Conseguenze del capitalismo

Inquinamento e disuguaglianze:
a pagare sono i poveri

C'è chi consuma, chi inquina e chi paga il conto. Il divario tra l’aria più inquinata del mondo e quella meno inquinata è impressionante. Mentre i paesi sviluppati si sono adoperati per ripulire i propri cieli, tanti paesi in via di sviluppo hanno visto peggiorare i livelli di inquinamento atmosferico in favore della crescita economica. Più della metà dei decessi direttamente causati dall'aria "sporca" sono distribuiti tra Cina e India.

20 aprile 2018

Il 95 per cento della popolazione mondiale respira aria “insalubre” e più si è poveri più la qualità dell’aria peggiora. Si tratta del dato più allarmante contenuto in un recente rapporto sullo stato globale dell’inquinamento atmosferico rilasciato dall’Health Effect Institute (HEI), considerato il documento più aggiornato e accurato in materia a disposizione della comunità internazionale.

Il rapporto, “State of Global Air 2018”, scatta un’istantanea inquietante del “problema globale” per antonomasia non solo ribadendo l’urgenza di uno sforzo collettivo per il contenimento delle emissioni nocive nell’aria ma, soprattutto, individuando con precisione una scala di responsabilità storiche e attuali che riflette la gerarchia del benessere economico su scala globale.

“Nel 2016 l’esposizione a Pm 2,5 su scala globale – si legge nel rapporto – ha portato a 4,1 milioni di morti per malattie cardiache e infarti, cancro ai polmoni, malattie croniche ai polmoni e infezioni respiratorie, […] pari al 7,5 per cento dei decessi totali”, facendo dell’inquinamento atmosferico la quarta causa di morte su scala globale dopo ipertensione, obesità e tabagismo. Più della metà dei decessi direttamente causati dall’inquinamento atmosferico sono distribuiti tra Cina e India, dove in aggiunta all’aria malsana respirata all’aperto, specie nelle zone rurali, più di 2,6 miliardi di persone respirano aria inquinata anche all’interno delle quattro mura domestiche.

Il fenomeno, inestricabilmente legato al deficit di sviluppo delle campagne rispetto ai centri urbani più moderni dei due giganti asiatici, è conseguenza diretta dell’utilizzo di combustibili fossili per il riscaldamento delle case e per cucinare: lontano dalle comodità delle megalopoli asiatiche, stufe a legna o a carbone rappresentano ancora lo standard a basso costo per gran parte dei nuclei familiari rurali.

inquinamento_mumbai

I danni alla salute provocati dalla combustione domestica di biomassa sono ancora più evidenti quando le morti causate dall’inquinamento atmosferico sono indicate in rapporto alla popolazione. In questa tabella riportata da Forbes, ad esempio, l’Afghanistan è in cima alla lista di decessi per inquinamento atmosferico ogni 100mila abitanti, mostrando un’incidenza doppia rispetto all’India.

Spiega Niall McCarthy su Forbes:

“Non si tratta solo di un problema afgano: succede in tutti i paesi poveri. Mentre l’immaginario stereotipato dell’inquinamento atmosferico si concentra sullo smog, sulle fabbriche e sul traffico dei colossi economici asiatici, gran parte dell’inquinamento proviene da semplici stufe o generatori nelle campagne. Secondo HEI, più di un terzo della popolazione globale è esposta ad aria inquinata all’interno delle proprie case, con livelli di particelle nocive che possono superare di 20 volte le linee guida internazionali sulla qualità dell’aria”.

Secondo il vice presidente dell’HEI Bob O’ Keefe, si legge sul Guardian:

“Il divario tra l’aria più inquinata del mondo e quella meno inquinata è impressionante. Mentre i paesi sviluppati si sono adoperati per ripulire la propria aria, tanti paesi in via di sviluppo hanno visto peggiorare i propri livelli di inquinamento atmosferico in favore della crescita economica”.

Siamo ancora una volta di fronte al nodo cruciale già evidenziato in tutti i consessi internazionali dedicati alla “lotta di tutti” contro l’inquinamento atmosferico: i paesi sviluppati, forti di una crescita economica inquinante quando il tema ambientale ancora non figurava tra i crucci dell’opinione pubblica mondiale, oggi intimano ai paesi in via di sviluppo una “crescita sostenibile” per il bene di tutti; i paesi in via di sviluppo, specie quelli che solo recentemente si sono affacciati a un miglioramento sensibile del tenore di vita medio e a imprese infrastrutturali su scala nazionale, traccheggiano per non dover sacrificare la crescita sull’altare dell’aria pulita.

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Chiaramente, maggiore è lo stadio dello sviluppo raggiunto dal Paese, maggiore è la libertà di manovra per l’implementazione di misure efficaci per abbattere le emissioni nocive. Nel rapporto, infatti, si specifica come in Cina, dal 2010, i livelli di Pm 2,5 nell’aria si siano stabilizzati, entrando addirittura nella parabola di diminuzione; in India, Bangladesh e Pakistan, per contro, “dal 2010 si è registrata un’impennata di inquinamento dell’aria e oggi si rilevano le più alte concentrazioni di Pm 2,5 al mondo tra tutti i Paesi presi in analisi nel rapporto”.

La Cina, responsabile per oltre il 30 per cento delle emissioni nocive globali, negli ultimi anni ha dimostrato di aver preso sul serio la propria missione di riduzione dell’inquinamento atmosferico, introducendo misure tanto drastiche da aver preso in contropiede i grandi inquinatori del “primo mondo”.

Dopo “aver chiuso decine di migliaia di fabbriche inquinanti, spinto per un maggiore utilizzo di energie alternative ed essere diventato un gigante della finanza verde”, si legge su Cnbc, dallo scorso mese di gennaio Pechino ha bloccato l’importazione di 24 tipi di scarti provenienti in gran parte da Unione Europea, Stati Uniti, Regno Unito e Giappone.

Invertendo una tendenza inaugurata negli anni Ottanta, quando la Repubblica popolare importava gran parte degli scarti internazionali divenendo di fatto la “discarica del mondo”, il messaggio cinese è chiaro: “L’Occidente deve imparare a gestirsi i propri rifiuti”.

Lo scorso dicembre, all’alba dell’introduzione della nuova misura, Liu Hua di Greenpeace East Asia spiegava:

“Questa regolamentazione avrò ripercussioni in tutto il mondo e costringerà molti Paesi a rivedere l’approccio “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” che abbiamo sviluppato circa la gestione dei rifiuti”.

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