Quando gli italiani erano clandestini in Svizzera

Figli di nessuno

Una parte di loro aveva lo stesso taglio di capelli, lo stesso abbigliamento e grosso modo gli stessi chilometri di distanza dai genitori. Perché ce l’avevano i genitori, anche se stavano in un orfanotrofio ed erano trattati alla stregua di figli di nessuno. Un’altra parte di loro era clandestina in un Paese straniero e ostile. Magari superava il confine chiusa nel portabagagli. Di sicuro non poteva uscire di casa né frequentare le scuole. Arrivava a mangiare senza stoviglie pur di evitare rumori. Tutti erano bambini ed erano italiani. Hanno vissuto così fino al 2002.

8 ottobre 2018

Una parte di loro aveva lo stesso taglio di capelli, lo stesso abbigliamento e grosso modo gli stessi chilometri di distanza dai genitori. Perché ce l’avevano i genitori, anche se stavano in un orfanotrofio ed erano trattati alla stregua di figli di nessuno.

Un’altra parte di loro era clandestina in un Paese straniero e ostile. Magari superava il confine chiusa nel portabagagli.

Di sicuro non poteva uscire di casa né frequentare le scuole. Arrivava a mangiare senza stoviglie pur di evitare rumori.

Tutti erano bambini ed erano italiani. Hanno vissuto così fino al 2002.

“Braccia morte che pesano sulle nostre spalle […] Dobbiamo liberarci del fardello, respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili”. Così scriveva nel 1969 James Swarzenbach, vertice del partito Azione Nazionale, a proposito delle persone che andavano in Svizzera a lavorare.

Il clima è rimasto quello ancora a lungo.

D’altronde la politica migratoria della Svizzera era inflessibile: lo Statuto del lavoro stagionale non consentiva il ricongiungimento familiare.

È stato così dal 1931 al 2002, sopravvivendo a guerre mondiali e cadute di Muri.

La misura riguardava i lavoratori stagionali ma la stagione era costituita da tre stagioni, nove mesi, ai quali seguiva un trimestre di ritorno obbligato in patria. Nel 1965, però, l’Italia ottenne almeno che dopo cinque permessi stagionali fosse concesso il permesso annuale.

Così le possibilità per le famiglie italiane emigrate in Svizzera si riducevano a due. Entrambe dolorose.

La prima era tenere i figli nascosti, in condizione di clandestinità, vivendo in uno stato di allarme continuo, col rischio di essere scoperti, espulsi e sanzionati per aver contravvenuto alla legge. È impossibile calcolare il numero esatto, ma la stima è di decine di migliaia di casi.

Si viveva dentro appartamenti spartani o addirittura zone caldaia, in silenzio, per paura che i vicini denunciassero, e senza avvicinarsi alle finestre, per paura di essere visti.

In questo senso è molto efficace la definizione di “bambini proibiti”, che dà il titolo al saggio di Marina Frigerio Martina sull’argomento.

La seconda opzione per i genitori era accettare la separazione e soffrire la ferocia della distanza, col sollievo di sapere che i figli almeno avrebbero studiato.

Lasciarli perciò negli orfanotrofi in territorio italiano, a ridosso del confine (Domodossola, Trento, Como), nello spazio più vicino possibile per legge.

Li hanno chiamati “orfani di frontiera”. Parecchie volte a finire in orfanotrofio erano i bambini clandestini, scoperti.

In quegli anni e proprio in Svizzera, all’Università di Ginevra, Jean Piaget portava avanti gli studi sullo sviluppo cognitivo dell’infanzia.

D’estate uno degli orfanotrofi, la Casa del Fanciullo di Domodossola, portava i bambini nel bosco di Croveo. C’era un incredibile villaggio di carrozze ferroviarie, arrivate qui apposta nel 1966 su iniziativa di Oscar Luigi Scalfaro, Ministro dei Trasporti.

Gli orfani di frontiera dormivano nei vagoni, giocavano tra gli alberi, trascorrevano una vacanza.

Tre anni dopo la nascita di quel villaggio, Daniel Roth, direttore di un giornale e leader del movimento «Per una Svizzera viva», scriveva da oltre confine: “Non sono razzista, sono realista. Gli operai stranieri costituiscono una massa informe che non può legare, per livello culturale, per tradizioni religiose e politiche, con l’ambiente che li accoglie […] In Italia si può tracciare un confine: un 70% di gente sottosviluppata come civiltà e cultura, un 30% di persone che possono ricordare gli svizzeri”.

Muri di parole ostili che tornano a sollevarsi oggi, muri di parole che devono essere buttati giù.

Per approfondire:

Il saggio di Marina Frigerio Martina, Bambini proibiti. Storie di famiglie italiane in Svizzera tra clandestinità e separazione (Il Margine, 2012), e le ricerche di Saffia Elisa Shaukat.

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