L'imbroglio che si cela dietro la "tassa piatta"

Incoscienza e malafede della flat tax

In quanto sistema di tassazione proporzionale ad aliquota unica, la flat tax, dovrebbe risultare chiaramente incostituzionale, anche se esistono scorciatoie, nella sua formulazione, che ne mascherano la fallacia e l’illecita ragion d’essere. La prima su tutte: le deduzioni fiscali per i redditi bassi che, a livello formale, lasciano presupporre una certa progressività. Tuttavia, a bene vedere, risulta una proposta dettata da incoscienza e malafede.

26 febbraio 2018

«Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività» recita l’articolo 53 della Costituzione italiana.

In quanto sistema di tassazione proporzionale ad aliquota unica, la flat tax, dovrebbe risultare chiaramente incostituzionale, anche se esistono scorciatoie, nella sua formulazione, che ne mascherano la fallacia e l’illecita ragion d’essere. La prima su tutte: le deduzioni fiscali per i redditi bassi che, a livello formale, lasciano presupporre una certa progressività.

Se si riavvolge il nastro temporale agli anni Ottanta, la flat tax ha una sua progenesi negli States di Ronald Reagan, come sottoprodotto di una teoria in voga in quel frangente storico: la curva di Laffer.

Laffer, in estrema sintesi, affermava che, sopra un certo limite di tassazione, le entrate fiscali diminuivano in quanto disincentivavano la produzione e l’iniziativa imprenditoriale. Banalmente, sempre secondo Laffer, è chiaro e logico che, se l’aliquota marginale tende al 100%, l’imprenditore o il lavoratore non avranno alcun incentivo a incrementare produzione e remunerazione.

Se si storicizza la parentesi storica di cui sopra, infatti, il dato tangibile è che l’aliquota massima nel periodo pre-reaganiano era del 70% e che, quando Reagan abbassò le tasse, si registrò un incremento delle entrate fiscali.

Un dato incontrovertibile che, tuttavia, non dimostra affatto l’incontrovertibile bontà della tesi di Laffer, che può funzionare o meno a seconda della struttura produttiva dei diversi paesi.

Il raggiungimento di un punto di equilibrio economico – ovvero un’aliquota marginale il cui superamento corrisponde a una diminuzione delle entrate fiscali senza deprimere gli investimenti, scoraggiare l’attività d’impresa e compromettere la tenuta complessiva del sistema –  è riferibile a differenti aspetti. Paesi produttori di petrolio, ad esempio, hanno una fiscalità blanda perché le risorse comuni derivano dall’estrazione di materie prime.

Al contrario, paesi con un welfare forte e privi di materie prime devono tassare pesantemente lavoro e rendite.

Oltre a questo, c’è da dire che la flat tax (intorno al 20%) altro non è che uno specchietto per le allodole. Perché, de facto, si va aggiungere a un sistema fiscale già dominato dalle imposizioni indirette, quali l’Iva. Per questo, a conti fatti, la flat tax si andrebbe a sommare all’Iva con il risultato di un orizzonte regressivo, e non progressivo quale si vuole ventilare.

L’evasore del terzo millennio è molto più sofisticato dei tempi passati, e non sarà certo “l’aliquota flat” a costringerlo a rendere trasparenti i propri capitali che, sempre più spesso, sono occultati da intricatissime articolazioni le cui estremità si perdono nei paradisi fiscali.

L’evasore vecchia scuola, oggi, non ha un gran futuro, in quanto la tecnologia e la trasparenza dei dati, a breve giro, gli renderanno la vita impossibile. La partita dell’evasione si gioca quindi su una scacchiera globale e presuppone metodi sofisticati sempre più difficili da stanare: la “criminalità finanziaria” è legata dunque a filo doppio con la politica e le istituzioni continentali che ne garantiscono l’invisibilità.

Esiste dunque una vera e propria divisione di classe anche nell’evasione fiscale, ed è garantito che solo le élite di evasori sopravvivranno a lungo.

E, in questo senso, la flat tax potrebbe configurarsi come una misura al servizio di queste élite di evasori. Ma non solo: perché anche i circuiti criminali di stampo più tradizionale scorgerebbero in questa “tassa soft” veri e propri incentivi per le loro operazioni di riciclaggio del denaro sporco.

Poi c’è un rischio politico – e di conseguenza sociale – legato alla proposta e formulazione della flat tax: che andrebbe a incrementare le famose diseguaglianze di cui si parla da anni.

Un milionario, eludendo i suoi capitali, finirebbe col risparmiare milioni di tasse. Mentre il “nullatenente” di turno non potrebbe trarre da questa tassa alcun beneficio, e anzi, nel caso di shortfall delle entrate fiscali, vedrebbe tagliati i servizi pubblici e inasprite le misure di austerità, come mosse di compensazione del deficit approvate sulla sua pelle.

La retorica neoliberale obietterebbe che la risoluzione sarebbe da ricercarsi nell’aumento di investimenti e, quindi, in una crescita economica per effetto del fenomeno di “sgocciolamento” o trickle down theory, con conseguente incremento dell’occupazione e buona pace dei sacrifici collettivi.

Eppure anche questo corrisponde a falsità: perché la crescita si concentrerebbe solo nei patrimoni e nelle rendite.

Utilizzare la leva fiscale per attrarre investimenti è una mossa spregiudicata e irresponsabile, che dovrebbe essere bandita da ogni orizzonte politico europeo. O, al contrario, dovrebbe essere (ri)declinata avendo come fine la lotta alle diseguaglianze.

Il compito di uno stato moderno si rivela davvero nell’arginare lo strapotere di oligopoli e monopoli. Di contro, gli incentivi all’investimento tramite formule di detassazione, si traducono in una vera e propria sostituzione dello stato nelle sue funzioni di sostegno alla collettività.

Funzioni che vengono demandate al settore privato, con conseguente incremento delle logiche estrattive del capitale ed effetti disastrosi nel medio-lungo termine.

In questo quadro contemporaneo, e sulla base di un’interpretazione consapevole del passato, la proposta della flat tax è così fuori fase e talmente irresponsabile da sembrare una sorta di parodia della politica.

Purtroppo, però, non si tratta affatto di una parodia, è invece la punta dell’iceberg di un’ideologia neoliberista che sta creando macerie su macerie, e consacra quella doppia tenaglia che stringe la collettività in una morsa brutale.

Una tenaglia che, sulla pelle dei più deboli, spiana la strada all’evasione fiscale – sempre più occultata e protetta da lasciapassare istituzionali nei circuiti economici – e alla crescita di oligopoli e monopoli che di fatto controllano la vita politica di gran parte del mondo occidentale. E non solo.

Nell’era postfordista, la flat tax è l’ennesimo grimaldello a uso e consumo della compagine neoliberista.

Grimaldello che – se nel blocco di tutti i paesi post-sovietici a est di Vienna risulterebbe dannoso ma comunque più comprensibile in termini di necessaria incentivazione all’impresa e alla fuoriuscita dalla depressione –, alla vigilia delle elezioni nostrane, invece, rischia di assestare un colpo insensato e definitivo all’Italia, un paese quanto mai bisogno di ristabilizzare l’indice Gini, di incrementare i redditi fiaccati ai minimi termini, di tornare a una progressività fiscale reale ed effettiva.

In breve: di riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro.

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