Surveillance capitalism

Oltre Cambridge Analytica. Pillola blu (pt. 1)

Cambridge Analytica è solo la punta dell’iceberg di un sistema ben più complesso. È un problema politico. Non è solo Google. O Cambridge Analytica, o Facebook. È Amazon. È Uber. È Angry Birds. È il surveillance capitalism, fondato sull’estrazione dei dati personali.

3 aprile 2018

“Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves”.

Aaron Swartz

Kuala Lumpur, San Paolo, Reykjavík, Pechino, Washington, Abuja, Riad.
Le antiche ley line psicogeografiche, i sentieri viventi della terra che collegavano Stonehenge, le piramidi egizie, le ziqqurat precolombiane dell’America Latina, l’Isola di Pasqua e la Grande Muraglia cinese, sono sostituite da immensi cavi di fibra ottica.

Una quantità incalcolabile di dati viaggia sulla rete che attraversa il globo terrestre alla velocità di centinaia di megabyte per secondo.
Il pianeta si surriscalda. Tonnellate di acqua sono utilizzate in ogni istante per raffreddare gli immensi server che immagazzinano dati a ciclo continuo.

Tutto si crea. Nulla si distrugge.

Ogni dato personale è conservato e catalogato in maniera certosina.
La storia di ogni singolo individuo nel tardo capitalismo è racchiusa in una manciata di gigabyte, gelosamente custoditi da compagnie private con ramificazioni negli apparati governativi, negli eserciti e nei contractor privati.

Ben oltre Cambridge Analytica.

Tornato prepotentemente sulle prime pagine dopo l’intervista rilasciata dal presunto whistleblower Christopher Wylie su The Guardian del 18 marzo, il suo nome è il velo di Maya che cela il paesaggio del reale a tinte ancor più fosche.

È la pillola blu di Matrix.

Cambridge Analytica è una delle molte società che hanno utilizzato i dati personali degli utenti Facebook per creare pubblicità politiche mirate: una complessa architettura psicoeconomica di cui i Diavoli si erano occupati a tempo debito.

Cambridge Analytica è stata finanziata dal miliardario di estrema destra Robert Mercer e messa in piedi dal suprematista bianco Steve Bannon. È pericolosa, per quello che fa e per quello che rappresenta. Ma non è stata il deus ex machina di una serie di eventi che hanno destabilizzato il pianeta: dalla Brexit all’elezione di Donald Trump a 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Spiace per gli opinionisti liberal che cercano una spiegazione esterna per il loro fallimento, che devono giustificare davanti al tribunale supremo dell’etica perché il popolo ha sbagliato a votare.

La psicometria elettorale è vecchia di decenni, lo stesso Obama utilizzava i big data e nessuno si indignò. Lo stesso John F. Kennedy utilizzava i big data e nessuno se ne occupò. Le pubblicità politiche mirate, anche quando funzionano, sono un peso leggero in una comunicazione politica americana in cui è ancora predominante il ruolo della televisione. E gli stessi lobbysti di Cambridge Analytica nell’ambiente erano considerati alla stregua di snake oil salesmen.  Appellativo che da noi si potrebbe dare a Vanna Marchi.

Concentrarsi solamente su questa piccola società londinese, senza arrivare a considerare dati personali e interazioni sociali come il nuovo capitale fisso della contemporaneità, con tutte le contraddizioni che ne seguono, è erigere un velo di Maya sulla realtà.

Prendiamo un’altra società, nota a tutti.

Vale la pena ripercorrere la serie di inquietanti tweet dello sviluppatore web e consulente tecnologico Dylan Curran, che ha chiesto a Google che cosa sapesse di lui.

Come risposta, ecco arrivare 5.5 Gigabyte di dati, 3 milioni di documenti in formato Word. La sua vita degli ultimi anni, la sua vita da quando si connesso.

C’è dentro tutto. Tutto quello cui Google ha avuto accesso, ovvero qualsiasi altra applicazione è stata usata con il suo telefonino o con il suo computer. Google sa i posti in cui è stato, giorno e ora precisi. Cosa ha mangiato, bevuto. I chilometri percorsi a piedi, in auto o con qualsiasi altro mezzo di locomozione. A chi ha telefonato, mandato messaggi o email. La musica che ha ascoltato, i video che ha guardato, i siti che ha visitato. Le password, le frasi segrete, i codici cifrati. Tutto quello che è ancora in memoria da qualche parte. Tutto quello che è stato cancellato, anche in maniera definitiva.

Nessuno ha avuto bisogno di installare un microfono o una telecamera nell’appartamento di Dylan Curran, nel taxi che ha usato un giorno o nel ristorante in cui ha mangiato un altro giorno. Ha fatto tutto lui, semplicemente scattando una foto o condividendo un video.

La vita di Dylan Curran, la nostra vita, è in mano a Google e alle mille applicazioni ad esso collegato o meno. A qualsiasi governo, agenzia pubblica o privata che abbia comprato da Google o da altre compagnie questi dati.

Come spiega Evgenij Morozov in questa intervista al canale Abc, Cambridge Analytica è solo la punta dell’iceberg di un sistema ben più complesso. Le cui radici sono nella tecnologia militare della Guerra Fredda. E le ramificazioni si declinano oggi nell’immenso settore economico del warfare.

È un problema politico.

Non è solo Google. O Cambridge Analytica, o Facebook. È Amazon. È Uber. È Angry Birds. È Lockheed Martin, il più importante contractor del Pentagono e dei servizi aerospaziali. È un sistema che si rifà alle fondamenta della moderna società americana.

È il surveillance capitalism, fondato sull’estrazione dei dati personali.

Fine anni Cinquanta. Tra le prime società che s’interessano alla raccolta e alla catalogazione dei dati c’è la Simulmatics Corporation, società nata dal modello psicometrico simulmatics per orientare i flussi elettorali nonché contractor dell’esercito americano che si occupa di spionaggio e controguerriglia in funzione anticomunista.  Tra i fondatori c’è Ithiel de Sola Pool, professore al MIT, pioniere della tecnologia applicata alle scienze sociali, creatore del modello teorico simulmatics e una delle menti dietro la creazione di Arpanet (Advanced Research Projects Agency Network), il progetto dell’esercito americano da cui nasce internet.

Ithiel de Sola Pool studia la propaganda sovietica e tedesca, mette in piedi un enorme laboratorio psicometrico di raccolta e analisi dei dati e dimostra come si possa manipolare un gruppo di persone in funzione elettorale. Poi in funzione militare e strategica.

Negli anni Sessanta e Settanta diventa sempre più importante. Ci sono da reprimere i movimenti per i diritti civili nelle strade americane, ci sono da fottere i musi gialli nei cunicoli del Viet Nam. C’è da aiutare l’elezione di JFK. C’è da offrire sostegno alle centrali europee anticomuniste: Aginter Press, Gladio.

La Simulmatics Corporation cataloga i nemici dello stato. È il panopticon definitivo.

Immettendo sul motore di ricerca di Google il nome Simulmatics Corporation appaiono milletrecentonovanta risultati, molti dei quali inutili. Cercando Orietta Berti ne appaiono trecentosessantaquattromila, Beyonce centoventiseimilioni. Qualcosa non quadra.

Le prime reti tecnologiche sono nere, mettono bombe nelle piazze e nelle stazioni, radono al suolo interi villaggi, dagli aerei militari rovesciano un’intera generazione in alto mare. Oggi non è diverso.

Oggi tra le più importanti società che s’interessano alla raccolta e alla catalogazione dei dati personali c’è Palantir. Le similitudini con Cambridge Analytica sono molte. Se la prima è sovvenzionata dal miliardario di estrema destra Robert Mercer, la seconda è di Peter Thiel, stessa fede politica, cofondatore di PayPal e tra i primi finanziatori di Facebook.

Palantir però va oltre. Nel suo board siede Erik Prince, ex responsabile della società di mercenari e guerriglieri privati Blackwater. Palantir lavora per i servizi segreti e per il Pentagono. Palantir prosegue con altri mezzi, molto più sofisticati, il lavoro della Simulmatics Corporation.

Palantir nel 2012 firma un accordo con la polizia di New Orleans per un sistema volto a prevenire i reati. Lo stesso potrebbe aver fatto con i dipartimenti di New York e Los Angeles. È la psicopolizia.

È Minority Report. Dalla raccolta e dall’incrocio dei dati personali si stilano profili criminali possibili, in attesa di una legge che consenta l’arresto prima ancora che il reato sia commesso. È ovvio che i profili sono indicizzati in base al genere, al colore della pelle, al ceto sociale, al credo religioso, all’orientamento sessuale. È lotta di classe dall’alto.

Palantir ha venduto il suo sistema di polizia predittiva basato sul data mining  a diverse polizie e servizi segreti occidentali.  Ma lo stesso hanno fatto Google, Facebook, Twitter, Instagram, che hanno venduto i dati personali degli attivisti e delle persone di colore vicine al movimento Black Lives Matters alle polizie di diverse città americane. E non solo.

Sorvegliare è già punire. Il panopticon immaginato come potere supremo e invisibile da Michel Foucault ce lo siamo costruiti noi. Con le nostre mani.

Ma nemmeno nell’utilizzo militare si esaurisce la funzione di estrazione dei dati. I dati sensibili sono il nuovo capitale fisso. L’estrattivismo digitale l’infrastruttura dell’intero sistema del tardo capitalismo.

Una quantità incalcolabile di dati viaggia sulla rete che attraversa il globo terrestre alla velocità di centinaia di megabyte per secondo. La corsa al possesso del nuovo oro digitale vede schierati uno contro l’altro le più i colossi hi tech e i grandi fondi sovrani.

Una nuova guerra ha inizio. Un nuovo mondo si spalanca.

È la pillola rossa di Matrix.

Continua…

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