc, è però quasi nulla.

Ricordando il fallimento dei precedenti meeting coreani del 2000 e del 2007, Kelly sottolinea come nemmeno Moon, eletto col 41 per cento delle preferenze lo scorso maggio, disponga di un sostegno popolare abbastanza trasversale da giustificare uno sbilanciamento di Seul verso Pyongyang.

L’orizzonte è quindi quelli di un irrigidimento ulteriore dell’elettorato conservatore del paese. Senza contare l’iper-suscettibilità di Kim Jong-un, deciso a non mettere in discussione in alcun modo il proprio programma nucleare – un deterrente che, a conti fatti, ha significato la sopravvivenza del regime fino a oggi – e pronto a sferrare colpi di coda alla minima minaccia percepita.

Il pretesto perché tutto ritorni allo stato pre-olimpico è già in vista: le annuali esercitazioni militari congiunte tra Corea del Sud e Stati Uniti, sospese poiché coincidenti coi Giochi Invernali dedicati alla diplomazia della penisola, secondo il ministero della difesa sudcoreano si faranno anche quest’anno, in date che saranno annunciate tra il 18 marzo e il mese di aprile.

Ti può interessare anche:
Filter by
Post Page
Focus
Sort by

I Diavoli

I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

Simple Share Buttons