Dopo anni di inquinamento

La rivoluzione solare
è indiana

Mentre gli Usa di Trump annunciano l'addio all'accordo di Parigi, l'India è la capofila di una rivoluzione energetica ormai imminente. Obiettivo del governo Modi: un incremento progressivo del fotovoltaico nel paese, fino ad arrivare a 100GW di energia solare installata entro il 2022. Si parla di 100 miliardi di dollari di investimenti, tra pubblico e privato. E mentre crollano i prezzi dei pannelli solari, è partita una gara al ribasso delle tariffe energetiche senza precedenti al mondo.

3 giugno 2017

Mentre gli Stati Uniti guidati da Donald Trump annunciano l’addio all’accordo di Parigi, in India…

Nel novembre del 2015, alla vigilia della conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi (Cop21), l’India si trovava in una posizione estremamente delicata. Galvanizzata dalla ripresa del Pil grazie all’effetto Modi e intenta a progettare un potenziamento totale del proprio scheletro infrastrutturale con l’obiettivo di attirare nuovi investitori, New Delhi si ritrovava avvinghiata in trattative spinose sul tema della responsabilità collettiva dell’inquinamento globale.

Dopo aver inquinato a destra e a manca per decenni alimentando la propria crescita — dicevano i delegati indiani — ora che siamo noi a voler crescere i paesi sviluppati vengono qui e ci impongono limitazioni e sanzioni “per il bene del pianeta”, rallentandoci.

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Il primo ministro indiano Narendra Modi

Alla fine l’India, assieme ad altri 194 paesi, concordò sulla necessità di portare avanti un’agenda comune per la riduzione delle emissioni e, nell’ottobre del 2016, ha ratificato l’Accordo di Parigi sul clima, tenendo fede all’impegno preso un anno prima. Ma a margine della conferenza di Parigi, in un evento giudicato allora minore, India e Francia avevano annunciato la nascita di un progetto ambizioso e fantascientifico, a partire dal nome: International Solar Alliance (ISA).

Energia fossile addio, “stati al sole”

Il primo ministro Narendra Modi, in una delle sue “vision” avveniristiche, aveva immaginato un’alleanza di stati “al sole”, principalmente all’interno della fascia tra il Tropico del Cancro e il Tropico del Capricorno, in grado di sviluppare una gigantesca rete energetica solare comune, fornendosi a vicenda expertise e infrastrutture per mettere le basi di una svolta energetica epocale: abbandonare le energie fossili e buttarsi sul fotovoltaico.

Considerando che l’India, all’epoca come oggi, copre il 70 per cento del proprio fabbisogno energetico bruciando carbone o petrolio, e che negli ultimi anni il prezzo del greggio è crollato ai minimi storici, l’annuncio in pompa magna di un’alleanza solare capeggiata da New Delhi sembrava una sparata buona per racimolare visibilità internazionale, uno specchietto per le allodole a coprire progetti di crescita inquinante giudicati imprescindibili dalla stessa amministrazione Modi.

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Chi finanzia la “solar revolution” made in India

E invece, un anno e mezzo dopo, tutto sembra indicare esattamente il contrario, facendo dell’India la capofila di una rivoluzione energetica ormai imminente.

Nel giugno del 2016, a New Delhi, la Banca Mondiale ha firmato un accordo con l’ISA per un prestito di mille miliardi di dollari entro il 2030. Fondi che andranno a sostenere gli sforzi dell’alleanza solare, la cui segreteria è al momento ospitata negli edifici del National Institute of Solar Energy (NISE) di Gurugram (già Gurgaon, città satellite di New Delhi), in attesa che il vero e proprio quartier generale sia realizzato sempre a Gurugram (Modi e l’allora presidente francese François Hollande hanno inaugurato i lavori nel gennaio del 2016).

L’alleanza conta al momento 121 membri internazionali – dalla Cina al Brasile, dalla Cambogia al Mali – compresi tutti gli stati posizionati tra i due tropici.

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Mercati e “green economy”: la guerra delle tariffe

Ma è proprio in India, portabandiera del gruppo, che si stanno registrando degli episodi finanziari impensabili anche solo pochi mesi fa e che, per assurdo, rischierebbero di mandare a gambe all’aria l’intero settore energetico locale.

L’attuale governo in carica aveva stabilito l’obiettivo di un incremento progressivo del fotovoltaico nel paese, fino ad arrivare a 100GW di energia solare installata entro il 2022. Oggi il computo totale dell’energia installata in India è pari a 329,20 GW (i dati ministeriali qui), di cui solo 9 GW di solare.

Nonostante gli osservatori nazionali siano quasi certi che il paese non riuscirà a raggiungere l’obiettivo entro il termine prefissato, complici il vento in poppa istituzionale, le aperture di credito per le energie rinnovabili (si parla di 100 miliardi di dollari di investimenti, tra pubblico e privato) e il crollo del prezzo dei pannelli solari, in India è partita una gara al ribasso delle tariffe energetiche del solare senza precedenti al mondo.

A metà maggio 2017, durante un’asta per aggiudicarsi la gestione del “solar park” di Bhadla, in Rajasthan, con una capacità di 500 MW, la Acme Solar Holdings e la SBG Cleantech si sono aggiudicate il bando offrendo tariffe tra le 2,44 e le 2,45 rupie (0,03 euro) per kWh, il 15 per cento in meno di quelle offerte dai fornitori di energia elettrica da carbone fossile. (Per dare la misura, in Italia la tariffa per kWh di media oscilla tra 0,19 e 0,50 euro).

Tariffe così basse e arrivate così presto, spiega il quotidiano economico indiano Livemint, rischiano di mettere fuori mercato tutti gli altri competitor tradizionali, causando una reazione a catena che impedirebbe ai fornitori di energia elettrica non rinnovabile di ripagare i debiti contratti con le banche, scaricando l’insolvenza sull’intero settore bancario indiano.

Senza contare che, al momento, non esiste ancora materialmente una rete energetica solare in India in grado di sostituirsi a quella non rinnovabile.

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Trasportati grazie alle rinnovabili

Un gioco di equilibri dove sarà di importanza vitale l’allocazione di risorse economiche ingenti e puntuali da parte del governo Modi, a sostegno di una rivoluzione energetica che di fatto è già partita nel settore dei trasporti.

L’aeroporto internazionale di Kochin, capitale dello stato meridionale indiano del Kerala, dal 2015 funziona interamente a energia solare, e lo stesso intende fare l’autorità aeroportuale di Kolkata, in Bengala Occidentale.

Pochi giorni fa il ministro dei trasporti via mare indiano, Nitin Gadkari, ha annunciato che entro il 2019 tutti i porti di proprietà del governo indiano funzioneranno a energie rinnovabili, grazie all’installazione di 200 MW tra solare ed eolico.

Se tutto dovesse procedere come pianificato, entro pochi anni l’India potrebbe avere risolto gran parte dei propri problemi di inquinamento atmosferico e di approvvigionamento energetico compiendo una transizione energetica pulita, lungimirante e conveniente. E tutti noi non avremmo altro che da guadagnarci.

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