Federico Caffè: la solitudine del riformista - I Diavoli

Il profilo

Federico Caffè:
la solitudine
del riformista

Fu uno dei primi e più autorevoli divulgatori delle teorie keynesiane in Italia. Credeva fermamente che le istituzioni keynesiane fossero iscritte, in maniera implicita e progressiva, anche e soprattutto nella Costituzione italiana, fondata, come afferma l’articolo uno, sul lavoro

27 dicembre 2016

Nel 1936, in Inghilterra, va alle stampe la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di John Maynard Keynes. Lo stesso anno, in Italia, nella facoltà di Scienze economiche e commerciali dell’Università di Roma, un giovane abruzzese, piuttosto schivo e d’estrazione modesta, si laurea con lode discutendo una tesi su “l’azione dello Stato considerata nei suoi strumenti finanziari nell’ordinamento autarchico dell’economia italiana”. Quel giovane è Federico Caffè e sarà, negli anni a venire, uno dei primi e più autorevoli divulgatori delle teorie keynesiane in Italia.

«Riconoscere nello stato sociale-universale – appena sviluppato in Inghilterra sulla scia di Beveridge – non una sorta di benevolenza e tolleranza laica per i più poveri, né uno strumento redistributivo per correggere i fallimenti del mercato, e nemmeno un modo per tagliare le unghie alla protesta sociale, ma una misura politica economica che si autofinanzia e non ha bisogno di nuove imposte» e smontare «il falso dilemma – tipicamente microeconomico – tra equità ed efficienza» sono stati, a detta di Paolo Leon, i grandi meriti di Federico Caffè (Giuseppe Amari, Paolo Leon [a cura di], Contro gli incappucciati della finanza, Castelvecchi, Roma, 2013, pp. 258-259]. Meriti fin troppo occultati, quasi che la sua scomparsa – avvenuta quel 15 aprile del 1987, quando alle prime luci dell’alba uscì di casa per non fare più ritorno – fosse stata accolta come un reclamo di diritto all’oblio, più che il maestoso lascito di chi chiude i battenti e dignitosamente si ritira a privato ascetismo, ma dopo essere stato sulla breccia per oltre quarant’anni.

Per capire meglio la sua figura bisogna riavvolgerne il nastro biografico, e poi di nuovo svolgerlo con i ritmi compassati e l’alternanza di luci e ombre che ne hanno contraddistinto l’esistenza.

Caffè nasce nel 1914 a Castellammare Adriatico, quella che diventerà Pescara, dopo la riunificazione con l’omonima provincia nel pieno del ventennio nero. Il padre è un ferroviere, la madre, per arrotondare i conti di famiglia, ha un laboratorio di ricami, e Federico si inizia all’economia fin da subito, ma in un contesto privilegiato in cui i calcoli si affiancano all’industria culturale: tiene la contabilità e fa la maschera nel cinematografo dello zio. Lì, affascinato da proiezioni e colonne sonore, apre anche a musica e letteratura: prende lezioni di violino, macina libri con avidità. Tuttavia la famiglia esclude da subito una carriera artistica per il giovane Federico, perché economicamente troppo rischiosa, e lo spinge a capitalizzare la sua dimestichezza con i conti – è un’aporia, quella tra cultura umanistica e scienza economica, destinata a segnare in maniera decisiva la sua formazione, che oscillerà sempre tra la fedeltà al rigore scientifico e la manifesta sensibilità artistica.

Così, dopo essersi diplomato, si trasferisce a Roma, si iscrive alla facoltà di Economia, si laurea brillantemente nel ’36, e un anno dopo è già un dipendente della Banca d’Italia. Svolge varie mansioni, dalle operazioni finanziarie al servizio del personale, ma poi, nel ’40, gli anni già bui del fascismo e del conflitto mondiale diventano tetri. Per solidarietà nei confronti di compagni e colleghi richiamati alle armi, e nonostante la sua minuta statura potrebbe evitargli il fronte, sceglie anche lui di prestare servizio militare, ma non è connivente al regime, è antifascista, vicino al Partito d’azione e a quello della Democrazia del lavoro. Sarà il direttore della Banca d’Italia a farlo rientrare perché sul posto di lavoro c’è bisogno di lui. Dopo l’8 settembre del ’43, quando gli eventi sbandano, Caffè si dà alla clandestinità e nell’anno che segue sfugge per un soffio a due rastrellamenti, uno dei quali è quello storico e terribile delle Fosse Ardeatine.

L’università nel segno di Keynes e la “solitudine del riformista”

Dopo la liberazione, nel pieno del secondo-dopoguerra, in Italia sono gli anni concitati della ricostruzione, minati da spaccature e spettri inquietanti di una nuova guerra civile, come il fallito attentato a Togliatti del ’48. Caffè li vive da lontano, perché soggiorna in Inghilterra dove ha vinto una borsa alla London School of Economics. Lì può saggiare teoria e prassi dei pensieri di Beveridge e Keynes che indirizzano le politiche del governo laburista di Clement Richard Attlee. Al rientro in Italia il keynesismo e l’economia – col suffisso “macro” dell’intervento pubblico e statale – saranno l’orizzonte del suo insegnamento accademico.

Caffè crede fermamente che le istituzioni keynesiane siano iscritte, in maniera implicita e progressiva, anche e soprattutto nella Costituzione italiana, fondata, come afferma l’articolo primo, sul lavoro. Dovrà presto fare i conti col fatto che sono in pochi, e sempre meno, a pensarla come lui. È docente negli atenei di Roma, Messina e Bologna – dove sarà succeduto dal collega e amico Paolo Sylos Labini, poi, di nuovo a Roma, è anche direttore dell’Ente per gli studi monetari, bancari e finanziari “Luigi Einaudi”, attraverso cui eroga numerose borse di studio, per promuovere formazione e occupazione giovanile. Dagli edifici universitari, tra una lezione e l’altra, attraverso le lenti spesse dei suoi occhiali, incastonate in una montatura da “prima repubblica”, osserva e porge l’orecchio a ciò che accade fuori, sempre, con spirito critico: le visite di Eisenhower come germe del «contrabbandare un processo di “modernizzazione” per un processo di “americanizzazione”» e gli scioperi generali del ’51 con relativa avvisaglia dei limiti manifesti del sindacato (Bruno Amoroso, Memorie di un intruso, Castelvecchi, Roma, 2016, p.81); l’interpretazione nefasta della Guerra Fredda e della successiva fase in cui  non si comprese mai che «la cooperazione internazionale e finanziaria si deve basare sull’interdipendenza e non sulla dipendenza» (Bruno Amoroso, Federico Caffè, Castelvecchi, Roma, 2012, p.104); il boom economico e la motorizzazione di massa come vera e propria «ubriacatura» per cui si equiparava «la disponibilità di un bene allo status sociale» (Bruno Amoroso, Federico Caffè, Castelvecchi, Roma, 2012, p.106); l’assenza di un filtro critico, nel progettare e inaugurare i modelli di sviluppo senza badare ai consumi sociali e alla disoccupazione in crescita, rispetto all’ipocrisia dei «miti puramente democratici» (Bruno Amoroso, Federico Caffè, Castelvecchi, Roma, 2012, p.107).

Tutto ciò che si profila all’esterno, negli anni ad alta conflittualità sociale, riecheggia fin dentro l’università, con i suoi tragici effetti: massimalismi ideologici, faide politiche,  epurazioni partitiche colpiscono di riflesso anche gli accademici e prefigurano fin da subito ciò che Caffè definirà «il limbo degli economisti scomodi» – e che condividerà con Paolo Sylos Labini e Augusto Graziani, o degli «innominati», quelli che, prima per il loro essere «riformisti utopisti», poi per non essere fedeli alla linea anti-statalista, non figureranno mai nel dibattito pubblico (Bruno Amoroso, Federico Caffè, Castelvecchi, Roma, 2012, pp.81-83).

Caffè, da riformista e keynesiano, ha l’impressione di urlare nel deserto, comincia a maturare un senso di solitudine e isolamento: né la teoria – dentro l’università già si parla del presunto fallimento del keynesismo, né la prassi – l’intervento pubblico in Italia non sollecita, non integra, non sostituisce come dovrebbe, vanno nelle direzioni da lui promosse e auspicate. Ancora una volta deve guardare fuori, più fuori ancora, oltre i confini nazionali, per intercettare proposte vere e credibili in merito a “disuguaglianza” e “ingiustizia” sociale. Le trova negli scritti e nelle orazioni di economisti nord-europei e scandinavi: l’olandese Jan Tinbergen, il danese Frederick Zeuthen, il norvegese Ragnar Frisch, ma su tutti lo svedese Gunnar Myrdal. Sono tutti nomi che ricorrono frequentemente negli studi di Caffè quando insiste sullo «Stato del benessere», quando oppone il vero ruolo di un’economista – l’essere «consigliere dei cittadini» – a quello fittizio e compromesso dell’essere «consigliere del principe», ma soprattutto perché ai suoi occhi sono promotori di piani che costituiscono l’unico vero antidoto al darwinismo schumpeteriano, che dai ’70 in poi scavalca brutalmente l’umanesimo keynesiano (Bruno Amoroso, Federico Caffè, Castelvecchi, Roma, 2012, pp.81-83).

L’allievo alla Roskilde, la «stanza rossa»

Tra i tanti maestri c’è sempre il maestro, e tra i tanti allievi, c’è sempre l’allievo. Bruno Amoroso è un giovane assai scafato, uno che ha stretto la tessera del Pci tra le mani a dodici anni, che è stato tra i “pionieri” dei giovani comunisti, che ha assistito di persona alle prime epurazioni di partito e alla frammentazione del sindacato – stretto a tenaglia tra capitalismo privato e Federstatali, che sta vivendo in prima linea le inquietanti profilassi della strategia della tensione e della lotta armata.

Quando Bruno incontra Federico Caffè all’università, i due non condividono solo il binomio formale studente-docente, e nemmeno le comuni origini abruzzesi: sono entrambi accesi dalla passione per l’economia e Keynes; sono entrambi spenti da una crescente disillusione per la situazione italiana. I due hanno posizioni politiche diverse, uno è un liberal-socialista l’altro è un rivoluzionario – sia pur non ideologico, ma hanno una profonda affinità intellettuale e culturale, e Caffè fiuta subito che il suo allievo vuole cambiare aria. Allora gli suggerisce di andare in Danimarca, al Centro Studi Roskilde, dove stanno prendendo quota le teorie di Frederik Zeuthen sulle politiche economiche per il benessere: «finalmente», gli dice in tono bonario, «avremo qualcuno che ci può aiutare a capire il pensiero e l’economia dei Paesi Scandinavi» (Bruno Amoroso, Federico Caffè, Castelvecchi, Roma, 2012, p. 99).

Bruno accetta il consiglio, parte alla volta della Danimarca, trova un buon alloggio, si ambienta presto, e nell’ambiente aperto e progressista del Roskilde si immerge nei dibattiti e studi teorici che lo animano: economia del benessere, welfare state, social spirit. Da quel momento le corrispondenze tra maestro e allievo si infittiscono, Caffè vola in Danimarca a più riprese per tenere lezioni, Bruno nel ’74 fonda il Centro Studi Federico Caffè all’interno del Roskilde, documenta tutto, e anni più tardi diverrà il suo biografo oltre che maggior critico e diffusore del suo pensiero. Attraverso Bruno, che in quegli anni è instancabile, gira il mondo in lungo e largo, Caffè stringe altri sodalizi, tra cui quello con l’economista catanese Pietro Barcellona. Ma l’entusiasmo di quegli anni è una brezza passeggera, si arriva presto agli ’80 inoltrati: omologazione, multicentralizzazione e internazionalizzazione dei flussi finanziari incedono senza controllo sociale, il mercato domina sulla politica, gli interessi privati su quelli pubblici e sopraggiunge, prima in maniera strisciante e poi massiccia, la controrivoluzione neoliberista.

Anche al Roskilde si impone la nuova ideologia dominante, e di conseguenza il riassetto politico e didattico del centro universitario: «da scuola di vita a scuola di business» dirà Bruno al sempre più desolato maestro (Bruno Amoroso, Federico Caffè, Castelvecchi, Roma, 2012, p.141). Tra gli anni di piombo e quelli che preannunciano la svolta liberista Caffè continua si sente sempre più solo, inadeguato, inascoltato, e cerca strenuamente un rifugio dalle sue inquietudini, una dimensione evasiva.

Lo trova davvero, e forse soltanto nella “stanza rossa”, la camera dove Bruno lo accoglie nella sua cada in Danimarca quando Caffè va a fargli visita. Nella “stanza rossa”, così chiamata per il «tentativo, solo in parte riuscito, di riprodurre il colore delle stanze di Pompei», alla luce di una lampada d’ottone, adagiati su un divano di pelle accanto a un tavolino di fine ottocento, Caffè e Bruno si lasciano alle spalle le questioni politiche ed economiche, e conversano, per lo più, di letteratura (Bruno Amoroso, Federico Caffè, Castelvecchi, Roma, 2012, pp. 22-23). Mann, Shakespeare, Wilde, Pasolini e Pavese, Hemingway, Leavitt, Baldwin, Fitzgerald, e ancora, Tolstoj, Gogol, Cechov e Stendhal, sono per Caffè delle potenti madeleine che lo riportano agli anni passati, fino all’adolescenza in cui suonava il violino e si cibava di libri, lontano e ancora innocente rispetto ai tempi concitati che lo avrebbero inghiottito più tardi. Accanto a Bruno, Caffè legge un passo dal libretto rosso di Rolland su Tolstoj, e la sua voce diventa tremula:

Tolstoj è triste, ma non scoraggiato. Egli fa credito a Dio; crede nell’avvenire: «Sarebbe troppo bello se si potesse far crescere una foresta in un batter d’occhio. Disgraziatamente è impossibile, bisogna attendere che la semenza germini, faccia sbocciare delle gemme, poi delle foglie, poi il fusto…». Ma occorrono molti alberi per fare una foresta; e Tolstoj è solo. Glorioso ma solo.

Tolstoj abbandona la sua casa al settantesimo anno di età, senza proferire parola con la compagna Sofia e i suoi familiari. Caffè aspetta il settantatreesimo anno, è professore fuori ruolo perché ha raggiunto i limiti d’età per l’insegnamento, quando alle luci dell’alba del 15 aprile 1987, senza avvisi di sorta, abbandona la sua casa di Via Cadlolo, in cima alla collina di Monte Mario, per non fare più ritorno. A nulla valgono le ricerche a tappeto di volontari e forze dell’ordine, il professore, il riformista solitario, è sparito nella penombra del primo sole.

L’8 agosto del ’98 il Tribunale di Roma ne dichiara la presunta morte. Che fine abbia fatto Caffè è un arcano rimasto solo apparentemente irrisolto. Pochi anni prima della sua scomparsa, in più corrispondenze dichiarava all’amico e allievo Bruno la sua tristezza e depressione, lo sconforto, la solitudine crescente, la volontà, nonostante i riconoscimenti, di congedarsi con dignità dall’ingaggio pubblico: «Come vedi mi stanno trasformando in una specie di monumento, vorrei sentirmi più vivo» (Bruno Amoroso, Federico Caffè, Castelvecchi, Roma, 2012, p.133). Ma forse, ancor più di referti, documenti e testimonianze, è la letteratura –  a cui Caffè era legato a filo doppio – a darci cognizione di causa sul suo congedo:

Federico Caffè se ne va perché si sente “scacciato”, si sente sulla riva di un fiume profondo, “dolcemente ma inflessibilmente sospinto, con lunghe pertiche, verso il punto di non ritorno”.

[Ermanno Rea, L’ultima lezione-La solitudine di Federico Caffè scomparso e mai più ritrovato, Einaudi, 2008, p.269]

Oltre l’accademia: Caffè pubblicista

Per cogliere al meglio il contributo di Federico Caffè bisogna andare ben oltre la sua dimensione di docente universitario e, magari, volgere lo sguardo alle sue collaborazioni giornalistiche.

Tra tutte quelle al «Messaggero» dal ’74 all’86 e a «L’Ora» dall’83 all’87 raccolte da Giuseppe Amari per i tipi di Castelvecchi. Una settantina circa di articoli, brevi ma densissimi, attraverso cui Caffè, alla stregua di un falco pellegrino, dà prova della sua prontezza e ampiezza di vedute, siglando analisi lungimiranti e molto spesso al limite del profetico. Caffè si palesa al «Messaggero» una mattina del ’74, lo accoglie un giovane praticante, Corrado Giustiniani, e lui – alludendo alla sua minuta statura, all’essere tutto concentrato in pochi centimetri – rompe il ghiaccio con una presentazione da macchietta: «Piacere, Federico Caffè, un caffè ristretto, come vedete» (Giuseppe Amari [a cura di], Contro gli incappucciati della finanza, Castelvecchi, Roma, 2013, p.22).

Poi, appena comincia a scrivere i suoi pezzi, la macchietta diventa voce autorevole e risonante. In un articolo del ’75 si scaglia contro «la visione deformata e ipocrita dell’economia aperta», evidentemente già fiutava la svolta liberista, e scrive che non possono funzionare piani del genere in mancanza di un adeguamento delle infrastrutture sociali, di un ammodernamento dell’apparato amministrativo, di un recupero dell’immiserita attività agricola, di una promozione dell’innovazione tecnologica e delle qualifiche professionali (Giuseppe Amari [a cura di], Contro gli incappucciati della finanza, Castelvecchi, Roma, 2013, p.32).

Nel ’76 denuncia la crisi ingestibile di contrazione e inflazione del mercato, e la relativa mancanza di misure statali che rischia di minare la pace sociale, cita, ovviamente, Keynes: «soltanto uno sciocco avrebbe preferito una politica salariale flessibile ad una monetaria flessibile» (Giuseppe Amari [a cura di], Contro gli incappucciati della finanza, Castelvecchi, Roma, 2013, p.32); dieci anni dopo, nell’86, ribadisce l’assurdità dell’omicidio di Ezio Tarantelli, una perdita che graverà in primis su tutti i lavoratori; e ancora – passato a scrivere per «L’Ora» – oltre a imporsi come voce di dissenso e controcanto al conformismo filo-governativo di chi celebrava i presunti e miracolistici piani di sviluppo nel meridione, si esprime anche con puntualità sulle origini del precariato coevo, «i giovani di oggi si sono abituati a lavori di carattere precario e discontinuo», e sui fallimenti del sistema cooperativistico (Giuseppe Amari [a cura di], Contro gli incappucciati della finanza, Castelvecchi, Roma, 2013, p. 239).

La sua collaborazione con «L’Ora» finirà in concomitanza con la sua scomparsa. Cosa ci rimane, oggi, di Federico Caffè, lo ha espresso ancora una volta, al meglio che si potesse, Ermanno Rea:

È dunque ancora in mezzo a noi? In qualche modo, sì. È in mezzo a noi con le sue contraddizioni, i suoi eccessi, i suoi silenzi, i suoi rimproveri, le sue ambiguità. Ma soprattutto la sua passione di economista eterodosso e disubbidiente: un fantasma affranto e sorridente al tempo stesso, disperato e ottimista, che continua ad ammonirci, in questa Italia che ha perduto insieme a tante altre cose l’orgoglio dei suoi uomini migliori, che siamo ancora in tempo per cambiare, per costruire finalmente una società giusta, egualitaria, ricca di solidarietà. Una società in cui la parola Stato non rappresenti una semplice funzione nominalistica ma indichi qualcosa di forte e d’importante nella coscienza di ciascuno.

[Ermanno Rea, L’ultima lezione-La solitudine di Federico Caffè scomparso e mai più ritrovato, Einaudi, 2008, p.274]

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