A Noailles, quartiere popolare marsigliese, le case crollano

Figli di Marsiglia

Come recitano altri cartelli e striscioni, e come raccontano gli abitanti, il sindaco ha investito oltre 20 milioni per risistemare la zona di La Plaine, ovvero rendere il Vieux Port un’attrazione turistica da cartolina con la ruota panoramica e l’installazione a specchio di Norman Foster. Ma ha lasciato che le case della limitrofa zona di Noailles, quartiere meticcio e sottoproletario, crollassero per mancata manutenzione sopra i corpi dei loro abitanti. E allora i figli di Marsiglia sono scesi in piazza, offrendo quello che da sempre è il bene più prezioso della città: un’antichissima stratificazione di umanità varie, se necessario unite nella lotta.

20 novembre 2018

Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere. E allora è troppo tardi, si è già in pieno dramma. Un dramma atipico dove l’eroe è la morte. A Marsiglia, anche per perdere bisogna sapersi battere.

Jean-Claude Izzo, Casino totale

Scende la sera sui vicoli di Noailles. Il vociare del quartiere è ritmato da un rumore metallico, sono i bambini che giocano a calcio in piazza, usando la serranda di una macelleria halal come porta. Ogni tiro è una nota, come un basso che suona la melodia dell’umanità. I vecchi, stravaccati sulle sedie messe in strada di fronte ai cafe e alle pâtisserie, fumano e osservano con aria compiaciuta. Le donne trascinano indistintamente sacchi della spesa e mocciosi troppo piccoli per giocare a pallone, passandoseli di mano in mano.

Poco più in giù, all’inizio di Rue d’Aubagne, un migliaio di persone si ritrova per il concentramento della manifestazione. Lo striscione d’apertura recita: «Noailles meurt, Marseille en deuil». Muore Noailles, piange Marsiglia.

Il primo cordone è composto per lo più da giovani ragazze e qualche attempato militante dei sindacati di base, il nastro rosso al braccio come di prammatica.

Non ci sono bandiere di partiti o movimenti. Dietro lo striscione altri ragazzi, molte famiglie. Sono quasi tutti bianchi, blanc.

Dopo una ventina di minuti, quando la partenza della manifestazione è imminente, sale il vociare della strada. Si alza potente il battere delle mani e la testa del corteo si apre in due come il Mar Rosso per fare passare i nuovi arrivati.

Dall’alto di Rue d’Aubagne scendono i black delle varie comunità centro africane, sono loro ad abitare in maggioranza il quartiere. Uomini, donne, bambini, reggono otto cartelli con le fotografie delle persone morte nei recenti crolli dei palazzi al numero 63 e 65 della stessa via.

Tra questi c’è anche il volto di Simona Carpignano, originaria di Taranto. All’Università e all’Alcazar, la biblioteca comunale, in molti si ricordano del suo sorriso. Il corteo, denominato manif de la colère, è stato infatti organizzato dal “Comitato 5 novembre” per ricordare le vittime e celebrare la loro memoria. Oltre che per gridare la rabbia del quartiere, e inchiodare alle proprie responsabilità l’amministrazione comunale.

Come recitano altri cartelli e striscioni, e come raccontano gli abitanti, il sindaco ha investito oltre 20 milioni per risistemare la zona di La Plaine, ovvero rendere il Vieux Port un’attrazione turistica da cartolina con la ruota panoramica e l’installazione a specchio di Norman Foster.

Ma ha lasciato che le case della limitrofa zona di Noailles, quartiere meticcio e sottoproletario, crollassero per mancata manutenzione.

Non è un caso, è una scelta deliberata. Ogni opera di gentrificazione prevede di cambiare non solo l’estetica urbana, ma anche e soprattutto l’architettura sociale di una zona. Per attirare turisti, farli salire sui trenini che propongono il tour della città, e farli sedere ai tavolini dei ristorantini finto etnici, bisogna liberarsi dei poveri. Con ogni mezzo necessario. Anche a costo di lasciare che le case si sgretolino mentre loro sono dentro. Oppure che vadano a fuoco.

Il corteo si muove in direzione del Municipio. E scendendo verso il porto lungo la Canebière aumenta a dismisura con l’ingresso dei maghrebini, i beur. Si accendono le torce e i fumogeni, si suona, si balla e si chiede giustizia. Ora il serpentone è immenso, ci saranno qualche decina di migliaia di persone.

E così, i black, blanc, beur, la tanto pubblicizzata e mai realizzata integrazione etnica della Francia multirazziale che vinceva i Mondiali di calcio del 1998, trova la sua concreta attuazione sempre e solo nelle strade. Nella nuova e antica ricomposizione di classe della protesta.

Poco più in giù, al Mucem (Musée des civilisations de l’Europe et de la Méditerranée) inaugurato pochi anni fa alla fine del porto, la mostra Connectivités racconta la nascita della globalizzazione nelle grandi città portuali del Mediterraneo: da Istanbul ad Algeri, da Genova e Venezia a Siviglia, al Cairo e a Lisbona.

Ripercorrendo le riflessioni dello storico, antropologo e urbanista Fernand Braudel, l’evoluzione del tessuto di questi conglomerati ci racconta di molteplici sovrapposizioni e di un’eccezione: Marsiglia. A differenza delle altre, non ha un patrimonio urbano storico e artistico. Non ha preziosi beni culturali da offrire al turista, né tantomeno musei a cielo aperto che affondano le radici nei millenni passati.

No, Marsiglia è fatta dalle persone. Marsiglia ha da offrire al viandante il bene più prezioso: un’antichissima stratificazione di umanità varie.

«Nous sommes tous les fils de Marseille!». Figli di Marsiglia. Non sul prato verde dello Stade de France, ma nelle strade della città portuale e mediterranea black, blanc, beur sono uniti. Nella lotta. Ne viene fuori un corteo splendido, allegro e festoso, che man mano che avanza richiama sempre più gente. Alla fine, mentre il maestrale si quieta per accogliere e abbracciare il suo popolo, a circondare il Municipio è una folla immensa.

«Gaudin assassin!» Gridano all’unisono uomini, donne, vecchi e bambini, chiedendo le dimissioni del sindaco repubblicano che da oltre vent’anni regna sulla città di Marsiglia e il cui impero sembra destinato ora a sgretolarsi come i vecchi e pericolanti edifici di Rue d’Aubagne, lasciati crollare perché seppellissero i poveri, i devianti così restii a lasciare spazio alla gentrificazione della sharing economy.

Scuole, trasporti, sanità, messa in sicurezza delle strade e dei palazzi – che non significa più telecamere e polizia, già aumentati a dismisura, ma interventi di manutenzione delle case e delle infrastrutture, che se no si sfracellano al suolo – sono state sacrificate all’idea di una Marsiglia da cartolina, raccontano i manifestanti.

La risposta è stata che nelle cité del nord della città, che non sono banlieus ma veri e propri nuovi conglomerati urbani costituiti da enormi palazzoni dove la povertà interessa il 40% degli abitanti (a fronte di una media nazionale del 10-15%), da diversi anni regna il Front National. Deportati e sbattuti in questi quartieri dormitorio e poi dimenticati lì, senza nessun intervento per favorire l’integrazione dei vari gruppi sociali e senza alcuna pianificazione urbana che riguardi il sociale – cinema, biblioteche, campi sportivi – gli abitanti si sono radicalizzati, chi nell’Islam e chi nel fascismo.

Il cleansing – parola inglese che somiglia molto al concetto di “pulizia etnica” e ha oramai sostituito lo stantio gentrification – operato dalle amministrazioni pubbliche ha generato solo paura. E la paura si trasforma in terrore.

Questo è quello che non vogliono gli abitanti di Noialles. Essere scacciati dalle loro case e dalle loro comunità, costruite a fatica attraverso secoli di incontri e di scontri, per essere deportati nelle cité dell’alienazione e della frammentazione sociale. Il popolo di Marsiglia scende in piazza contro la paura.

Il potere lo sa, e come sempre cerca di affidarsi al divide et impera. Davanti al Municipio, la polizia in assetto antisommossa della Crs spacca il corteo in due, per attirare la violenza del blocco nero e seminare terrore. Ma i casseur, che invitati alla festa cominciano i primi attacchi con petardi e fumogeni e si lanciano a divellere le barriere protettive poste davanti alla sede del potere, non sono un corpo estraneo alla città.

Non sono marziani, né infiltrati. Sono uomini e donne, giovani e meno giovani, sono black, blanc, beur. Sono i figli di Marsiglia.

Dopo le cariche e i lacrimogeni, il corteo non si disperde, anzi, si ricompatta. E durante il lunghissimo stand off messicano tra cittadini e potere, l’energia delle vecchie strade di Marsiglia alza una barriera protettiva nei confronti dei suoi abitanti. Dalla parte di testa del corteo, divisa dal resto della manifestazione e confinata alle spalle del Municipio, uomini donne e bambini, le braccia alzate, attraversano il piazzale antistante, camminano attraverso gli scudi attoniti e i manganelli increduli della Crs, e si ricongiungono al blocco nero, di cui fanno parte.

Ora, a fronteggiare il potere c’è di nuovo tutta la città e la polizia è costretta ad arretrare e arroccarsi con le spalle appoggiate ai muri del Municipio. Nell’amore e nella lotta, i figli di Marsiglia hanno vinto anche stasera.

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I Diavoli

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