Trasformazioni urbane

NY, Bushwick. Gentrification che
porta disuguaglianza

Il modello è già collaudato: il quartiere va riempiendosi di un ceto medio in cerca di vivacità e costi contenuti. La scena artistica cittadina si sposta in questa zona. Gli agenti immobiliari mettono pressione alle famiglie che vivono a Bushwick da generazioni. Le tempestano nella speranza di sostituirle con residenti più benestanti. Gentrification. Displacement. Il processo è in corso. All'interno della popolazione storica della zona, il rapporto tra minoranza bianca privilegiata e maggioranza non-bianca sta variando i suoi equilibri.

18 dicembre 2017

Sono comparse a ridosso di Natale, due anni fa.

Scritte composte da luci natalizie, ventuno per l’esattezza, a decorare le strade di Bushwick. Impossibile non badarci. Una protesta organizzata dai residenti, intorno al progetto Mi Casa No Es Su Casa. Illumination Against Gentrification.

“Not 4 Sale”. “Gentrification is the new Colonialism”. “3 Generation Home”. A parlare erano le case, era lo spazio abitato. Un luminoso messaggio d’allarme. Un razzo di segnalazione urbana. O come ha detto uno degli organizzatori, segni che rendono visibile l’invisibile.

Pochi mesi prima, «Vogue» l’aveva inserito al settimo posto nella classifica dei quartieri “più cool” del pianeta.

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Bushwick (dall’olandese seicentesco Boswijck, “Cittadina nei boschi”) è una propaggine di Brooklyn, l’ultimo lembo prima del Queens, per quanto il confine abbia una rappresentazione debole, essendo entrambi parte di Long Island.

Qui tradizionalmente confluiscono gli immigrati che non possono permettersi altre zone, e che in fretta costituiscono forme di socialità, fanno gruppo, comunità. Dopo la forte presenza tedesca nell’Ottocento, vennero gli italiani. Fino a quando Bushwick, nel corso del secondo Novecento, è diventato il polo di riferimento degli ispano-americani di Brooklyn (soprattutto portoricani e dominicani).

Gli anni Settanta, Ottanta e Novanta furono spaventosamente duri. Il livello delle condizioni di vita precipitò. Nel 1977 tutte le celebri fabbriche di birra del quartiere erano chiuse e il tasso di mortalità infantile era il più alto dell’intera città. Disoccupazione, rapine, droga.

Lo stigma picchiava a dare il resto. Si sosteneva che posti come Bushwick fossero tanto malati da dover essere curati con programmi crudeli. “Una terra di nessuno di edifici abbandonati, droga e incendi” la descriveva il «New York Times».

Incredibile, allora, immaginare che Bushwick sarebbe diventato nella percezione un quartiere up and coming, ci avrebbero abitato famosi attori emergenti (Lena Dunham, Zosia Mamet), sarebbero arrivati ristoranti che servono panini con maionese balsamica e bacon senza nitrato. 

Ancora dieci anni fa, le statistiche raccontavano di un quartiere dove la presenza di foreign-born population sfiorava il 40% e il tasso di povertà era tra i più alti di New York. Un quartiere con un netto impianto di public housing, dove i proprietari di casa non erano neanche uno su cinque. E un quartiere che gli agenti immobiliari si affrettavano negli annunci a definire “East Williamsburg”, perché “Bushwick” era ancora un nome respingente.

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All’inizio degli anni Zero, un programma della città di New York prende in mano la situazione. Si chiama “Bushwick Initiative”. Vengono promossi interventi pubblici sugli spazi comuni, sulle case deteriorate, sulla riduzione del crimine.

Se uniamo poi la crescita dei prezzi di Manhattan ai prezzi accessibili di Bushwick, al suo elegante aspetto architettonico e alla posizione a mezz’ora di bicicletta da Midtown, ci riusciamo a spiegare lo sconvolgimento avvenuto a Bushwick negli ultimi quindici anni. 

Si ripete il modello che abbiamo visto mettersi in moto in questi casi.

Il quartiere va riempiendosi di giovani famiglie, professionisti, un ceto medio in cerca di vivacità e costi contenuti. La scena artistica cittadina si sposta in questa zona improvvisamente di tendenza e proliferano gallerie d’arte e festival. “Intorno è soprattutto bodegas, fast-food e officine. Ma gli artisti sono qui”. E la comunità marginale e stigmatizzata che qui ci abitava, rischia di essere altrove.

Gli agenti immobiliari mettono pressione a famiglie che vivono a Bushwick da generazioni. Le tempestano nella speranza di sostituirle con residenti più benestanti. Qualcuno cede, qualcuno resiste. Un uomo racconta che sua madre riceve lettere dalle agenzie “da otto o nove anni. La chiamano a lavoro per chiederle di vendere”.

Nel solo 2016 il prezzo medio degli affitti a Bushwick è salito del 6%. Dal 1990 al 2014 la crescita è stata del 44%: un ritmo che a New York solo tre quartieri hanno retto. 

Gentrification. Displacement. Il processo è in corso. All’interno della popolazione di Bushwick, il rapporto tra minoranza bianca privilegiata e maggioranza non-bianca sta variando i suoi equilibri.

Le luci natalizie del 2015 non lanciavano un falso allarme ma accendevano una spia. 

Per approfondire:

F. Hylton, Containing Multitudes: Death, Destruction, and Rebirth in Brooklyn, NACLA Report on the Americas, 2008

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