L’ascesa del “chinese dream” di Xi Jinping

Inizia davvero il secolo cinese?

Dopo anni in cui i refrain “la Cina è vicina” e “si stanno comprando tutto i cinesi” hanno intasato i discorsi intorno allo stato di salute della comunità internazionale, mai come negli ultimi dodici mesi l’impressione di star vivendo un passaggio geo-politicamente epocale è emersa con tanta dirompenza. Inizia davvero il secolo cinese?

24 agosto 2018

Dopo anni in cui i refrain “la Cina è vicina” e “si stanno comprando tutto i cinesi” hanno intasato i discorsi intorno allo stato di salute della comunità internazionale, mai come negli ultimi dodici mesi l’impressione di star vivendo un passaggio geo-politicamente epocale è emersa con tanta dirompenza. Inizia davvero il secolo cinese?

Responsabilità, di effetto uguale e opposto, delle iniziative intraprese dal presidente statunitense Donald Trump e dal presidente cinese Xi Jinping, capaci di concretizzare un ribaltamento quasi totale dei ruoli e dei significati tradizionalmente affibbiati ai capi di stato di Washington e Pechino.

Sin dal primo giorno di lavoro allo Studio Ovale, Trump, dando seguito alle scellerate e schizofreniche promesse della campagna elettorale, ha efficacemente perseguito una politica estera all’insegna della distruzione, smontando pezzo per pezzo gran parte del lascito delle due precedenti amministrazioni Obama.

Ha fatto saltare il Tpp, l’Iran Deal, l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, il sistema del G7, i ponti di comunicazioni con le principali cancellerie “alleate” in Europa e in Asia, senza contare i disastri “in the making” nell’agenda afghano-pachistana e i rapporti quantomeno ambigui – se non di vassallaggio – con la Russia di Putin.

Sembra ormai essere saltata, sostituita dalla postura riflessiva dell’«America First», l’ambizione a stelle e strisce di influenzare e plasmare nel bene e nel male i destini della comunità internazionale, occupando sui tavoli che contano lo scranno riservato al mediatore.

E no, nemmeno l’apparente mezza vittoria del dossier nordcoreano rappresenta un successo reale ascrivibile alla gestione Trump della penisola coreana, di fatto in mano al dialogo sottotraccia che collega Seul, Pyongyang sotto l’egida di Pechino.

All’ecatombe consumatasi sul campo della diplomazia internazionale, Trump ha più recentemente imposto una «trade war» a 360 gradi, risposta sciovinistica e, anche secondo molti analisti anche americani, deleteria ai minacciosi movimenti tellurici della globalizzazione. Un fenomeno che gli Stati Uniti di ieri ambivano a controllare; quelli di oggi, a combattere.

Ne è conseguito che agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, e dei suoi governanti, gli Stati Uniti hanno cessato di essere considerati interlocutori imprescindibili per determinare le traiettorie globali del futuro prossimo.

Mai, dal secondo dopoguerra ad oggi, Washington è sembrata tanto ininfluente e fuori dal tempo, apparentemente priva delle chiavi di lettura necessarie a interpretare le trame di un contesto sempre più multipolare.

Il tramonto dell’American Dream si è trovato a coincidere con l’ascesa del Chinese Dream targato Xi Jinping, una coincidenza fortunosa che di certo Pechino – che si preparava ad almeno un mandato di Hillary Clinton – non poteva aspettarsi.

Mentre Donald Trump distruggeva, Xi Jinping costruiva, non solo in senso metaforico. Messa al sicuro la propria leadership con un passaggio rituale in parlamento a sancire un’era Xi tendente, in potenza, all’infinito, il presidente cinese ha potuto concentrarsi sulla realizzazione dell’architrave infrastrutturale e diplomatica della Nuova Via della Seta, al momento l’unico progetto al mondo frutto di una «long term vision» globale che si propone di regolare gli effetti collaterali della globalizzazione.

«Stiamo lavorando per voi», dice la Cina al mondo, diffondendo mappe del futuro prossimo in cui da Pechino – tornata, per i cinesi, «il Paese di mezzo» – si snodano capillari di autostrade, ferrovie e rotte marittime, pronte a irrorare il corpo del capitale mondiale.

Fiumi di merci che attraversano continenti e, secondo Pechino, uniranno la comunità internazionale in un gigantesco «win-win» collettivo, sotto la gestione illuminata cinese.

Si tratta di un piano ambizioso e inquietante, pieno di controindicazioni già evidenziate da alcuni partner recalcitranti – su tutti, New Delhi – ma che, in mancanza d’altro, per molte economie in via di sviluppo rappresenta una scelta obbligata.

Lo testimonia l’adesione entusiastica di gran parte dell’Asia Meridionale e del Sudest Asiatico, cui si aggiunge una buona fetta di un continente africano già di fatto colonia economica cinese.

Nemmeno l’Europa, da più parti incoraggiata a fare da argine alle derive distruttive di Trump per salvaguardare lo status quo occidentale nel mondo, appare in condizione di poter esprimere una posizione unitaria e concorrente al progetto cinese.

Sotto i colpi di un’avanzata costante dell’ultradestra nel Vecchio Continente, pare costretta a riflettere più sulla propria sopravvivenza che sulle sorti collettive del resto del mondo, preferendo posizionarsi in scia all’opposizione agli Usa operata dall’amministrazione cinese.

Schiacciati tra il disimpegno nazionalista statunitense e la valanga egemonica del secolo cinese, gli spazi di manovra per la formulazione di alternative sistemiche continuano a restringersi, lasciando all’orizzonte un futuro che, questa volta, sembra davvero completamente subordinato alla teleologia di Pechino.

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