Il #TenYearsChallenge è l’ennesimo modo per “vendere” i nostri dati

I social speculano sulle emozioni

Chiunque traffichi sui social network si è imbattuto, in questi giorni, nel simpatico e all’apparenza innocuo hashtag #TenYearsChallenge, che ha coinvolto milioni e milioni di utenti. L’hashtag chiedeva di postare una proprio foto di dieci anni fa e di confrontarla con una di adesso, per giocare con le differenze. Ma dietro l’innocente “sfida” dei dieci anni si cela l’ennesimo meccanismo di sfruttamento emotivo su cui si reggono i social network, che speculano sulle emozioni per estrarre e vendere al migliore offerente i nostri dati.

24 gennaio 2019

Ci sono questi due giovani pesci che nuotano nell’acquario di Facebook e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: «Salve ragazzi, come eravate dieci anni fa?».

A questo punto non ci interessa neanche aspettare la risposta, è la domanda che conta.

Chiunque di noi frequenti i social network si è infatti imbattuto nel simpatico hashtag #TenYearsChallenge, immediatamente diventato top trend su tutte le piattaforme coinvolgendo svariati milioni di utenti. L’etichetta chiedeva con somma innocenza di postare una proprio foto di dieci anni fa e di confrontarla con una di adesso per giocare con le differenze.

La “sfida” dei dieci anni. Cosa è successo nel frattempo? Siamo migliorati o peggiorati? Ci sentiamo meglio o peggio di allora? Siamo abbastanza sicuri di noi per partecipare al gioco o ci vergogniamo di quello che siamo? Abbiamo voglia di partecipare alla festa con la nostra bolla di amici virtuali o siamo dei musoni solitari anche lì, oltre che nella vita reale?

Queste domande arrivano dopo, ma sono cruciali per spiegare le dinamiche di sfruttamento emotivo su cui si reggono i social network. La serotonina che regola la nostra vita nell’epoca del tardo capitalismo, per citare uno dei più acuti e pungenti visionari del contemporaneo come Michel Houellebecq.

Per adesso concentriamoci sulla domanda iniziale, quella del pesce più vecchio che nuota in senso contrario. Quel «Salve ragazzi, come eravate dieci anni fa?» che, sotto la sua patina di presunta innocenza, apre invece uno squarcio profondo nella tana del Bianconiglio.

Come ha fatto notare l’esperta di sicurezza informatica Kate O’Neill in un editoriale apparso su Wired, l’hashtag #TenYearsChallenge lanciato da Facebook non è infatti altro che un modo per raccogliere una gigantesca mole di dati utile al miglioramento delle tecniche di riconoscimento facciale.

Non è una novità. I social network sono da sempre una delle armi più feroci del capitalismo delle piattaforme, servono a estrarre valore dal cosiddetto tempo libero – quello che noi passiamo sui social network – e a raccogliere i famosi big data da rivendere alle agenzie di marketing o alle multinazionali dell’hi-tech che sviluppano le intelligenze artificiali.

Ma questo furto di tempo ed emozioni va oltre la semplice estrazione di plusvalore dalla vita umana per sé, i big data sono infatti venduti anche agli eserciti e alle industrie degli armamenti nell’ambito di quella matassa inestricabile tra pubblico e privato che è il surveillance capitalism.

È all’interno di questo ulteriore livello di sfruttamento biopolitico che si agita lo spettro del riconoscimento facciale, con i nostri lineamenti fisici (oltre ai nostri dati personali) regalati, ogni volta che postiamo una nostra foto, alla polizia e a software pubblici e privati che si propongono il controllo totale della nostra persona.

Ecco la presunta innocenza. Come spiegato da Kate O’Neill, il #TenYearsChallenge non è altro che una immensa raccolta necessaria non solo al riconoscimento facciale ma anche al comprendere, e quindi al predire, come i nostri volti cambiano con il passare del tempo: anzi, in un lasso di tempo determinato, ben preciso. Dieci anni, appunto.

«Immagina di voler addestrare un algoritmo di riconoscimento facciale sulle caratteristiche legate all’età e, più nello specifico, sulla progressione dell’età» – scrive infatti O’Neill su Wired –. «Idealmente, vorresti un set di dati ampio e rigoroso con molte immagini di persone. Sarebbe utile se tu sapessi che sono stati presi per un numero fisso di anni. Diciamo… dieci anni».

L’hashtag TYC offre quindi un innovativo ed eccezionale materiale per algoritmi che siano finalmente in grado di sviluppare non tanto il riconoscimento facciale immediato, ma il riconoscimento della mutazione fisiognomica del volto in un lasso di tempo.

Con la possibilità di creare software, o macchine, in grado di riconoscere e individuare tutti i lineamenti passati di una persona e di predire quelli futuri. Nessuno potrà più nascondersi, anche e soprattutto se innocente.

La privacy è un ricordo, il panottico è completo.

Facebook ha subito negato che questi dati servano appunto allo sviluppo di software e macchine di controllo, ma è oramai da anni che i dati raccolti dai social network sono venduti a polizie ed eserciti pubblici e privati di tutto il mondo.

La stessa multinazionale di Mark Zuckerberg non deve necessariamente operare una cessione diretta, basta immettere i dati sul mercato della tecnofinanza. L’acquirente giusto, poi, saprà dove trovare quello che gli serve. Come nel mercato delle metanfetamine.

E qui torniamo alla domanda iniziale, quella del vecchio pesce che nuota in senso contrario e, incontrati i due giovani pesciolini, chiede loro: «Salve ragazzi, come eravate dieci anni fa?».

Non solo non è una domanda innocente per le implicazioni che contiene, ma poggiandosi sulle domande che prima abbiamo definito secondarie – “In questi dieci siamo migliorati o peggiorati? Ci sentiamo meglio o peggio di allora? Siamo abbastanza sicuri di noi per partecipare al gioco o ci vergogniamo di quello che siamo? Abbiamo voglia di partecipare alla festa con la nostra bolla di amici virtuali o siamo dei musoni solitari anche lì?” – ci impone di non sottrarci alla risposta.

È questa la violenza primaria, ben allegorizzata dall’osso che si trova all’ombra del monolite nero all’inizio e alla fine dei tempi nel capolavoro di Stanley Kubrick, 2001 Odissea nello Spazio.

Utilizzare i nostri desideri, le nostre emozioni, il nostro bisogno di essere riconosciuti e accettati attraverso i social network per metterci nella condizione di essere impossibilitati a non rispondere alla domanda: «Salve ragazzi, come eravate dieci anni fa?».

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