Disuguaglianze sudafricane

Johannesburg, una città una “gated community”

Diepsloot, Dainfern, Steyn City: storie di segregazione urbana e comunità blindate dove i neri sono separati dai bianchi, i poveri dai ricchi e il lusso diventa strumento di una chiusura securitaria.

9 dicembre 2017

Isaac viveva a Diepsloot, Johannesburg. Di giorno lavorava al centro commerciale del vicino quartiere di Dainfern. La sera studiava Contabilità per lasciare il posto in cui è cresciuto.

La sua storia veniva raccontata quasi dieci anni fa dalla BBC, oggi non sappiamo cosa abbia fatto. 

Nel 1992, quando Nelson Mandela si avviava a diventare presidente del Sudafrica, il «New York Times» osservava che avrebbe avuto bisogno di convincere entrambe le rive del fiume Jukskei. La middle-class dell’argine orientale, le “masse arrabbiate” dell’argine occidentale. Queste ultime, un decennio dopo, sarebbero state convogliate a Diepsloot. Parallelamente all’articolo del Times, in quello stesso 1992, nasceva il complesso residenziale di lusso di Dainfern, composto di tanti village preesistenti.

diepsloot

Diepsloot in Afrikaans significa “fosso profondo”. Ci vivono quasi esclusivamente neri. Dainfern è l’enclave dei ricchi (sudafricani o stranieri) in cerca di sicurezza e comfort, i bianchi sono circa il 60%.

A Diepsloot mancano le strade asfaltate. A Dainfern sono asfaltati anche i sentieri che attraversano il campo da golf, per consentire alle golf car di spostare giocatori e attrezzature.

Entrambi i quartieri sono nel quadrante nord della città, vicini in un modo beffardo.

Diepsloot nasce a metà degli anni Novanta come insediamento temporaneo, proprio accanto all’oasi felice dove pochi anni prima gli abitanti di Dainfern avevano deciso di isolarsi. E nasce per accogliere gente espulsa dai propri territori: dapprima i trecento cacciati nel 1991 dal campo abusivo di Zevenfontein, poi quelli che abitavano sugli argini occidentali del Jukskei (2001).

Oggi che l’insediamento di Diepsloot si è fatto permanente, oltre che sovraffollato, le case sovvenzionate dal governo si alternano a vere e proprie baracche. Il 40% circa delle abitazioni non ha elettricità, 1 su 4 non è collegata alla rete fognaria e 3 su 4 non hanno accesso a internet. La criminalità delle gang e l’immondizia non raccolta si aggiungono agli altri problemi.

Diepsloot è un luogo dove lo stigma della rappresentazione appesantisce la tangibile condizione di marginalità.

dainfern_johannesburg

L’anello che circonda Dainfern è costituito da una recinzione elettrificata lungo gli interi 7,5 chilometri del perimetro. Oltre 60 telecamere, sensori di calore, 75 guardie armate.

Ingressi in legno bianco sorvegliati, con corsie divise per residenti e visitatori. Per superare i controlli si devono fornire codice d’accesso (ricevuto da un residente), numero della patente di guida e numero di telefono. A quel punto una luce rossa consente di entrare.

All’interno, ci sono campi da tennis e da pallavolo, campi da squash e piscine. C’è una scuola privata e un magazine patinato che ruota intorno a Dainfern e al suo stile di vita. I titoli degli articoli dicono: “Maserati Passion”, “My Personal Trainer”, “Yacht Club Bliss”. Tutt’intorno al complesso c’è un campo da golf da 18 buche, progettato dall’ex leggenda del golf sudafricano Gary Player.

E naturalmente ci sono le abitazioni. Nel 2011 se ne contavano 1.234. Hanno guardaroba con 47 paia di scarpe da golf, cucine con ripiani in granito, giardini con faraone che scorrazzano. E poi ci sono servizi come ristoranti ed espressioni di socialità come il club del giardinaggio.

La parola d’ordine che emerge dalle interviste ai residenti è sempre la stessa: sicurezza.

Il controllo ha qualche effetto indesiderato. Nelle interviste ricorre un’insofferenza al controllo sociale, che rapidamente diventa fonte di pettegolezzo e giudizio morale. “Tutti sanno tutto della tua vita”.

Steyn-City

Nell’area nord di Johannesburg c’è un terzo insediamento di cui vale la pena raccontare, perché aumenta lo stridio delle contraddizioni.

L’opulenza alle porte della povertà. Si chiama Steyn City, dal 2015 si staglia subito a ovest di Dainfern e ne scavalca il lusso. L’idea urbanistica alla base è comunque la stessa: una cittadella autosufficiente, destinata a residenti che puntano a distinguersi e isolarsi. Una gated community protetta da un muro di tre metri, con recinzioni elettrificate e sofisticati sistemi anti-intrusione.

Campo da golf (progettato dal campione dei campioni, Jack Niclaus), due centri commerciali, case immerse in un parco di mille acri (“Il più ampio bosco di Johannesburg” come si dice nell’incredibile video “Grand Tour of Steyn City”). Il sindacalista Patrick Craven ha usato parole che in Sudafrica risuonano con particolare forza: “È quasi una forma di apartheid. Non in senso strettamente razziale, anche se oggetto delle restrizioni tendono a essere i neri”.

Al centro una sontuosa villa “Tuscan-style” che si ritiene essere la proprietà più costosa (circa 15 milioni di Euro) della storia del Sudafrica. Ci vive Douw Steyn, il fondatore, l’uomo da cui il quartiere prende il nome. Miliardario a capo del BGL Group, compagnia di assicurazione e servizi finanziari. Amico di Nelson Mandela, che nel 2007 assistette alla presentazione ufficiale del progetto di Steyn City. E che a casa di Steyn scrisse parte della sua autobiografia.

Il giorno dell’inaugurazione del lussuoso complesso, un posto d’onore era riservato a una fotografia di Mandela e Steyn che si stringono fraternamente le mani. Una benedizione su Steyn City.

Per approfondire:

A. Harber, Diepsloot, Jonathan Ball Publishers SA, Jeppestown 2014

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