Monologo di una femminista affaticata

Insorgiamo ovunque, come fiori a primavera

Oggi è la “Festa della Donna”. Tutto il mondo omaggia l’essenza femminile e celebra il valore inestimabile delle donne. Straordinarie, sì, ma a che prezzo? Il sistema economico di ieri si è retto sulla divisione sessuale del lavoro. Quello di adesso è basato sull’ansia delle donne: l’ansia di dover fare quello che già facevamo in passato più quello che fanno gli uomini, tutto alla metà del tempo e per la metà dei soldi. È il momento di demolire questo paradigma. Insorgiamo ovunque, come fiori a primavera.

8 marzo 2019

Oggi è la Festa della Donna. Tutto il mondo omaggia l’essenza femminile e celebra il valore inestimabile delle donne. A tutti piace mostrarsi grandi amici e sostenitori delle donne. Straordinarie, sì, ma a che prezzo?

Qualcuno si è degnato di chiedere alle donne come stanno? Sicuramente non c’è una risposta univoca a questa domanda.

Insieme a “donna” un essere umano esprime contemporaneamente una quantità di altre condizioni che determinano la sua esistenza: bianca o nera, povera o ricca, bella o brutta, sana o malata, educata o analfabeta, di città o di campagna, eterosessuale o lesbica.

Molte di queste caratteristiche hanno poco a che fare con il merito e gli sforzi personali e sono distribuite con una larga dose di casualità. Alcune dipendono semplicemente dal luogo di nascita.

Nella maggior parte dei Paesi, infatti, ancora oggi le donne non sono libere di fare autonomamente le scelte più fondamentali. Sposarsi, rimanere single, avere figli, vivere da sole o in famiglia, vestirsi in un modo piuttosto che in un altro.

Quando ci interroghiamo su come stanno le donne, per prima cosa dobbiamo tenere presente che milioni di loro lottano ancora per avere i diritti fondamentali di autodeterminazione. E le altre?

Nei Paesi dove hanno avuto luogo le grandi battaglie per la parità di genere alcune conquiste sono state fatte, e le donne oggi hanno raggiunto un’eguaglianza almeno formale. Anche se poi, nella sostanza, le donne sono strutturalmente più svantaggiate in quasi tutti gli ambiti dell’esistenza.

Non solo. La cosiddetta emancipazione femminile portava con sé grandi promesse: la fine degli stereotipi e ruoli di genere, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, la libertà sessuale e nuove forme di relazione.

A distanza di qualche decennio si può affermare con certezza che queste promesse non sono state mantenute.

Mentre si facevano entrare le donne a pieno titolo nel mondo del lavoro, il mondo del lavoro veniva reso un girone infernale, anno dopo anno, riforma dopo riforma, a colpi di deregulation.

Non solo. Mentre si accettava che le donne potessero decidere di vivere una vita fuori dalle mura domestiche contemporaneamente si smantellavano i servizi e il welfare. Riforma dopo riforma, a colpi di austerity. Ferite mortali a quelle strutture come asili, scuole, ospedali, luoghi di cura e sussidi, il cui funzionamento è indispensabile a liberare il tempo vitale delle donne.

Come stanno quindi le donne oggi? Stanche, perché due volte sfruttate. I ruoli di genere sono ancora in piedi. In Italia, le donne svolgono il 73% del lavoro domestico non retribuito.

Nel mondo ci sono oltre 52 milioni di persone impiegate nel settore della cura di cui 43 milioni sono donne. Insomma, le donne fanno ancora le donne. Ma la novità è che fanno anche gli uomini.

Le donne oggi per essere accettate e accettarsi devono realizzarsi nel lavoro. E in famiglia. Devono essere attraenti, ma anche coraggiose, devono essere indipendenti economicamente ma anche mangiare sano, essere mamme ma avere anche una vita sociale. Fare carriera ma anche sport. Essere curate ma anche ironiche. Essere cattive ma anche buone. Oggi più che mai le donne devono essere tutto.

Eppure c’è ancora qualcuno che con candore di fronte alle istanze femministe chiede «ma cosa avete tanto da protestare?». L’ansia. Protestiamo contro l’ansia terribile che ci hanno messo addosso. L’ansia di dover fare quello che facevano in passato le donne, più quello che facevano gli uomini, tutto alla metà del tempo e per la metà dei soldi.

Il sistema economico odierno è basato sull’ansia delle donne. L’ansia che muove il sole e le altre stelle. L’ansia che deriva da un mondo che vorremmo diverso, ma finché non lo trasformiamo dobbiamo starci dentro e mandarlo avanti. Ma non basta.

Mentre ci dividiamo tra il carico di fatiche femminili e quelle maschili, e il progetto segreto di cambiare il mondo, siamo costrette anche a lottare, qui e ora, contro forze che vorrebbero strapparci la libertà (e l’ansia) che abbiamo duramente conquistato.

In Italia, Paese dove in media ogni 72 ore una donna muore per mano di uomo, le forze più maschiliste e conservatrici sono oggi in pole position nelle classifiche del potere.

Basti pensare ai ministri che fanno dichiarazioni apertamente anti-abortiste, o alla proposta di legge che renderebbe più difficile il divorzio per le donne che non hanno mezzi economici.

Basti pensare ai commenti social che accompagnano qualsiasi esposizione politica e mediatica di una donna, dove l’insulto e l’offesa sessuale sono la principale argomentazione di chi “critica”.

Basti pensare al ruolo sempre più preminente che in molti comuni italiani viene dato alle associazioni anti-abortiste, con la diffusione delle cosiddette mozioni “pro-vita” supportate in particolar modo dai partiti di destra.

E non accade solo in Italia. Da Trump a Putin passando per Bolsonaro, dilagano i governi che più o meno sottilmente manovrano per un arretramento rispetto alle libertà conquistate dalle donne.

Per questo, la nostra ansia aumenta. Mentre facciamo la spesa e con l’altra mano mandiamo una mail di lavoro, dobbiamo anche stare all’erta contro i rigurgiti di misoginia.

Noi donne siamo in lotta perpetua: contro il sistema economico, contro la politica, e contro noi stesse. O meglio quella parte di noi stesse plasmata dalle aspettative degli altri.

Combattiamo contro chi ci vuole rinchiudere nelle mura domestiche, contro il diktat di fare figli ma anche contro l’ansia di non farli. E contro lo stigma per cui una donna senza figli è donna a metà.

Combattiamo ogni giorno, contro le nostre stesse necessità e paure. Contro le immagini di noi che moriamo vecchie e sole, ritrovate dai vicini di casa dopo giorni di decomposizione.

Chiamate a scegliere tra un futuro da schiave della riproduzione – a subire la dittatura sul nostro corpo come le ancelle della serie The Handmaid’s Tale – o uno in cui siamo costrette ad assomigliare alla versione peggiore dei maschi, come le donne gangster delle crime fiction alla Suburra. Madri o bandite. O entrambe. Ma sicuramente con tanta ansia. Noi che non vorremmo essere nessuna di queste cose ma solo felici.

Siamo a un bivio. Cosa succederebbe nel mondo se le donne fossero tutte libere di rifiutare i ruoli che gli vengono imposti?

Il sistema economico in cui viviamo, fin dai suoi albori nel tardo medioevo, si è retto sulla divisione sessuale del lavoro. Qualcuno doveva produrre merci e qualcun’altra doveva produrre lavoratori.

Alle donne spettava il compito di garantire che nuovi lavoratori nascessero e venissero nutriti, cresciuti, educati e tenuti in salute per poter essere inseriti nella catena produttiva. Per ora le donne hanno risolto il problema facendo entrambe le cose: produzione e riproduzione. Cioè sobbarcandosi una mole di lavoro che le annichilisce.

Cosa succederebbe se un giorno le donne si rifiutassero ovunque nel mondo di fare figli, crescerli e mandare avanti le famiglie? Saremmo forse costretti a ripensare dalle radici un sistema economico basato sullo sfruttamento?

La società sarebbe costretta a dare voce all’etica delle donne che da millenni sono abituate a mettere al centro gli esseri umani, le relazioni e l’ambiente? Oppure sarebbe semplicemente la fine di tutto, una lenta passeggiata verso l’estinzione, e ognuno resterebbe solo sul cuor della terra trafitto dal flash di una notifica del cellulare?

Dove porterà la ribellione mondiale delle donne non è dato saperlo, ma nel frattempo noi donne siamo qui con la nostra amica “ansia” che ormai si è talmente consolidata da costituire un nuovo organo. Da qualche parte tra il cuore e lo stomaco.

Siamo qui, l’8 marzo come tutti gli altri giorni dell’anno.

Siamo qui tra le magliette di Zara con scritto “Feminist” e le donne algerine che scendono in strada per rovesciare un regime. Tra i mostri del family day e la gioia dello sciopero globale.

Siamo qui con la rapper Cardi B che urla da una jacuzzi il diritto a essere una “fucking rich bitch” e con le donne curde che hanno respinto le armate dell’Isis dalle montagne del Rojava.

Siamo qui insieme alle indiane in lotta contro un sistema di soprusi e violenze e nei corsi di yoga che provano a insegnarci ad amare noi stesse. Siamo qui piene di contraddizioni e soprattutto piene di ansia.

Ma insorgiamo ovunque, come fiori a primavera.

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