La Germania odia, i servizi segreti possono sparare

Un’ombra uncinata sull’Europa

Un’ombra si estende sull’Europa. Ha la sagoma di una croce uncinata. Mercoledì 25 ottobre, dopo 385 sedute, il Tribunale di Monaco di Baviera ha nuovamente rinviato il processo a Beate Zschäpe, unico membro superstite (forse) della cellula neonazista Nationalsozialistischer Untergrund (NSU).

3 novembre 2017

Un’ombra si estende sull’Europa. Ha la sagoma di una croce uncinata.

Mercoledì 25 ottobre, dopo 385 sedute, il Tribunale di Monaco di Baviera ha nuovamente rinviato il processo a Beate Zschäpe, unico membro superstite (forse) della cellula neonazista Nationalsozialistischer Untergrund (NSU).

Tra il 1998 e il 2011, da Norimberga a Rostock, da Amburgo a Kassel, passando per Dortmund, Heilbronn, Monaco, Cologna, la NSU è stata riconosciuta colpevole di diverse rapine, almeno un paio di attentati dinamitardi, nove omicidi a sangue freddo di migranti, otto turchi e un greco, tutti rivendicati. La decima vittima è un’agente di polizia.

Interessante per ora concentrarsi sul fatto che i nove delitti per cui è conosciuta la NSU erano stati subito ribattezzati dalla stampa “Omicidi del Bosforo”, o “Omicidi del Kebab”. Con dovizia di particolari e motivazioni sociologiche, i media e i politici tedeschi per anni hanno spiegato che erano regolamenti di conti interni alla comunità migrante turca.

Hanno poi dovuto ammettere che gli assassini erano tedeschi. Erano neonazisti.

Non hanno però ancora saputo spiegare come i Nationalsozialistischer Untergrund abbiano potuto agire indisturbati per tredici lunghi anni. Protetti dalla polizia e dai servizi segreti.

In Germania, a un mese dalle elezioni che hanno visto il partito neonazista AfD (Alternative für Deutschland) diventare la terza forza del paese con il 12,6% dei voti, Angela Merkel non ha ancora formato il nuovo governo. In Austria il FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs), terza forza, un seggio meno dei socialdemocratici, al governo ci andrà.

È per questo che l’udienza continua a essere rinviata. Perché oggi clima politico non è dei più favorevoli. Nazisti in parlamento in Germania per la prima volta dalla fine della Seconda guerra, nazisti al governo in Austria.

L’ombra che si stende sull’Europa sta affilando gli uncini.

Nove omicidi migranti dal 2000 al 2006. I nomi sono Enver Şimşek, Abdurrahim Özüdoğru, Süleyman Taşköprü, Habil Kiliç, Mehmet Turgut, İsmail Yaşar, Theodoros Boulgarides, Mehmet Kubaşik, Halit Yozgat.

La decima vittima è l’agente di polizia Michèle Kiesewetter, 22 anni, uccisa il 25 aprile 2007 a Heilbronn. Le sono state rubate l’arma di ordinanza e le manette, che insieme alla pistola Ceska 83 – utilizzata per i nove omicidi precedenti – saranno ritrovate il 4 novembre del 2011 nel rogo dell’abitazione dove vivevano Uwe Mundlos, Uwe Böhnhardt e Beate Zschäpe, i tre membri fondatori del Nationalsozialistischer Untergrund.

È andata così.

Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt dopo una rapina andata male in una banca di Eisenach, in Turingia, si si ammazzano in una roulotte. Poche ore dopo, sempre a Eisenach, Beate Zschäpe dà fuoco all’abitazione dove i tre hanno vissuto in clandestinità negli ultimi quattro anni. La polizia nel rogo trova pistole, manette e materiale di propaganda del Nationalsozialistischer Untergrund, tra cui un assurdo video con la Pantera Rosa che rivendica i nove omicidi.

Viene arrestato Beate Zschäpe. Il 13 novembre 2011 finisce in manette Holger Gerlach. Il 24 novembre André Eminger, l’autore del grottesco video della Pantera Rosa.

Nel febbraio del 2012 Angela Merkel, durante una cerimonia pubblica, chiede scusa al paese, e in particolare alla comunità turca, massacrata “per anni con falsi sospetti”.

Quindici mesi dopo, nel maggio del 2013, a Monaco comincia il processo contro Beate Zschäpe, considerata l’unica superstite dei Nationalsozialistischer Untergrund dopo il suicidio di Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt. Tra gli imputati altre quattro persone, considerate simpatizzanti della NSU. Il processo doveva terminare nel 2015.

Oggi, dopo 385 sedute, il processo è ancora in corso. È stato nuovamente rinviato. Il clima non è dei più favorevoli.

La decima vittima è un mistero. Perché dopo nove omicidi di migranti, improvvisamente, assaltare due poliziotti lasciandone a terra una e ferendo gravemente il collega? Perché rubare le due pistole Heckler & Koch P2000 che non saranno mai usate e, soprattutto, le manette degli agenti? Cosa si voleva dire? Chi si voleva avvertire?

La decima vittima è un mistero. È anche l’ultimo omicidio dei Nationalsozialistischer Untergrund ammesso da Beate Zschäpe. Poi dal 2007 al 2011, nulla. Silenzio. No hay banda.

Il problema, però, è la nona vittima. Halit Yozgat, un ragazzo turco che gestiva un internet caffè a Kassel, ucciso il 6 aprile 2006.

Pochi minuti prima che Halit sia freddato alla cassa del suo negozio, con tre colpi di pistola sparati a bruciapelo, nel locale entra Andres Temme, agente dei servizi segreti federali tedeschi, deputato al controllo della proliferazione di gruppi neonazisti in Germania.

Un minuto dopo che Halit è stato ucciso, Andres Temme esce dal locale. Nessuno avrebbe mai saputo nulla di lui.

Andres Temme commette un errore, però. Mentre è nel caffè, l’agente federale si collega a un sito per cuori solitari. Usando le sue credenziali.

La polizia federale lo rintraccia, e lo interroga. Lui nega di avere sentito gli spari, di avere visto il corpo del ragazzo, di essersi accorto di alcunché. La polizia lo lascia andare.

Le conseguenze dell’amore per cuori solitari che certificano la presenza di Andres Temme durante l’omicidio, aprono interrogativi ben più inquietanti, cui si premura di rispondere il gruppo Forensic Architecture.

Sono i primi sintomi dell’ombra.

Fondato nel 2011 al Goldsmith College di Londra dal professore di architettura Eyal Weizman, il progetto Forensic Architecture

attraverso l’utilizzo di software per indagare lo spazio e il tempo di un dato evento, ha contribuito a portare a galla verità scomode in diverse inchieste sui crimini contro l’umanità, dal conflitto jugoslavo alla Siria, oltre a lavorare su casi attuali, come le torture nelle prigioni del Camerun o i massacri ad Ayotzinapa, in Messico.

Nel caso dell’omicidio di Halit Yozgat, ottenuti i leak del primo e unico interrogatorio della polizia tedesca ad Andres Temme, tra cui un video nel quale lo stesso agente federale mette in scena i suoi movimenti nei pochi minuti trascorsi nell’internet caffè, Forensic Architecture ha ricostruito l’intera struttura del locale.

E ha messo sul tavolo due ipotesi. Una più inquietante dell’altra.

Basandosi sui movimenti nello spazio e nel tempo – grazie all’incrocio delle testimonianze e ai log in e out dei computer –, sul rumore dello sparo e sull’odore della polvere da sparo, l’installazione dimostra che Andres Temme è presente nelle vicinanze della cassa quando il presunto assassino spara. Oppure, ha sparato lui.

Il video, intitolato 77SQM_9:26MIN (lo spazio e il tempo dell’omicidio) è visibile qui.

Dopo Berlino, la videoinstallazione è stata l’opera più vista nella rassegna tedesca d’arte contemporanea “Documenta” – la più importante d’Europa insieme alla Biennale di Venezia – che si è tenuta a Kassel: città dove è avvenuto l’omicidio di Halit Yozgat.

Su Andres Temme c’è solo un’indagine ordinata dal ministero degli Interni tedesco che ha prodotto un faldone di 3,500 pagine, subito secretate per 120 anni.

Ammesso alla Neue Galerie di Kassel come opera d’arte, il video non è infatti stato ammesso come prova in tribunale al processo di Monaco.

La caduta degli dei. Servizi segreti di un paese europeo che contribuiscono attivamente all’omicidio di una persona, o addirittura a una serie di dieci omicidi. E in seguito ne coprono le indagini, operano depistaggi.

Si pensava possibile solo in Italia, nel periodo della Strategia della Tensione. O in Germania, ma solo in un film di Rainer Werner Fassbinder. Evidentemente no, è possibile anche nella Germania locomotiva d’Europa negli anni Dieci.

E forse, non solo in Germania.

Ritorniamo al processo. All’unica imputata di rilievo. L’unica (presunta) superstite dei Nationalsozialistischer Untergrund. Ritorniamo a Beate Zschäpe, arrestata il 4 novembre 2011.

Quattro mesi prima, il 22 luglio 2011, tra Oslo e Utoya, in Norvegia, il neonazista Anders Behring Breivik uccide 77 persone. Una volta in carcere, un anno dopo, Breivik spedisce due lettere. Solo due.

Di una non si riesce a risalire al destinatario. L’altra è indirizzata a Beate Zschäpe. Lei, fino a allora chiusa in un mutismo assoluto, risponde.

Di questa corrispondenza tra i due militanti neonazisti, ne scrive Giuseppe Genna nel suo libro La Vita Umana Sul Pianeta Terra (Mondadori, 2014). Questo collegamento apre a nuovi scenari, indicibili. Genna decide di non percorrerli, conclude così il capitolo: «Descrivere è ora tutto. Non ha più senso raccontare, non continuo; oppure continuo a raccontare, però non lo mostro. Mostrare è mostruoso. Tell, don’t show».

Cosa ci fa un agente dei servizi segreti tedeschi sul luogo di un brutale omicidio neonazista? Il nono di una serie di dieci. Ha sparato lui. Perché spara? Non si può mostrare, non si può mostrare più nulla. È andata via la luce in Europa, continente su cui minacciosa e sempre più ampia si estende un’ombra a forma di croce uncinata.

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