Il racconto distopico

Kill Corbyn, kill the absolute boy

Quando esce dalla suite del Burj Al Arab Jumeirah sono sconvolto, mi tremano le gambe. Ci metto qualche minuto a riprendermi. Trafitto dalla sua mefitica retorica da inquisitore medievale, mi sono sentito a contatto con il Male. Sotto il rumore dell’elicottero che lo porta via, dallo sprofondo degli inferi da cui è uscito, sento il vociare dei suoi collaboratori che hanno invaso la suite e stanno discutendo di conti correnti, paradisi fiscali, trasferimento di denari e azioni. Sono stato assunto. Ai dettagli dei pagamenti ci penserà la nota banca d’investimento cui mi appoggio di solito, ai dettagli dell’operazione ci penserò io, da solo, come sempre.

27 luglio 2017

Suite Executive, Burj Al Arab Jumeirah, Dubai
Emirati Arabi Uniti, 24 luglio 2019
La vista è mozzafiato.
Davanti, si domina il Golfo Persico da posizione privilegiata: con uno sguardo sul mare si tengono in pugno Arabia Saudita, Qatar, Iraq e Iran.
Dietro, le sinuosità dell’architettura sperimentale sono puntellate dalle guglie dei grattacieli: mostri d’acciaio fuoriescono dalla sabbia e puntano minacciosi la dimora dell’Onnipotente.
Il rumore delle pale dell’elicottero mi risveglia dall’incanto, un vortice d’aria impregnato dell’odore acre del deserto mi sfiora prima di andare a gettarsi a capofitto oltre l’orizzonte dell’edificio.
Preceduto da quattro uomini in cravatta nera, lo vedo scendere con decisione le scalette dell’eliporto del Burj Al Arab Jumeirah, l’hotel più lussuoso di Dubai, e avvicinarsi a me.
Tutto improvvisamente si arresta. Un brivido maligno cristallizza nel ghiaccio l’intera penisola degli Emirati Arabi Uniti.

Sento freddo. È arrivato il demonio in persona.

Tony Blair mi stringe la mano. Sorride. Mi cede il passo, indicandomi con sicumera come percorrere all’inverso la strada da cui sono arrivato.
Lui sa, e lo sa meglio di te, ci tiene a metterlo in chiaro subito.

Dalle vetrate della suite guardo di nuovo il mare, la città, il deserto, ma è come se i colori si fossero desaturati. È come se una coltre di nebbia grigia fosse emersa dagli inferi, per posarsi ovunque.
Mi giro verso di lui. È molto diverso da come lo avevo lasciato vent’anni fa. Ha abbandonato quella pronunciata inflessione geordie che ne marcava l’estrazione popolare, alla Neil Kinnock, per accomodarsi su una received pronunciation più funzionale al suo attuale impiego: consulente politico-economico delle monarchie assolute del petrolio.
La retorica però è rimasta la stessa: dura, arrogante, quasi sfacciata. La mano sinistra a fendere l’aria come un coltello ogni volta che deve portare un punto a casa.

«Vede, la crisi, quella del 2008, era endogena» mi dice seduto, quasi in surplace, a sfiorare le stoffe blu ricamate d’oro del divano.

«Era una crisi interna, la cui cura era a disposizione di chi l’aveva creata. Il gioco lo reggevano sempre le stesse persone, si doveva solo aggiustare un motore grippato, andato fuori giri. Ora no, ora è diverso. La crisi è diversa. È un bear market esogeno, a essere in discussione è la macchina stessa, non solo il motore. Qui stanno saltando i meccanismi di difesa dei mercati, insieme al controllo. I mezzi produttivi sono stati abbandonati dalle loro appendici politiche. O meglio, le appendici politiche dei mezzi produttivi sono diventate inerti. Impotenti».

Osservo quest’uomo e il suo sorriso che ormai non regge più di pochi secondi prima di trasformarsi in un ghigno sardonico.

La situazione è sotto gli occhi di tutti. L’Europa del 2019 sembra il Venezuela, da dodici mesi i mercati stanno crollando e il crollo si porta via tutto: disoccupazione alle stelle, deflazione degli asset finanziari, collasso del mercato immobiliare.
Capisco le sue ragioni, quelle dei suoi datori di lavoro, che dall’inizio degli anni Dieci in vista del precipitare del prezzo del barile hanno spostato il core business nel Vecchio Continente.

«Il 2017 sembrava l’anno della svolta e invece è diventato l’annus horribilis», continua scrutandomi, come si guarda con disgusto un insetto sul muro. «Abbiamo fermato l’avanzata dei populismi e della destra in Austria, Olanda, Francia, Germania. Ma nel bel mezzo è sorto il problema nel Regno Unito.» Il problema… come i troubles nell’Irlanda del Nord. L’eufemismo sta ai britannici come l’iperbole agli italiani.

Il problema è che alle UK general election del 4 ottobre 2017, quattro mesi dopo che le elezioni di giugno avevano portato allo stallo e al governo May con l’estrema destra unionista, tra la sorpresa generale va a vincere il Labour Party guidato da Jeremy Corbyn.

È lui il problema.

Fino a solo un mese prima i sondaggi lo davano per spacciato, anche di 10-20 punti percentuali, poi il vecchio socialista del Wiltshire realizza una delle più sorprendenti rimonte della storia politica: 46% dei voti, oltre 350 seggi conquistati, maggioranza assoluta in parlamento. Per sei mesi i mercati sono nervosi, volatili, ma nel complesso reggono. Memori della tragedia greca, i cui strascichi sono ben presenti nelle menti degli operatori finanziari, tutti sono convinti che alla fine Corbyn si normalizzerà. Come Alexis Tsipras, alla fine guiderà un classico governo socialdemocratico: qualche tassa in più, qualche strale contro i bankers e la City, un riavvicinamento all’Europa.
E invece no, niente di tutto questo.

Come ha promesso in campagna elettorale, l’absolute boy comincia un piano di ristrutturazione della cosa pubblica e del bene comune che non si vedeva dal primo piano quinquennale sovietico: ri-nazionalizzazione delle reti ferroviarie, delle poste e del settore energetico; abbattimento delle tution fees, le rette d’iscrizione all’università, e avvio della più grande riforma sanitaria d’Occidente, finanziata con fiumi di denaro pubblico.

È il 2018. Ed è allora che il mercato va in tilt.
La sterlina finisce presto sotto la parità contro dollaro ed euro, con una volatilità che non si vedeva dagli anni Settanta. I rendimenti dei gilts, i titoli di Stato inglesi, schizzano al 10%. A fine anno, la London Stock Exchange crolla del 45%.
Europa e Occidente seguono a ruota nel profondo rosso.

Ma lui non è qui per Europa e per Occidente. Lui è qui per sé.
Lui è qui per il Tony Blair Institute for Global Change e per la Faith Foundation, le sue rendite, sovvenzionate dalle stock options globali wahabite che in Europa e in Occidente hanno investito troppo. Ma non solo per questo. Lui è qui per un’idea.

Quando mi descrive Canary Wharf come la periferia di Cosmopolis di De Lillo e il London Bridge come popolato dagli zombies di George A. Romero, osservo con ostentata distrazione le tende damascate che si aprono sull’unico altare sincretico del contemporaneo: uno schermo al plasma da 56 pollici incastonato in una massiccia cornice d’oro.

La ricchezza che trasuda la executive suite del Burj Al Arab Jumeirah non scomparirà mai. È sempre stata. Precedente alla creazione, sopravviverà all’estinzione.
Non m’interessa il crollo del mercato azionario né di quello immobiliare, men che meno le manifestazioni di giubilo e adorazione per Corbyn che in un solo anno si sono trasformate in riots e violenze frattali.
Dopo il buon inizio di Corbyn l’opposizione delle piazze d’affari si è organizzata. I tomahawk della finanza si sono concentrati sulla City e sono cominciati i problemi. Crollo delle importazioni, licenziamenti, prezzi dei beni di prima necessità alle stelle. Il governo inglese non è stato in grado di controllare l’inflazione e l’intero ciclo produttivo è saltato, benché fosse stato messo sotto il suo controllo.
Russi e arabi sono scappati, facendo sprofondare Londra e l’intero Regno Unito ai livelli della crisi energetica del ’79.
La recessione ha esondato l’isola e ha invaso l’Europa. Ma non è questo il problema.

In economia ogni crisi è un’opportunità. E come gli operatori di hedge fund senza giurisdizione, fantasmi per l’amministrazione pubblica, hanno alzato enormi profitti sul crollo dei mercati, così chiunque poteva organizzarsi.
Anche lui. Anche Tony Blair.

«Il nostro capolavoro negli anni Dieci è stata la finta contrapposizione tra liberismo e populismo», mi dice trafiggendomi con occhi di ghiaccio, e capisco che ora siamo arrivati al punto. «Per anni abbiamo alimentato un falso conflitto tra tentativi di restaurazioni xenofobe e di rivoluzioni colorate, tra risposte identitarie e universalismi d’accatto. Quando in verità il comando del gioco lo aveva sempre in mano il capitale.»
Schiena dritta, falangi dei pollici e degli indici serrate come a indicare che non c’è alternativa a quello che ti sta dicendo in questo momento, Blair si erge a condottiero supremo della guerra infinita per la pace.

«Quel Corbyn invece ha rotto l’equilibrio, ha aperto il campo alla ribellione radicale contro il riformismo, il potere costituente della ragione ordoliberale.

Non mi interessa la crisi economica, con la Rete e i mass media ci mettiamo un attimo a ribaltare la situazione, utilizzando le nuove povertà come propaganda politica a nostro vantaggio. Lo abbiamo sempre fatto.»

Appoggio una mano alla vetrata, investito dalla tempesta. Sotto di me il mare e il deserto si sono abbracciati in una stretta mortale che ha spazzato via ogni ricordo della vita umana sul pianeta. Dubai è scomparsa.
«Qui per colpa di Corbyn assistiamo a una crisi di valori. Per la prima volta in Europa e in Occidente è messo in discussione il mezzo di produzione dominante, è contestata l’idea del capitale. Qui non bastano le televisioni e le pattuglie paramilitari che abbiamo usato per sterminare il germe neobolivarista che ha infettato il Sudamerica. Qui bisogna sterilizzare, eliminando il focolaio della malattia.»

Quando esce dalla suite del Burj Al Arab Jumeirah sono sconvolto, mi tremano le gambe.
Ci metto qualche minuto a riprendermi. Trafitto dalla sua mefitica retorica da inquisitore medievale, mi sono sentito a contatto con il Male.
Sotto il rumore dell’elicottero che lo porta via, dallo sprofondo degli inferi da cui è uscito, sento il vociare dei suoi collaboratori che hanno invaso la suite e stanno discutendo di conti correnti, paradisi fiscali, trasferimento di denari e azioni.
Sono stato assunto. Ai dettagli dei pagamenti ci penserà la nota banca d’investimento cui mi appoggio di solito, ai dettagli dell’operazione ci penserò io, da solo, come sempre.
Salgo all’ultimo piano e mi affaccio sul terrazzo. L’odore di salsedine mi stimola il flusso sanguigno. Respiro.

Nel cervello esplode un caleidoscopio delle sue espressioni facciali e gestuali.
Nelle orecchie mi risuonano le sue ultime parole.

«È necessario ricostruire la fiducia nell’unico sistema economico e valoriale possibile, il capitalismo.
È indispensabile invertire la rotta.
Bisogna fare in modo che la gente torni a convincersi nel profondo che non c’è una vera alternativa al capitale, al massimo possono scannarsi per le false scelte che gli concediamo.
È tassativo eliminare il problema.
Ora tocca a te.
Devi uccidere Jeremy Corbyn.»

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I Diavoli

I Diavoli della nostra epoca dominano le variabili. Prevedono il futuro. Se è necessario lo determinano per influenzare il corso degli eventi. Non credono al caso o alla fortuna. Figure enigmatiche e ambivalenti – I Diavoli – tra inganno e prodigio, perseguono un ordine molto spesso volto al loro esclusivo interesse. In questi anni si sono mossi – decisi e sfuggenti – davanti ai grandi eventi della nostra epoca. Dalle pagine di questo sito proveremo a raccontare fatti e raccogliere testimonianze di uomini capaci di intercettare queste verità e forzare dunque la scatola dei segreti del potere finanziario, per mostrarne a tutti il contenuto.

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