La distopia

Nella laguna 451

Guardo l’acqua, di un verde acceso. Immagino il suo mondo sommerso. Per un attimo ne sono attratto, vorrei tuffarmi in quella melma densa, striata di venature fluorescenti. È la prima volta che mi succede. Fitte di nostalgia mi assalgono, frammenti del passato della vecchia città, prima che venisse inondata. Prima che cambiasse il suo nome, che oggi è proibito pronunciare, in Laguna 451.

7 dicembre 2018

Guardo l’acqua verde della laguna. Immagino il suo mondo sommerso. Per un attimo ne sono attratto, vorrei tuffarmi in quella melma densa, striata di venature fluorescenti. È la prima volta che mi succede.

La voce stridula di un vecchio che gracchia al microfono mi riporta alla realtà.

È uno degli operai che ho iscritto alla lista delle dichiarazioni spontanee dell’assemblea. Sotto un sole infuocato che comincia a rendere incandescente tutto quello che lambisce, il vecchio sta elencando tutti i bonus alimentari e sanitari che è riuscito a ottenere in sessant’anni di lavoro alla miniera. Recita alla perfezione lo spartito che ho scritto per lui.

Io sono il delegato del Sindacato Estrattori nella Laguna 451, e il mio compito è fare in modo che questa cazzo di miniera rimanga aperta.

Ho convocato l’assemblea dopo che lo scoppio di un reattore ha arso viva un’intera classe di bambini che faceva educazione fisica nella palestra della scuola qui vicino. La gente è tornata a lamentarsi della sicurezza sul lavoro, delle esalazioni nocive, della stessa esistenza della miniera.

Alcuni hanno ritirato fuori la vecchia storia che l’acqua della laguna è diventata inquinata proprio per la presenza delle vecchie fabbriche che precedevano la miniera.

C’era un’acciaieria nella città sommersa mi pare, prima che la Future Project installasse la miniera di estrazione e depurazione dell’acqua: il bene più prezioso al mondo.

In paese addirittura è tornata a girare la leggenda dei bambini deformi.

Ma che cazzo vogliono, che se i loro figli non sono deformi e vanno a scuola è proprio grazie all’interessamento e alla filantropia della Future Project. Per una classe di bambini bruciati vivi, ci sono altre venti classi di bambini che hanno da studiare, da mangiare e anche da curarsi.

Mi allontano un attimo dall’assemblea. Telefono al mio contatto. Don Berto, detto “l’Associato”, è uno ‘ndranghetista della zona che gestisce la sicurezza della miniera per conto della Future Project: la big tech sovvenzionata dal fondo sovrano dell’Arabia Saudita che si occupa di depurare le acque del Mediterraneo, quello che una volta pareva essere un mare balneabile.

Dicono che la trasformazione in laguna sia stata repentina, a causa del riscaldamento globale.

Intere antichissime città sono state sommerse, nuovi tipi di animali e di vegetazioni preistoriche sono emersi dal nulla, l’acqua è diventata un pericolo. Per quasi un secolo è andato avanti il dibattito: se fosse giusto fermarsi davanti alla trasformazione del pianeta o se il progresso avrebbe portato oltre ai problemi anche le soluzioni.

Quando si è preferita la seconda ipotesi, era comunque troppo tardi per tornare indietro. E tutto sommato, sono d’accordo. Non solo perché la ‘ndrangheta mi paga in nero uno stipendio doppio di quello ufficiale che prendo dalla Future Project come delegato sindacale, ma anche perché per millenni l’uomo ha sempre lavorato: fermarsi avrebbe voluto dire arrendersi.

Ora l’estrazione e la depurazione dell’acqua è un’attività che dà lavoro a decine di migliaia di famiglie. Ha delle controindicazioni, è vero, ma non è che con l’acciaieria qui stessero meglio: morivano anche prima di stenti e di malattie. L’unica novità parrebbe essere quella dei bambini deformi, ma è una leggenda metropolitana che io stesso contribuisco ad alimentare a diffondere, per tenere a bada i lavoratori.

La paura è l’arma decisiva del potere, chi amministra il terrore esercita il dominio sulla vita.

Don Berto mi chiede dell’Assemblea. «Tutto bene» gli rispondo, «tutto secondo i piani». All’inizio è intervenuto un caporeparto alla catena di estrazione del quinto livello sotterraneo, figlio di un altro storico operaio della miniera. Per perorare la causa del lavoro ha letto vecchi estratti di testi sacri del socialismo del diciannovesimo e ventesimo secolo che io ho tagliato e cucito su misura, estrapolando solo quanto conveniva, ribaltando il senso di alcune frasi, interpretando a mio favore slogan e ragionamenti.

Alla fine l’operaio, gli dico, ha convinto buona parte dell’uditorio che il lavoro è sempre stato un diritto dei poveri, auspicato anche dai comunisti in ottica di liberazione di classe.

«Eppure, “il lavoro rende liberi” ricordo di averlo letto da un’altra parte» mi ha risposto sghignazzando Don Berto. «Però ha funzionato» ho ribattuto.

Poi c’è stata questa ragazza. Ha provato a fare un intervento contro il lavoro, a dire che da sempre è uno strumento di controllo dei padroni, ma ha commesso l’errore di servirsi di slogan e parole d’ordine del vecchio femminismo. I miei ragazzi l’hanno sommersa di fischi e improperi. Alla fine, tranne una sparuta minoranza, tutta l’assemblea le vomitava contro insulti, e il più tenero tra loro l’avrà chiamata “lesbica”.

Don Berto se la ride di gusto, mi saluta con un convincente ragionamento sulla sessualità della ragazza e mi dà appuntamento per la sera, quando il sole avrà smesso di bruciare l’aria e si tornerà a respirare.

Sono passate almeno due ore dall’alba oramai, è tempo di mettersi al riparo. Anche le verdi acque fluorescenti cominciano a scaldarsi e teorie di animali sconosciuti, per lo più rettili e anfibi, affioreranno in superficie alla ricerca di cibo.

Non gradiscono molto la carne umana, ma in mancanza d’altro non si fanno certo problemi.

Torno sulla grande piazza galleggiante da cui si aprono i tunnel per immergersi nella miniera. L’assemblea è appena finita. Ovviamente è passata la mia mozione, il 64% degli aventi diritto ha votato per mantenere aperta la miniera. Dove non bastava il ragionamento, ho messo in atto corruzione e coercizione. Dov’era necessario, mi sono servito di violenza fisica e psicologica.

Con la coda dell’occhio vedo la ragazza che parlava contro il lavoro circondata da una decina di operai. Voleva portar loro via lo stipendio, il cibo e l’istruzione per i figli, non passerà un bel quarto d’ora. Mi allontano dalla folla, la gente mi ha sempre dato fastidio. Il taxi navale mi aspetta per portarmi all’incontro con l’amministratore delegato della sezione italiana della Future Project che vive in uno dei grattacieli della zona depurata.

Quando mi avvicino all’acqua per un attimo mi gira la testa, ho le vertigini. Vorrei immergermi un quel denso liquido verde primordiale.

Un marinaio mi sorregge, mi fa salire e mi siede a prua. Partiamo. Il taxi disegna un’ampia curva tra alghe marine e maestose felci di provenienza neolitica. Il tetto di amianto respinge i raggi del sole ma non impedisce al calore di avvolgerci, ci saranno almeno cinquanta gradi. Abbiamo ancora pochi minuti di autonomia, poi dobbiamo per forza ritirarci in posti chiusi fino all’approssimarsi del tramonto.

Guardando in basso, attraverso il fondo in vetro rinforzato del taxi, riesco a scorgere nel profondo delle acque un immenso castello dalle mura massicce. Poi un palazzo che ospitava uno dei più importanti musei sulla Magna Grecia. Ci lavorava il mio bisnonno, come custode. Fitte di nostalgia, frammenti del passato della vecchia città prima che le acque la sommergessero.

Prima che cambiasse il suo nome, che oggi è proibito pronunciare, in Laguna 451.

Se l’assemblea è andata bene, e la chiusura anche solo temporanea della miniera di estrazione dell’acqua è stata scongiurata, con l’amministratore delegato della Future Project dovremmo parlare della produzione. Nei mesi scorsi nelle lagune del Centro Europa hanno trovato nuovi giacimenti acquiferi, il costo del lavoro è crollato e presto i tedeschi potrebbero sopravanzare la produzione delle miniere del Mediterraneo.

A loro favore gioca anche la vicinanza con le Zone Libere: i paesi baltici in cui le lagune putrescenti non sono ancora arrivate.

Ogni sera, prima del telegiornale, c’è sempre una trasmissione di Canale Uno sulla vita in questi paesi: gente in costume che prende il sole in spiaggia, mangia il gelato, vive di giorno e dorme la notte. Temperature intorno ai trenta gradi, acque potabili e balneabili. Il paradiso in terra. Nelle Zone Libere si vive come qui ai tempi del mio bisnonno, quando la città non si chiamava ancora Laguna 451.

Ma le Zone Libere sono protette da altissimi muri. L’unico modo per superare le barriere è vincere la lotteria che ogni anno regala duemila ingressi. Ogni biglietto costa ottomila ore di lavoro. Altro motivo per cui è stato facile convincere l’assemblea a votare contro la chiusura della miniera.

Il lavoro forse non rende liberi, ma un giorno ti può portare a vivere nelle Zone Libere.

La settimana scorsa in televisione hanno trasmesso proprio la storia di una famiglia di Laguna 451 che ha vinto alla lotteria e da un anno vive sul Mar Baltico: i Diotallevi. Sembravano felici, anche la loro pelle sembrava diversa rispetto a quando vivevano qui: scomparse tutte le pustole e le escrescenze tumorali, era tornata a essere bianca e splendente.

Quando i Diotallevi sparirono, in molti si preoccuparono, si pensava fossero stati assaliti dai bambini deformi.

Poi uno zio ricevette un cablogramma della Future Project che avvisava che avevano vinto alla lotteria e si erano trasferiti nelle Zone Libere. E l’altro giorno è arrivato il video di conferma.

Una volta forse avrei messo in dubbio tutta questa storia, oggi no. Oggi non riesco a non pensare all’attrazione che la laguna esercita su di me. Siamo quasi arrivati al grattacielo dove si trova la sede della Future Project, ma io sono nascosto nel ripostiglio della nave taxi, mi sto impadronendo dell’attrezzatura per le immersioni.

Apro il portellone di emergenza e mi immergo nell’acqua della laguna.

Il liquido denso mi avvolge le membra e mi culla in uno stato di sospensione. Non scendo né risalgo, rimango a mezz’acqua. Non mi sono mai sentito così tranquillo e sereno, mi sembra di essere tornato nella pancia di mia madre. Nel giro di pochi minuti dimentico tutto quello che mi circonda: la fabbrica, la miniera, il lavoro, il sindacato e i padroni. Mi lascio cullare dal liquido amniotico, sempre più caldo e denso.

Vedo davanti a me il museo della Magna Grecia, vedo mio bisnonno chino sul tavolino della guardiola che tossisce sangue, i polmoni devastati dalle esalazioni dell’acciaieria. Vedo suo figlio, mio nonno, che s’infortuna sul lavoro e perde una gamba. Vedo le proteste dei suoi compagni di reparto, i fuochi nelle strade, i cortei per la città. Poi vedo mio nonno a casa, da solo, davanti alla televisione e mia nonna che piange. I suoi compagni di nuovo chini al lavoro nell’acciaieria, senza di lui.

Vedo mio padre, bambino, trasformarsi in un bambino deforme quando oramai la laguna ha preso il posto della città.

E intravedo anche i bambini deformi, sul fondale della laguna. Allora esistono davvero. Mi spingo verso di loro, nuoto nella placenta della terra verso questi angeli maledetti. Nuoto fino a raggiungerli, sono in mezzo a loro. Mi circondano, mi abbracciano.

Nel calore della vita che prende forma in questo liquido verde fluorescente e primordiale, i bambini deformi mi dilaniano in mille pezzi e cominciano a mangiarmi.

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I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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